di Alice Bracaglia

Stesse sedie nere dure ma comode, ogni lunedì torno a ripetermelo mentre scaravento delicatamente la Saint Laurent sulla sedia gemella di sinistra. “Ho sempre adorato i giochi d’acciaio nell’arredamento”, penso per sfuggire al presente mentre mi concedo qualche secondo ancora per osannare la mia borsa. Borsa nera dalla pelle dura e resistente che potrei portarci dentro un cadavere, dopo oggi potrei anche optare per il mio. L’odore della stanza è fruttato ma non invadente, dimentico sempre di chiedere il nome della fragranza me ne ricordo solo all’uscita dello studio e puntualmente mi imbarazzo nel chiedere. Siedo sempre a sinistra come il mio gatto, ora siamo in due, lui è alla mia destra e non si è dato alla fuga, ha solo assunto qualche benzodiazepina per sedersi meglio. Ci siamo, la sedia nera mi richiama all’immanenza. Anche oggi è lunedì e lui è ancora alla mia destra “possiamo farcela” mi ripeto come un mantra, sono due lunedì che lo lascio parlare per primo. L’amore mi rende stanca e così mi adagio scomoda nell’ascolto di due voci familiari: una è la voce che amo, l’altra è la voce che mi ricorda di amarmi. Le due sedie, poi i due poggioli si fanno argini a cui le nostre coscienze si sporgono nella contemplazione di un vuoto nuovo. E allora mi chiedo “se c’è un me che percepisce un vuoto, un noi che lo percepiamo, non è che è semplicemente pieno di qualcosa che non sappiamo più chiamare? E se noi siamo ancora lì a guardare siamo due voyeur del vuoto o quella miscellanea incomprensibile delle incomprensioni che ci riguardano meritano ancora di essere guardate?” Non lo so e oggi non avevo nemmeno tanta voglia di scrivere, tantomeno di parlare eppure ho detto tutto. E mentre rifletto compiaciuta sulla saggia scelta di qualcuno di non affiggere un orologio rumoroso alla parete, un’agenda di uno scuro cuoio marrone sancisce all’unanimità che ci riaffacceremo ai margini delle nostre coscienze lunedì alle 16.00. Durante il congedo i pensieri sono ricorrenti, ma la conclusione costante e univoca “dovrebbe essere semplice guardarsi negl’occhi e dirsi la verità” e quasi mi vien da ridere mentre penso che paghiamo per farlo. Non sarò mai forte abbastanza su quella sedia, di certo non come la mia borsa, lei non mente mentre noi ci prendiamo in giro spesso, con amore ma lo facciamo. Così al mio trentaduesimo compleanno ho comprato una Saint Laurent avevo proprio bisogno di un alter ego potente e capiente. So sempre ciò di cui ho bisogno e la natura a cui quella borsa nera sottende mi è negata tanto da rendermela necessaria come amica, quell’amica che ce l’ha fatta. È così raffinata, elegante, ma soprattutto senza tempo, e poi quello che dentro vi è riposto resta lì, non si svuota, non si rompe, non muore.
Come sempre sull’uscio mi ricordo di quanto è buono quell’odore e imbarazzata lascio lì dentro ogni domanda e ogni speranza, non sarò mai così dura e resistente da dire la parola “maternità” su quella sedia.