di Valeria Pritoni

A quell’ora del mattino il giardino era completamente ombreggiato, solo qua e là, tra il fogliame degli alberi, filtravano i raggi di un sole ancora caldo, in quell’autunno mite e generoso.
Giorgia si era svegliata presto, in preda a pensieri inquieti ed era uscita a prendersi una boccata di ossigeno per respirare meglio e allentare la tensione.
Erano tempi decisamente bui per lei e per la sua famiglia: problemi di salute, di lavoro, finanziari.
Non ricordava un periodo così difficile dalla malattia della madre.
Stava rivivendo lo stesso spaesamento, lo stesso senso d’impotenza.
Guardò la gatta sul davanzale, si leccava placidamente il pelo e si stiracchiava tranquilla e rilassata nel suo benessere sfacciatamente felino.
La invidiò.
Nei vasi, i fiori mostravano ancora tutto il loro splendore e profumavano e colpivano gli occhi con i colori sgargianti, soltanto la pianta della miseria si mostrava timida con le infiorescenze a stella, di un bianco quasi trasparente. Era comunque cresciuta a dismisura in poco tempo, pur nella sua modestia e sembrava la metafora della condizione incombente di questo tempo.
Prese l’annaffiatoio e lo andò a riempire alla fontana sul retro della casa, proprio di fianco al melograno che si era colorato di un giallo intenso, sembrava vestito a festa e mostrava, qua e là i suoi frutti rotondi, gonfi e rossi come il fuoco.
Le chiome degli alberi, variopinte e ancora folte, frusciavano e creavano il sottofondo al canto degli uccelli che, a quell’ora, erano nel pieno del loro concerto.
Il contatto con la natura la stava riconciliando con il mondo, la sua inquietudine si era un poco attenuata e dopo avere annaffiato l’ultimo vaso, decise di prepararsi per cominciare a sbrigare le mille faccende burocratiche che l’attendevano da giorni.
Avrebbe dovuto recarsi in banca, quindi entrò nella sua camera, spalancò le finestre e si mise a scegliere un abito dall’armadio, che non mettesse in evidenza i chili presi in quelle settimane di stress.
Quando si sedette alla toeletta per truccarsi, ebbe un attimo di smarrimento: nello specchio le apparve, in primo piano, il suo viso smunto, le occhiaie profonde e grigie, lo sguardo malinconico e opaco, sembrava invecchiata di dieci anni.
Si mise al lavoro per migliorare il suo aspetto, pur con scarse aspettative circa la riuscita dell’opera, ma quando arrivò a dipingersi di rosso le labbra, pensò che sarebbe stato completamente inutile. Il rossetto non serve, la mascherina copre le labbra, i sorrisi si possono al massimo percepire dagli occhi.
Pensò a quanto invece le piacessero le labbra, fossero esse carnose, piccole, a cuore, o sottili; pensò a quanto la gratificassero i sorrisi, a quanto la rassicurassero nel relazionarsi con le persone e con i bambini, in particolare.
Spesso il sorriso risolve situazioni spiacevoli, crea intesa, complicità, serve per invitare a fare amicizia, per promettere amore, per assicurare disponibilità.
La pandemia ha tolto il sorriso all’umanità e non soltanto in senso metaforico.
Decise che avrebbe messo ugualmente il rossetto anche se, sotto la mascherina, nessuno lo avrebbe potuto vedere…
Poi le venne un’idea: quella di disegnare sul tessuto che le copriva la bocca un ampio sorriso, quello che avrebbe voluto ci si potesse ancora scambiare incontrandosi per strada.