di Giusy Seno

Ora che la tua sedia è vuota non posso più confrontarmi con te. Quando potevo molto spesso mi trattenevo. Forse per pudore, o per rispetto. Avevo paura di collidere con i tuoi valori, con le tue convinzioni con quella cultura in cui eri nato e cresciuto.
Sei stato con me per quarantotto anni. Eppure non sono bastati per capirci fino in fondo. Ne soffro ancora. Per la tua assenza ora, per la mancata comprensione a volte tra di noi. Mi sforzavo, ma la mia vita, le mie esperienze mi avevano performata. Mi dicevi che ero la ribelle di casa, nonostante fossi la più piccola delle tue figlie, quella con le idee strane, quella che usciva la sera e tornava la mattina seguente. Quella da centro sociale se solo ce ne fosse stato uno in paese. Quella che capiva le motivazioni dei migranti che attraversano i confini per una vita migliore. Quante volte abbiamo parlato in maniera accesa sulla questione? Quante volte ci siamo confrontati sul fascismo? Tu ricordavi di quando morì il nonno e di come allora lo Stato inviasse soldi alla nonna per sostenerti.
Forse dimenticavo che eri nato nel 1933, che eri piccolo durante la seconda guerra mondiale e che non avevi potuto concludere il percorso scolastico. Mi raccontavi spesso che avevi patito la fame da piccolo, che molto spesso insieme ad altri ragazzi rubavate frutta e ortaggi nei campi dei contadini e di quante volte avevate rischiato nel farlo.
Eri figlio di una cultura patriarcale, le idee liberiste e progressiste non le comprendevi, difendevi il tuo vissuto con la caparbietà propria di una generazione che ad un tratto si è trovata catapultata in un mondo che aboliva quei valori che per voi erano stati i pilastri di tutta una vita.
Questa nuova realtà ti destabilizzava, l’ho compreso nel momento della malattia, quando la tua fragilità è diventata preponderante in ogni aspetto vissuto.
La tua voce aveva perso la forza imperiosa che ti aveva sempre contraddistinto. Lo sguardo non era più così penetrante. Ricordo che a volte bastava che mi guardassi per capire che avevo detto o fatto qualcosa che non condividevi. Nonostante nell’animo mi ribellassi a quello sguardo, ora che la tua sedia è vuota, sento la mancanza di quel tuo silenzioso dissenso. In fondo sono quel che sono anche per i tuoi sguardi, per i tuoi dissensi alle mie idee, al mio vivere e sentire.
Da te ho imparato a non aver paura di lottare per le mie idee, a non nascondermi, ad entrare in guerra quando necessario, a essere paladina di quei valori che sono parte imprescindibile di me. Sono quel che sono anche grazie a te. Il mio essere donna si è scontrato spesso con il tuo essere uomo prima e padre dopo. Forse volevi proteggermi dal mondo, da me stessa, da quella anima indomita e imperfetta che nasceva imperiosa dentro di me.
Sei stato tu la radice di quell’anima papà.
Siamo stati su fronti opposti a volte. Io nascevo da Venere. Tu da Marte. Eppure oggi il ricordo che affiora alla mia memoria è quando durante uno dei tuoi ricoveri di notte ti stringevo la mano, mentre tu mi guardavi con un mezzo sorriso tirato sulle labbra. I nostri ruoli invertiti. Io la roccia alla quale aggrapparti e tu il naufrago che si aggrappava disperatamente all’unica cosa certa in quel momento di smarrimento. Eravamo uguali, uniti, senza più ruoli di genere, solo due essere umani connessi.
Oggi guardo la tua sedia vuota e mi trovo a desiderare il tuo sguardo di dissenso, la tua voce profonda che contraddice le parole che escono dalla mia bocca come pietre.
Vorrei che lo spazio vuoto che mi circonda fosse invaso dalla tua presenza. Vorrei tornare indietro nel tempo e colmare la distanza che a volte c’era tra di noi.
Forse un giorno camminerò di nuovo nei tuoi stessi sentieri.

Questo racconto mi ha ricordato mio padre, le stesse rigidità che ci ricordano un tempo molto lontano, alla miseria del dopoguerra, ma soprattutto dovuto ad atteggiamento genitoriale che oramai non esiste più, ma che in qualche modo ti rimane dentro. Un divario tra la genitorialita’ di oggi e quella di un tempo…un’enorme distanza, che può essere intesa come una lacuna affettiva mai colmata.
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