di Silvia Trombetta

Ho i capelli ricci. Lunghi, piuttosto bianchi. Neri e bianchi. Ogni giorno un po’ più bianchi per la verità. Non sempre sono stati ricci, né lunghi. E neanche bianchi evidentemente.
Da bambina avevo i capelli lisci. Appena mossi sulle punte. Volevo i capelli lisci come quelli di Romina Power e le gambe lunghe come quelle di Heather Parisi. La natura non mi ha regalato né gli uni né le altre. Anzi chi si trova a descrivermi oggi si riferisce a me come quella riccia, un po’ bassa e con gli occhiali. Fra sogno e realtà c’è sempre una certa distanza.
Da neonata avevo i capelli castani, non neri. Corti ovviamente, ma in cima avevo un ciuffetto ribelle che mia mamma domava appuntandolo all’indietro con una molletta. Quel ciuffo era l’unico accenno di ribellione in me. Per il resto ero una neonata e poi una bimba molto docile, mi dicono. Da bambina li portavo corti, sempre castani, un taglio un po’ mascolino, ma quando crescevano appena si facevano mossi sulle punte, sempre tenuti a bada con una mollettina centrale, “a banana” diceva mia mamma. Crescemmo insieme, io e i miei capelli: lunghi, lisci, ma non piatti, voluminosi anzi, un accenno di riccio sulla punta che si poggiava sulla spalla. Le mollette erano diventate due. Io ero sempre una brava bambina.
Poi all’improvviso – credo – i miei capelli divennero ricci. Fu dopo la Prima Comunione. Ho le foto con l’abito bianco. Né da monaca né da sposa. Un abito bianco lungo con i ricami. I guanti bianchi, una cuffietta sempre bianca in testa e i capelli lisci che spuntano da sotto. Avevo 10 anni (fu una Prima Comunione tardiva, perché bisognava essere ben consapevoli dicevano i miei). Subito dopo li tagliai. Non so perché. Non ricordo esattamente quando. Ma in prima media – le foto lo testimoniano – avevo i capelli ricci corti. La trasformazione era avvenuta. In mezzo c’era stato il menarca. Non ero più una bambina. Niente più capelli come Romina Power, né gambe come Heather Parisi. Smisi di crescere. Mia figlia, che guarda quelle foto oggi, dice che ero una “palla di pelo”. In effetti era una massa di ricci informe. Tenuta a bada solo dalle immancabili mollette. Per le quali – chissà perché – continuavo a non protestare. Sotto, un colletto tondo di pizzo con un fiocchetto rosso. Iniziavo anche a portare gli occhiali, ma nelle foto ancora non si vedono: una montatura di celluloide trasparente con i brillantini rosa. Sono certa che i miei problemi di autostima iniziarono allora.
Fu così che con quei ricci, quelle mollette e quegli occhiali trascorsero le scuole medie. Nonostante questo trovai anche un paio di fidanzatini. Uno di loro per San Valentino mi regalò un vasetto di crema per il viso Cera di Cupra, credo avanzo della dispensa materna. Ma io conservai a lungo quel piccolo vasetto rosa. Eppure di quel periodo ricordo maggiormente le prime feste fra maschi e femmine. Non mi invitavano a ballare. E io non mi buttavo nella mischia. Come non protestavo per le mollette. Facevo – come si dice – tappezzeria.
Tagliai i capelli più corti. Riducevo l’effetto “palla di pelo” e soprattutto riuscivo a scongiurare le mollettine senza deludere mia madre. Scomparvero dalla mia vita per sempre. Gli occhiali rimasero gli stessi molto a lungo. Con questa attrezzatura affrontai il Ginnasio. La Roma alto-borghese e delle professioni, che occupava da generazioni il Liceo al quale mio padre aveva voluto iscrivermi, non mi accolse con calore. Oltre agli occhiali e ai capelli poco attraenti non avevo dalla mia la stessa estrazione sociale. E, almeno all’inizio, abitavo perfino in una periferia tanto lontana da trovarsi nelle ultime tavole di TuttoCittà, anziché nelle prime che costituivano l’unico orizzonte urbano conosciuto dai miei nobili compagni. Non avevo protestato per le mollette e non protestai per quel Liceo. Ero una brava ragazza. Passai lì i successivi cinque anni. Non cambiai occhiali, ma cambiai casa ben presto. Entrai anche io nelle prime tavole di TuttoCittà. Ma non entrai mai nella mia classe. Alle feste non facevo neanche tappezzeria. Non so proprio di che colore fossero i muri. Trovai una mia nicchia di legami importanti. Per il resto il disprezzo era reciproco. Io non appartenevo a quel posto. Non appartenevo a nulla a dire il vero. Neanche a me stessa. Nella foto di classe dell’ultimo anno ho dei ricci neri, morbidi fino alle spalle, un velo di lucidalabbra. Ero bella. Ma non lo sapevo.
Fu allora credo che decisi di non tagliare più i capelli. Ci avevo provato anche prima a dire il vero, ma poi arrivava il momento della cosiddetta “mezza lunghezza” in cui i miei ricci generavano un volume così orizzontale che mi spaventavo e li tagliavo nuovamente per domarli, alternando negli anni varie lunghezze comunque corte. Quella volta invece mi spinsi oltre e decisi che li volevo lunghi. Fu forse quello il primo atto di autodeterminazione: potevo scegliere i miei capelli. Scelsi anche le lenti a contatto e un paio di occhiali da sole rossi. Basta capelli corti. Basta occhiali. Basta liceo.
Avevo scelto io stavolta. Capelli, lenti e Università. Scelsi anche nuovi amici. Scelsi un uomo. Scelsi L’Uomo. Gli piacevano i miei capelli lunghi e ricci. Iniziai ad appartenere. A me innanzitutto. E i miei capelli mi appartenevano. Non più Romina Power, ero Andie MacDowell in Green Card. Le assomigliavo, mi dicevano. Non solo per i ricci, credo.
Non li tagliai più. Mi piacevano ed ero terrorizzata dalla fatidica “mezza lunghezza”. Li spuntavo da sola, mettendomi a testa in giù. Mai tinti, mai stirati, mai neanche un colpo di sole. Sciolti, semplici, movimentati e spontanei come stavo diventando io.
Li accorciai un poco prima di partorire. Temevo che mi avrebbero dato fastidio durante il parto. A casa, mentre allattavo, li portavo raccolti alla bell’e meglio con un mollettone.
Nelle foto sono sempre uguale: io con i capelli lunghi, ricci, neri, sciolti. Iniziò a dirmi che sempre uguale era sciatto. Che quei ricci lunghi non erano più tanto belli. Che tutte le donne facevano qualcosa per essere belle, mentre io….Io…. Fu per compiacerlo? Fu per accontentarlo? Fu per noia o voglia di cambiamento? No. Fu per orgoglio. Fu per sfida. Forse per paura. Fu perché ancora una volta non riuscivo a dire di no alle mollette. Fu per la speranza di un nuovo inizio che li tagliai. Questa volta ricordo bene il dove e il quando.
Avevo dedicato ai miei capelli molte poche cure e attenzioni fin qui, come a me stessa. Questo passo dopo 25 anni richiedeva un’attenzione speciale. Era il 2 gennaio 2016. Scelsi un parrucchiere amico e iniziai il nuovo anno. Il pavimento era pieno dei miei ricci, neri, immobili. lucidi di umidità. Erano talmente tanti che li disposi sul pavimento a formare la sagoma di un volto. Il mio, che stava cambiando. Conservo ancora quella foto. Il collo aveva freddo. Mi sentivo leggera, fresca, nuova. Una nuova me per il nuovo anno, per una nuova vita, speravo. Per aggiustare quella che avevo e che mi stava sfuggendo di mano, lo sentivo.
Non ricordo i commenti, né le osservazioni. Ma i capelli corti non cambiarono le cose, non aggiustarono nulla. Ma io ora avevo i capelli corti, ero diversa, mi guardavo, andavo dal parrucchiere. Comprai rossetti. E otre ai rossetti qualche accessorio e qualche vestito nuovo. Ma non divenni bella. Non fui amata. I ricci erano a terra. E a terra erano anche tutti quegli anni insieme. Erano cambiati i capelli e la vita intera. Ma continuai a lasciarli corti. Mi ringiovanivano mi dicevano tutti.
Pochi mesi fa era di nuovo ora di andare dal parrucchiere per tagliarli: stava arrivando “la mezza lunghezza”! E poi ormai sono in parte bianchi e i capelli bianchi stanno meglio corti altrimenti invecchiano – mi dicono – e io non voglio tingerli, né invecchiare. Ma ogni volta che provavo a prendere appuntamento non lo trovavo, poi è arrivata l’estate e allora è meglio rimandare che poi il mare li rovina, anche se quest’anno al mare ci sono andata poco. Li taglio dopo. E di mese in mese me li sono ritrovati di nuovo sulle spalle. Ricci, morbidi, tanti, lunghi, bianchi. Forti, folti, selvaggi, spontanei, liberi, essenziali, gioiosi, vitali. Non li taglio. Ci ho messo una vita a farli crescere e a crescere.
