di Silvia Trombetta

Quando ho smesso di essere innamorata di te? Non di amarti, perché credo di amarti ancora. Anzi ne sono sicura. Se di amore si tratta, nonostante tutto. O comunque qualcosa del genere. Non credo di poter fare altrimenti. La natura del nostro legame è troppo necessaria per poter smettere del tutto di amarti. Ma certo c’è stato un momento –molti anni in realtà- in cui sono stata innamorata di te. Poi ho smesso. Ma non riesco a ricordare né quando né perché né come. Non riesco proprio a ricordarlo.
Non ricordo nemmeno quando esattamente ho smesso di credere in Dio. Forse le due cose sono collegate. Forse i due amori erano collegati. Quello per Dio e quello per te. Due assoluti. Due riferimenti, due guide che mi indicavano cosa fare, cosa non fare, cosa era bene, cosa male, dove andare, perché andare. Tu in realtà non eri mai – quasi mai- diretto. Non è nella tua natura in effetti. Non ricordo liti, né alzate di voce. Ricordo molto bene i silenzi – lunghi giorni – e gli sguardi. Non mi dicevi fai questo o quest’altro. Semplicemente io già sapevo cosa dovevo fare e non fare. E se non accadeva – solo nelle piccole cose naturalmente – quello che sentivo era il tuo sguardo posato su di me. E al massimo – ricordo – un “non mi aspettavo questo da te. Mi deludi”. Per questo io potevo affermare, con orgoglio, che io e te non litigavamo mai. Le cose importanti poi le decidevi direttamente tu. Era giusto così. Succedeva naturalmente che io avessi un pensiero diverso dal tuo. E lo sostenevo con veemenza. Allora tu mi squadernavi tutti i limiti della mia cultura, cominciavi a citare filosofi, ricerche, mi mostravi libri. E io rimanevo con il mio pensiero in gola. Continuavo a esserne convinta. Ma non sapevo abbastanza. Forse è allora che ho affinato la mia capacità di argomentare. Forse erano quelli i primi tentativi di affermare me stessa. D’altronde la tua cultura era così vasta, il tuo sapere così ampio, riflesso ovunque, nelle migliaia di libri che ci circondavano, che certamente tu ne sapevi più di me e io desideravo solo – un giorno – poterne sapere quasi altrettanto. Eppure rimaneva in me la convinzione delle mie idee. Anche quando tacevo, ridotta al silenzio dalla tua erudizione e dal tuo garbato disprezzo io sapevo che pensavo una cosa importante.
Peraltro avevo molta autonomia. In questo non mi hai mai limitata. E te ne sono profondamente grata. Sostenevi la mia possibilità di andare e venire. Ma io in realtà andavo poco lontano. Neanche immaginavo di potermi allontanare granché. E questo forse non per causa tua. Fatto sta che rimanevo lì, sempre nei paraggi. Anche perché dovevo occuparmi di te. Della tua infelicità. Della tua solitudine. Scrissi delle poesie su questo. Sentivo che avevi bisogno di cura e il mio amore ti avrebbe curato. Anche per questo non potevo deluderti. Non anche io.
Anche quando eri preoccupato per me non mi dicevi sì o no, ma solo che non condividevi. E questo bastava. Ma comunque non hai avuto molto di cui preoccuparti. Della mia infelicità non ti parlavo e tu non avevi occhi per vederla. Avevi la tua a cui pensare. E io – come te, come tutti – mi rintanavo nel mio silenzio per sopravvivere. Forse ti sei preoccupato più di quanto io non abbia capito. Forse. Ma sei rimasto in silenzio a guardare o – chissà – ad aspettare.
Per questo io e te non litigavamo mai. Andavo fiera di questo. Le mie amiche invece litigavano. Io non ne avevo bisogno.
Non ricordo neanche esattamente perché ero innamorata, cosa trovassi unico ed eccezionale. Ti ammiravo, certamente. Ma a parte questo? Non eri simpatico, brillante solo in situazioni lavorative, gentile e naturalmente elegante, questo sì. Hai sempre amato le cose belle e questo mi piaceva e l’ho imparato. Solo che abbiamo un’idea piuttosto diversa della bellezza. Eri curioso, una mente sempre alla ricerca, mai paga della prima risposta. Lo sei ancora. Anche io in parte.
E dunque, quando ho smesso di amarti? Cosa è accaduto poi? Quando ho smesso di cercare la tua approvazione? Non riesco a ricordare. C’è un prima e c’è un dopo.
Il dopo è pieno di tentativi di rompere quel silenzio, di parlarti di me. E talvolta accadeva. Allora tu ascoltavi. Ti commuovevi di questa nostra intimità. E io mi emozionavo perché ero riuscita a parlarti di me. E me ne andavo sicura e rassicurata. Poi il tuo comportamento mi mostrava che no, non avevi ascoltato e non mi avevi conosciuta, avevo solo esposto me stessa, nuda, inutilmente. E tante volte ho riprovato. E ogni volta ho fallito. Poi ho smesso di provare. Ho smesso di parlare. Ancora non hai capito perché. Non ero più innamorata. Solo profondamente delusa. E ferita. Ho cercato e ho trovato, altrove.
Ricordo i regali per esempio. I regali che mi facevi: erano belli, costosi anche. Ma non erano mai per me. Anche se sapevi che un oggetto non mi piaceva tu me lo regalavi. Forse all’inizio non lo immaginavi, ma poi ho iniziato a dirlo apertamente e tu continuavi a regalarmi gioielli che non avrei mai indossato e che sono ancora chiusi nei cassetti. Così speravi –immagino- che sarei stata un giorno quella che volevi. Nei gioielli e in tante altre cose. Sono stata una delusione indubbiamente. Nei gioielli e in molto altro. Solo qualche anno fa per la prima volta mi hai sorpresa: mi hai regalato un libro di poesie. E’ stato il regalo più bello che io ricordi da parte tua. Quello era per me.
Ecco, vedi? I ricordi riaffiorano sulla pagina, ma quello spazio non ritorna ancora. Lo spazio fra te adorato, ammirato, punto di riferimento e te detestato, allontanato, te da cui mi devo proteggere e nascondere. Te che amo con dolore e impotenza.
Certo la nostra vita cambiò. Radicalmente. Tu ti allontanasti, tuo malgrado. Ci vedevamo di meno e in modo diverso: e questo forse fu l’inizio. Una distanza che mi permise di trovare gaiezza, lontano dai tuoi silenzi, dal tuo sguardo. Non trovammo in quel periodo, pur cercandolo, un modo nuovo di stare insieme. Tu continuavi a lamentarti della tua solitudine. Ma continuavi a non vedere la mia. E non capivi che non volevo più – non potevo – continuare a occuparmi della tua. Iniziai a occuparmi della mia. Conobbi un uomo. Un uomo completamente diverso da te. Lui mi ascoltava. Mi vedeva per quello che ero e soprattutto che volevo essere. Mi regalava piccoli doni di nessun valore, ma per me. Tu lo hai disprezzato, non capivi cosa mi legava a lui. O forse proprio per quello lo disprezzavi. L’ho amato molto e a lungo. Continuando ad amare anche te. Ed è stato difficile amarvi entrambi, in modo diverso. Difficile nelle poche occasioni in cui eravate insieme. Di fondo, sempre ostili l’uno all’altro. E io a cucire i lembi estremi della mia vita.
Ecco deve essere stato quello il momento – il periodo – in cui ho smesso di essere innamorata di te, babbo. Mi sono innamorata di un altro. Solo da poco ho iniziato ad innamorarmi di me.
