di Monica Cervera

Come si fa ad evitare di farsi travolgere da quelle cascate impetuose e fiondarsi nel vuoto per non sentire più dolore, me lo chiedo spesso, ma oggi so che anche con brandelli di sé si può restare in vita.
Ho sempre pensato che se c’è un tempo per morire, è tra la notte e la mattina appena sveglia, dopo non muori più.
Ho scoperto da poco tempo che l’odore del pane mi restituisce un’atmosfera, qualcosa che si collega con un ritmo semplice e ancestrale del quotidiano.
Così ogni mattina, dopo gli attimi di buio feroce, svio, sterzo, l’analisi me lo ha insegnato, esco di casa per andare al forno vicino, occorrono solo pochi passi, a sentire l’odore del pane appena cotto. Non è comprare ma avvertire il buono, la funzione delle mie narici che si allargano e si predispongono a quegli odori, a quelle fragranze, mi mette in circolo pezzetti di vita, poi compero uno sfilatino, che puntualmente non mangio per intero, ma quell’azione mi é necessaria.
Ritorno a casa tenendo tra le braccia, un piccolo fagotto, caldo e generoso con me, mi lascia il suo odore, sa che quello antico non sarà più e quindi la sua fragranza diventa ancora più intensa. Un cibo che mi lascia tenere ancora Gabriele tra le braccia.
I miei ritmi non cambiano, so solo che mi consentono di andare avanti, non mi bloccano, così, anche se ogni giorno è uguale a se stesso, identico a quello prima, mi permette di sentirmi a mio agio, di vivere, non che sia così importante, ma lo è per Claudio, che non so sinceramente perché stia con me, però lo fa e con entusiasmo.
Quando mi ha detto del viaggio in Valle d’Aosta sarei voluta sprofondare, la montagna per me, ma scherziamo, ecco vado lì e poi muoio, questa volta succede. Vette altissime e poca luce, gente schiva, silenziosa, questo mi é venuto in mente, ma anche perché, sto in pace qui con il mio ritmo quotidiano, non voglio scossoni.
Poi una notte sei arrivato tu che scalavi e mi tenevi la mano, dai mamma non essere pigra, vieni anche tu, ecco a te non posso e non potrò mai più dire di no, quindi parto, vado con Claudio. “Amore sai stamattina pensavo di salire su alle cascate di Lillaz….tu hai preso le pillole?”.
“Ma non mi va di prendere quelle stramaledette pillole, sono stufa, a cosa dovrebbero servire, cosa ne sa il dottore del mio dolore, secondo lui dovrebbero lenirlo o guarirlo, nessuna pillola manda via il dolore e nessuna pillola mi ridarà indietro mio figlio”.
Sono abituata alla disciplina e so di dover prendere la mia dose giornaliera di antidepressivi, quantomeno hanno la funzione di farmi sbadigliare meno. Quella apertura e chiusura della bocca, tipici sintomi post traumatici.
“Sei pronta?” “ Sì ”. “Prendi anche l’antivento che può servire”.
Poi ho visto ieri arrivando, con la coda dell’occhio, che c’è un piccolo forno, voglio entrare lì prima di partire per la passeggiata.
“Claudio, il pane, ne prendiamo un pezzetto prima di proseguire?” “Si”, lui sorride.
Claudio sa che la montagna mi farà bene, ne ha parlato anche con il dottore, portarmi lontano ha senso e così ha pensato alla Valle d’Aosta.
Lì non hai scampo, devi pensare bene a dove metti i piedi nelle passeggiate d’altura ti devi un po’ strappare, affaticare, il corpo deve fare da guida e quindi non puoi pensare a tanto altro se non a dove appoggi i piedi. Una cura, un regalo per me.
Alloggiamo in un B&B molto carino ai piedi delle cascate.
Chiusa la porta, siamo pronti a uscire, è mattino presto.
Claudio é pronto a tenermi la mano perché faccio tutto controvoglia, ma l’idea di entrare in un forno mi allieta e mi alletta.
Compro un piccolo sfilatino, solo in carta, niente busta, devo tenere tra le braccia il mio fagottino.
Cammino e ogni tanto ne strappo un pezzetto, Claudio ne prende solo un piccolo morso e poi me lo lascia.
C’è qualcosa nella fatica che avverto camminando tanto che sono molto vicina alla soddisfazione. Mi sento soddisfatta oggi, e pensare che non volevo neanche partire, bizzarro ciò che accade quando tu non decidi, beh sì, non puoi decidere sempre tutto, molla!
É il secondo giorno, sono qui in questo posto lontano da iddio sa cosa e non penso, non sto pensando, ma che magìa è questa!
Comincio ad avvertire un piacere fisico e respiro meglio. Piccoli frammenti di gioia si stanno insediando nel mio corpo.
A metà percorso mi accorgo di non aver preso le pillole, ma non dico niente a Claudio, al massimo piangerò, però non voglio pensarci, in fondo un antidepressivo non è un salvavita, anche se me la sta salvando, ma poco poco.
Claudio ama questi luoghi, io ci sto prendendo confidenza.
“Dai un altro tratto di salita e riusciamo a vedere le cascate di Lillaz dall’alto”. “No, io mi siedo su questa panchina e ti aspetto, da qui le vedo bene”.
Claudio fa una leggera smorfia di disappunto però acconsente.
Mi dà fiducia, mi lascia a metà percorso e prosegue.
Ma cosa crede che senza di lui io non vivo, ma lui non sa neanche cosa voglia dire la parola senza, in fondo non è lui che ha perso, ma io. Un pensiero arrogante, ma cavolo forte, io sono forte, no non può essere, me lo dico, ma queste montagne si stanno allineando in qualche punto per farmi ritrovare, oh mio dio, un pianto liberatorio.
Guardo l’altezza, un eventuale salto nel vuoto, no, non c’è, non lo trovo da nessuna parte, neanche nella più remota parte della mia mente, e anche senza pillole, respiro. Squilla il cellulare, “tutto bene ?” “Si”.
Tengo la mano a Gabriele, lo sto stringendo, lo sto abbracciando.
Claudio é dietro di me, mi ha raggiunto .“Mi dai la mano?”.
No amore cammino da sola.
