di Camilla Loglisci

Le sue mani.
Le sue mani sul mio corpo.
“Avresti dovuto saperlo”, mi dicono.
Avrei dovuto saperlo.
Sono stata una brava bambina. Educata, precisa, ubbidiente. Il mio grande problema era che avevo la lingua lunga. È vero, è importante essere onesti, mi dicevano, ma non bisogna parlare troppo, non è necessario dire sempre tutto.
“Offendi la gente. Sei cattiva“.
Ed io che credevo di essere brava nel dire le cose come stanno, perché la sincerità è sempre cosa buona e giusta.
Ho imparato in fretta ad occupare meno spazio possibile. A non farmi notare. A non dar fastidio. Così piaci di più alle persone. Col tempo sono persino diventata silenziosa. Tutte le volte in cui qualcuno mi rivolgeva la parola, parlavo il meno possibile. Più cercavo di afferrare le parole, più quelle mi sfuggivano, ed io rispondevo a monosillabi, incespicando in frasi spezzate. Ero diventata così brava a zittirmi che avevo disimparato a parlare.
Le sue mani.
Le sue mani sul mio corpo.
“Dovresti sapere che l’invito di un uomo a casa per un caffè è un invito a scopare”.
Arrossisco, abbasso il capo, socchiudo gli occhi per trattenere le lacrime tra le ciglia.
Stupida. Ingenua. Sciocca.
A scuola ero molto brava e questo rendeva fieri i miei genitori. Mi piaceva studiare, ma ancor di più leggere. Finivo presto i compiti, avevo sempre fretta di affondare il naso tra le pagine dei libri. Andavo spesso in biblioteca e tornavo a casa con lo zainetto pieno: ero una lettrice avida, leggevo con foga. Rincorrevo parole ribelli, le acciuffavo senza pietà; la mia testa diventava la loro gabbia. Trattenevo quelle parole di cui avevo così tanto bisogno e che non riuscivo più a dire. Affondavo sempre più nella poltrona del salotto, rannicchiata in me stessa con un libro tra le mani. Scappavo da una vita che mi stava troppo stretta, da un mondo che mi teneva ostaggio.
Le sue mani.
Le sue mani sul mio corpo.
“Perché non gli hai detto che non volevi?”
Tra le doti che ho sviluppato meglio, c’è sicuramente quella dell’anticipazione. Anticipare i desideri degli altri. Per essere lodata, per essere apprezzata; per essere amata.
Non potevo in alcun modo contrariare le persone. Una smorfia di disappunto sul volto di qualcuno significava che avevo fallito. Uno sguardo deluso era una lama che affonda nella pancia.
Anticipare e fare silenzio, per far felici gli altri.
Senza mai pensare a cosa facesse felice me. Perché io, in fondo, acquisivo valore solo negli occhi degli altri.
Sono cresciuta, docile e accondiscendente.
Avevo bisogno di amore. Cercavo qualcuno che mi salvasse da me stessa.
Le sue mani.
Le sue mani sul mio corpo.
Ci conoscevamo ormai da diversi mesi. Ho accettato il suo invito e siamo andati a casa sua.
“Accomodati pure”, mi ha detto senza nemmeno guardarmi.
Ho appoggiato giacca e borsa su una sedia e mi sono seduta sul bordo del divano, in attesa. Le spalle curve, la curiosità dello sguardo soffocata dalla mia timidezza. Si è seduto anche lui e mi ha invitata ad avvicinarmi. Mi ha presa tra le sue braccia e mi ha baciata, ed io mi sono sciolta in quel calore.
Poi mi ha sollevata, e in un attimo ero sopra di lui, la mia maglietta era per terra e nemmeno sapevo come ci fosse finita.
Le sue mani sul mio corpo, fameliche. Le sue dita ruvide che invadevano la mia pelle, veloci, scattanti, senza freni. La sua lingua nella mia bocca. Le sue mani che s’infilavano nei miei jeans e provavano a togliermeli, io che cercavo di fermarle, le tiravo su, ma loro tornavano giù, sempre più giù. Non sapevo dire di no, così mi sono arresa. Forse, in fondo, lo volevo anch’io.
In un attimo io era nuda e lui con i jeans abbassati spingeva dentro di me.
Una manciata di minuti in cui ho aspettato che finisse. Io non ho provato nulla. È venuto subito e subito si è tirato su i pantaloni, ha chiuso la cerniera e si è sdraiato sul divano, soddisfatto.
Sono andata in bagno e lì mi sono guardata allo specchio, cercando di capire se fosse cambiato qualcosa. Ma non era cambiato nulla, perché anche questa volta ero rimasta zitta, zitta e buona.
Ho un tono di voce basso. Tuttavia, ogni tanto, quando racconto qualcosa che mi emoziona, la voce si alza senza che io me ne accorga. Ci prova, ogni tanto, a ribellarsi alla docilità a cui l’ho costretta, alle buone maniere, alla vergogna che mi riveste come una seconda pelle. E mentre sto parlando qualcuno mi guarda male, magari mi dice di abbassare la voce, che è troppo alta, e la vergogna si restringe attorno al mio collo, soffoca le parole. E la voce si arrende, il tono si fa subito più basso, le parole fuggono ed io ammutolisco.
È che sono così brava a comprimermi.
Le sue mani.
Le sue mani sul mio corpo.
Sono tornata da lui più volte. Sempre la stessa storia. Mi spogliava, dava qualche spinta e si sdraiava di fianco a me dopo pochi minuti, aspettando che mi rivestissi.
Era il prezzo da pagare per sentirmi amata. Farmi andare bene le cose, chinare la testa, annuire.
Mentre mi preparava la cena, parlava di sé. Io lo guardavo e ascoltavo, sperando invano che mi chiedesse qualcosa di me, ma non mostrava mai alcun interesse per la mia vita. Talvolta lo interrompevo per dire qualcosa; facevo una battuta, provavo a raccontare di qualche uscita con le amiche. Lui nemmeno mi guardava e con un ghigno diceva: “Sei proprio una troia”.
Spaesata da quella sua reazione, lo insultavo e mi allontanavo. Ero confusa. Sentivo qualcosa che iniziava a ribollirmi dentro, al centro dello stomaco.
“Come sei permalosa, te la prendi troppo”.
Mi veniva incontro, mi dava un bacio su una guancia, e riprendeva a parlare delle sue avventure. Io ormai fingevo di ascoltare, pensavo ad altro, e a tavola piluccavo qualcosa dal piatto senza mangiare veramente. Avevo la nausea, era quel posto in cui mi ostinavo a tornare a farmi star male.
Sono tornata da lui più volte, fino al giorno in cui ha provato a costringermi a fargli un pompino.
Una, due, tre volte.
Continuava a interrompere i baci per spingere la mia testa tra le sue gambe.
Quattro, cinque, sei.
Ogni volta in cui la sua mano premeva sul mio capo, il mio collo s’irrigidiva e rimaneva su.
“Dai, fammi un pompino”.
“No”.
Sette, otto, nove.
“Ho detto di no”.
“Troia”.
Quella sera il mio collo non si è abbassato. Ho aspettato che s’addormentasse e sono uscita in fretta. Camminavo velocemente verso la macchina. Più correvo lontano da quella casa, smarrita, più mi sentivo in colpa per quello a cui mi ero costretta per così tanto tempo. Ho guidato per una decina di minuti, poi mi sono fermata vicino ad un parco e sono scesa dall’auto. Mi sono seduta su una staccionata, il collo all’insù, e ho osservato le stelle. Ho notato come il mio petto si muoveva, come la pancia si riempiva e svuotava, mentre il fiato caldo si raffreddava non appena sgusciava dalle mie labbra. Respiravo di nuovo.
Non sono più tornata a casa sua.
Ho iniziato a dare ascolto a quel ribollire nella pancia, a notare come serravo i denti ogni volta in cui qualcosa mi dava fastidio, a scollarmi di dosso qualche strato di vergogna.
Vorrei poter dire che è stato facile, ma non è stato così. Non lo è ancora.
Non lo è mai.
