di Alisia Cinellu

Cosa è un uomo?
Una voce acuta e possente naufraga nelle orecchie. Come un fallo.
Una bambina in cameretta, gioca, non fa altro, perché è sola, non ha nulla da condividere con gli altri, gli altri non ci sono. Il suo nome è Zaira e gioca con le bambole: finge di essere madre. Una madre buona, accudente; anche se ogni tanto ammonisce le sue figlie bambole. Tutte femmine.
È successo qualcosa, fuori dalla porta della cameretta, nell’altra stanza. Una porta di legno chiaro con al centro un vetro opaco incastonato permette di scorgere delle ombre. Ombre nere. Al posto della luce, si espandono oltre il vetro opaco ombre, che si dimenano, urlano.
Sarà il caso di uscire?, si chiede Zaira. Vado a vedere? Mamma? Hai bisogno che ti proteggo? Io come mi proteggo? Mi devo proteggere?
Ma forse è tutto normale, in questo mondo, nel suo mondo.
Le urla continuano.
Che sarà successo oggi? Un cliente gli avrà risposto male durante la mattinata di lavoro? Mamma avrà cucinato qualcosa di sbagliato? Avrà incontrato qualcuno di antipatico lungo la strada per tornare a casa? O sono io il problema? Perché sono qui?
Nessuno fa caso a lei. Allora perché ce l’hanno portata? Qui… nel mondo…
Pettina le bambole.
Mamma vi ama, mamma vi protegge. Cattive. Non si fa la pipì addosso.
Bisogna accudire, stare in silenzio, fare sempre la cosa giusta.
«Zaira è pronto il pranzo».
Tranquille bambine mie, non siete sole, non dovete avere paura delle ombre. È solo papà.
Zaira esce, con lo sguardo basso. È meglio tenere lo sguardo basso. Non sia mai che faccia qualcosa di sbagliato, oggi o sempre, poi le urla sennò se le piglia pure lei, e proprio non le va. Zaira si siede e manco saluta. Tanto nessuno fa caso a lei. Se parlasse, probabilmente nessuno le risponderebbe.
Sto in silenzio, zitta, sparisco.
Mangia i suoi gnocchetti al sugo. Lentamente, porta gli gnocchetti alla bocca, stando attenta a non sporcarsi. Tiene stretta la forchetta, come in un pugno, quasi si trattasse di un aggeggio grosso e opprimente al tatto.
La mamma, Anna, sta zitta, con lo sguardo basso, di fronte a lei. Il silenzio nelle urla. La sottomissione.
Anna ha scelto di restare lì, e sapete: non se n’è mai andata.
Lui urla.
Ma bambine mie, non dovete avere paura, è fatto così: è stato poco amato, non dovete avere paura del dolore. Ci sono qua io, mamma. Anche se non riesco a sorridere, ci sono qua io, mamma. Anche se so che non mi vuoi. Nei miei occhi vedi lui?
Zaira ha gli occhi tali e quali a papà. Anche se adesso, con lo sguardo basso, a stento si possono vedere.
Ma non dovete avere paura bambine mie, i miei occhi sono solo uguali ai suoi.
Anna vede lui, quando guarda gli occhi di Zaira: a stento la guarda. Quindi: prende il suo piatto vuoto, e va via, di là, in cucina, in silenzio.
Zaira, ogni tanto, pensa che, forse, può curare il male, il dolore, le ombre che infestano la casa. depressione. La depressione è la negatività e il senso di colpa interiore. E lei, a volte, si sente in colpa per essere nata.
Sono la catena ai piedi di mamma. Mamma perdonami, io non volevo legarti qui, a queste ombre. So che ho i suoi occhi, ma giuro che io non sono lui, giuro che io so amare, vedi come sono brava con le mie figlie bambole letrattosemprebenelogiuro io leamoprioprio e leproteggo.
Mamma, perché tu non mi proteggi?
Le ombre, i suoi occhi. Zaira non alza lo sguardo. Non ce la fa proprio a vederle le ombre. Respira a stento. Non si respira proprio dentro casa. Mangia tirata che quasi sembra legata alla sedia con una corda, come un sasso la testa spiove sul piatto di gnocchetti al sugo.
Cosa è un uomo bambine mie? Un uomo può amare?
Un uomo eredita il dolore dal padre, poi: distrugge.
Ma bambine mie, non vi preoccupate, non c’è niente di cui dovete avere paura. Ci sono qua io.
Lui è lì vicino a lei, seduto a capotavola, può sentirne il puzzo di birra.
Bleah. Vorrei abbracciarlo. Che puzza. Papà, sai che esisto? È l’odore del dolore bambine mie. Anche io puzzo ogni tanto. Ma non ci dovete far caso, io comunque vi amo. Non è che perché puzzo, non vi amo. Sia chiaro.
Finisce gli gnocchetti al sugo e, lentamente, si alza. Porta il piatto in cucina, lo mette a mollo nel lavello, già ricolmo di acqua insaponata. Anna sta lavando il resto delle stoviglie, a testa bassa, non grida. Lava, e basta.
Zaira torna in cameretta, varca la porta di legno chiaro, un mezzo-confine, al centro il vetro opaco incastonato. Senza rendersi conto: respira, lungo le gambe un calore bagnato si fa strada e urta i pantaloni del pigiama rosa, che, lentamente, si bagnano.
Meno male che ci siete voi bambine mie. Mi sono fatta la pipì addosso. È calda. Qualcuno mi vedrà?, tra queste ombre. Ora, puzzo, anche io. Qualcuno mi levi questo odore!
