di Valeria Pritoni

I rami degli alberi sui due lati, tra la siepe e la recinzione, hanno formato un arco ed ora, quell’angolo del giardino sembra una grotta; i raggi del sole non penetrano che in minima parte e ci si entra come in una zona scura ma anche protetti dalla vista di chi sta fuori.
Venendo dai campi, quella parte dell’abitazione sembra un bosco, tanto gli alberi sono fitti.
Miranda apre il cancellino che dà sulla campagna e passo dopo passo, costeggiando il fosso, si allontana dalla casa.
Le mani stropicciano nervosamente l’orlo del vestito, ha appena avuto una lunga discussione con il padre ed è letteralmente scappata fuori per liberarsi di quella sensazione di oppressione che le dà rimanere in una stanza con lui.
Non sopporta il modo in cui si muove, in cui occupa lo spazio comune, non sopporta il suo imporsi a lei con la sua presenza, ogni giorno più scomoda e ingombrante.
Non riesce a fargli capire che ha bisogno di respiro e che non può trattarla come una bambina.
E’ tornata a vivere con lui a causa di un attacco cardiaco e dell’epidemia di covid: non avrebbe potuto assisterlo, abitando in un’altra città, ha approfittato dello smart working e si è trasferita.
E dopo alcuni anni, durante i quali era riuscita a costruirsi faticosamente la sua indipendenza, è tornata a fare la figlia a casa del padre.
Non è mai stata facile la loro convivenza, è un uomo invadente e autoritario e non accetta di essere contraddetto o che lei prenda autonomamente decisioni che lui considera sbagliate.
Questo rapporto di dipendenza forzata, fin dall’infanzia, l’ha resa insicura ma anche ribelle e insofferente a qualsiasi imposizione.
In casa, le discussioni sono state sempre feroci, qualche volta si è presa anche degli schiaffoni, ma la mediazione della madre è stata efficace nel mantenimento di una convivenza a tratti serena.
Con il padre hanno interessi comuni e, nei momenti nei quali li hanno condivisi, è sembrato che ogni screzio fosse superato e che tra loro fossero possibili soltanto affetto e comprensione.
Il papà, quando era piccola, sapeva gratificarla e incoraggiarla negli studi e, nonostante le non brillanti condizioni economiche nelle quali versava la famiglia, non le aveva mai negato una serata al cinema o a teatro o l’acquisto di un libro.
Gli scontri erano avvenuti sempre sui margini di autonomia che Miranda cercava di ritagliarsi, lui aveva bisogno di avere tutto sotto controllo e pensava che il suo ruolo di padre fosse quello di evitarle di sbagliare e di soffrire per gli eventuali errori commessi.
E’ un uomo cresciuto in anni nei quali l’autoritarismo non era considerato negativamente, anzi, in un padre di famiglia, era un pregio.
Non si faceva tanta distinzione con il concetto di autorevolezza, l’autorità si esercitava e basta.
Era stato allevato così e non conosceva altro modo di dimostrarsi un buon padre.
Miranda cercava di capire questi aspetti del comportamento paterno quando la madre glieli faceva notare, ma non era disposta a subire e cominciò presto a ribellarsi.
Nella ribellione trovò le poche sicurezze sulle quali emanciparsi e fare scelte consapevoli.
Naturalmente, questo atteggiamento non giovò alla serenità nel loro rapporto e le cose precipitarono quando venne a mancare la madre e non fu più possibile ricreare le condizioni di una mediazione.
Stettero lontani per qualche tempo perché, per lavoro, Miranda si trasferì in un’altra città.
Poco prima che scoppiasse l’epidemia di covid, il padre aveva avuto un infarto e Miranda era accorsa per accudirlo. Con l’avvento del lockdown, si era stabilita presso di lui.
In cuor suo però, avrebbe voluto rimanere lontana e godere di quegli spazi di autonomia che si era creata, del poter decidere orari e gestione della casa senza condizionamenti.
Aveva assaporato il piacere di decidere per sé e per nessun altro, di essere responsabile solo delle proprie azioni, senza dipendere dal volere di alcuno e adesso non riusciva proprio ad accettare serenamente di tornare sotto il dominio paterno.
La malattia inoltre, aveva reso il genitore ancora più insicuro e perciò esigente nel pretendere attenzione e devozione; aveva colto il suo disappunto per essere dovuta tornare a vivere con lui e questo lo rendeva quasi rabbioso, non poteva concepire che sua figlia non volesse accudirlo, non poteva perdonarsi di dover ricorrere a lei perché sentiva il bisogno di essere protetto, perché era diventato vecchio e debole.
Non leggeva più, diceva che non riusciva a concentrarsi sulla parola scritta, ascoltava musica tutto il giorno, a volume alto, senza curarsi che a Miranda potesse dare fastidio, senza interessarsi del suo bisogno di intimità.
Era diventato di un egoismo feroce, quello che nasce dal rancore verso se stessi per non sentirsi capaci di farsi amare, ignaro forse della causa di tutto ciò: l’avere costretto la figlia, fin dalla più tenera età, a vivere sul filo, sulla paura di sbagliare, sull’essere giudicata, sul doversi dimostrare sempre migliore per poter essere da lui accettata.

Miranda guarda la distesa dei campi e pensa che non c’è niente di onorevole nel suo desiderio di fuggire lontano dal padre malato, ma non c’è niente di onorevole nemmeno nel sottomettersi al suo volere con malavoglia e sofferenza.
Vorrebbe poter interrogare la madre, in proposito, ma le sue domande rimangono senza risposta.
L’aria passa tra le spighe del grano senza portare messaggi comprensibili, tranne un lieve fruscio.
Torna sui suoi passi e si ferma davanti al vecchio fico, sul bordo del fosso.
E’ la pianta della nonna materna, quella dalla quale, insieme, prendevano i frutti dolcissimi e succosi, una pianta modesta e generosa, ricca di doni, nonostante l’età.
La nonna era come quel fico e anche la mamma. le donne della sua famiglia erano accudenti, pazienti, forti, protettive e umili, troppo umili.
Ripensa alle loro fatiche, al loro rimettersi a rassettare la casa, a cucinare, stirare, rammendare nel “tempo libero”, dopo il lavoro nei campi o in risaia, quel tempo che, per gli uomini di casa, era dedicato alle chiacchiere al bar, alla pesca, alla caccia, agli “hobbies”, parola sconosciuta al lato femminile della famiglia.
Nell’arco della vita della sua mamma e delle sue nonne e bisnonne, quanto tempo era stato vissuto in libertà, nella gestione dei loro reali desideri, nell’affermazione della loro identità?
Erano donne emancipate, lavoravano fuori casa, votavano (almeno quelle vissute dopo il 1946), erano andate a scuola e sapevano leggere e scrivere, ma il loro tempo era stato sempre condizionato dalla necessità, dalla cura per gli altri, dal decentrarsi da sé senza avere lo spazio e il modo di capire ed esercitare la loro reale volontà.
Sente il peso di quei secoli tutto sulle spalle, sente le voci di quelle donne, in una confusione di pensieri che si accavallano e le creano angoscia e sensi di colpa, anche solo a soffermarsi sull’idea di andarsene.
Nel contempo, prova l’impulso di restituire alle ave il diritto di riprendersi la vita, attraverso un suo atto di ribellione.
Guarda le foglie del fico, come grandi mani che le dicono: “Accogli, sii ge-nerosa” ma che nel loro distendersi verso l’esterno, sembrano anche suggerirle: “Vai, riprenditi la tua libertà”.
Miranda piange, le lacrime scendono calde lungo le guance, mentre rientra in casa.
L’accoglie un silenzio insolito.
Attraversa la porta del salotto e scorge sulla poltrona la figura riversa del padre con la mano appoggiata sul tasto della radio.
“Evidentemente l’ha spenta prima di addormentarsi” è il pensiero rassicurante di Miranda.
Si avvicina e coglie il pallore livido del viso e la rigidità del corpo, lo tocca: è gelido.
Il cuore le fa un balzo nel petto, prende il telefono e chiama il medico, in una confusione che la fa parlare a fatica.
Un pensiero le attraversa obliquo la mente: “Papà è morto, mi ha tolto dal dilemma di dover scegliere”.
Non sa se sia blasfemo, sente solo un immenso dolore per lui, per se stessa, per quello che è stato e per quello che avrebbe potuto essere.