di Silvia Trombetta

Sono ossessionata dalla deformità dei corpi. O meglio, dalla degenerazione dei corpi. Non dai corpi che nascono già deformi o con qualche bruttura. Ma da quelli che deformi ci diventano. Come il mio. I corpi che la vita imbruttisce, modifica, allenta, increspa, imbianca, ingrassa o dissecca. Come il mio. Insomma i corpi che invecchiano, fino a renderti irriconoscibile. Come quello di mia zia, negli ultimi mesi giorni e ore prima della morte. O quello di mia nonna, quando l’ho rivista, morta il giorno prima. O quello di mia madre, che ogni giorno rinsecchisce e ripiega, consumato dall’angoscia che la pervade.
Scruto attentamente e di nascosto i corpi che incontro. Prima ancora delle persone vedo il loro corpo. Ne misuro la flaccidezza, le rughe, il peso, il tono muscolare, la secchezza della pelle, la vitalità dell’iride, la tonicità delle braccia e quella delle ginocchia, il doppio mento. Li paragono al mio. Provo antipatia profonda per chi – non giovane – mi mostra un corpo più tonico, elastico, liscio, asciutto. E’ invidia, ad essere onesta. Ma senz’altro hanno sempre fatto attività fisica, o trattamenti estetici, mi dico. Provo sollievo e mi tranquillizzo quando vedo le rughe, le rotondità o i chili in eccesso, quando anche il corpo altrui è brutto. Scruto anche il corpo degli uomini: la pancia, la calvizie, il petto flaccido o con le mammelle, i polpacci imberbi.
Immagino questi corpi nudi, sotto la doccia, li immagino negli amplessi. Mi chiedo se riescano ad averne, se possano averne. E di che qualità. Mi chiedo se sono desiderabili. Per qualcuno. Cioè mi chiedo se qualcuno può desiderare quel corpo molle, o secco o rugoso. Quelle labbra sottili, quei seni cascanti e quella pancia che ostacola. Quando vedo due corpi brutti che si baciano o si scambiano tenerezze mi ricordo che l’amore si fa con una persona e non con un corpo e per questo tutti fanno l’amore. Cerco di convincermene. E di rassicurarmi.
In spiaggia la mia attenzione diventa estrema: sono circondata da corpi di ogni foggia, dimensione, colore. Ci sono corpi bellissimi. Soprattutto giovani, molto giovani. La maggior parte però sono brutti. Anche i corpi magri. Flosci spesso, e aridi, puntuti, con la pelle di tartaruga. Oppure grassi, flaccidi, cascanti. Pance e natiche penzolanti. Seni minimi, appena accennati, bottoni mammari non sviluppati, o esuberanti e flosci, generosi e svuotati, contenuti da costumi robusti senza i quali sfiorerebbero gli ombelichi.
Eppure si muovono, ridono, si abbracciano, nuotano, si sdraiano. Come può un corpo brutto compiere impunemente tutti questi atti vitali?
Io come posso stare al mondo con il mio corpo? Si trasforma sotto i miei occhi mio malgrado, senza che io possa arginare, rallentare o solo guidare questa trasformazione. Ineluttabile. Il mio corpo mi dice inequivocabilmente che la vecchiaia è vicina, giusto dietro l’angolo. E con lei sono vicine tutte le limitazioni funzionali: le difficoltà di digestione e di movimento, la stanchezza, la memoria a breve termine che si riduce, la rigidità del pensiero che aumenta, i legami sociali che si allentano. Il ritmo del sonno è già cambiato, l’appetito e i gusti alimentari anche. Le energie sono già diminuite sensibilmente e talvolta non trovo quella parola che ho sulla punta di lingua senza riuscire a pronunciarla. La pancia – l’ho sempre avuta – non è più quella rotondità femminile che se fossi stata più consapevole avrei considerato seducente. E’ un rigonfiamento estraneo e perentorio, che mi obbliga a indossare vestiti ampi per nasconderlo. Le ginocchia sono orribilmente cascanti, quasi informi, indistinguibili dalla coscia. La schiena fino a pochi anni fa liscia ed eretta e snella, fa le borse sui lati. Le braccia cominciano a formare quella lassità inferiore che trema come ricotta al primo movimento. Già, il movimento poi. Sempre stata sedentaria (ed ecco ora le conseguenze), ma mi piaceva andare in montagna, mentre ora quando ci provo mi devo arrendere all’evidenza di un corpo che fa fatica, più fatica del mio desiderio di salire. E non mi segue come prima. I seni ancora reggono (nel vero senso della parola), ma per quanto? Li scruto ogni mattina vestendomi, temendo di scorgerli più vuoti. Anche le rughe per ora non compaiono, e i capelli sono ancora piuttosto neri, anche se dipende da dove si guardano, perché ormai le chiazze grige sono sempre più estese. In compenso ho le pinzette sempre appresso per i peli sul mento, quelli che pensavo appartenessero solo alle raffigurazioni delle streghe e delle befane. Le borse pesanti e le occhiaie scure risaltano sull’incarnato pallido e grigiastro e cerchiano i miei occhi piccoli, facendo sembrare la mia vita una battaglia più dura del reale. La cellulite l’avevo già a 15 anni, ora ho smesso di considerarla: soggiace a tutti i miei tessuti della parte inferiore del corpo conferendo loro una forma curiosa e indescrivibile.
Del sesso meglio non parlare. E’ nero ancora, ma sempre più asciutto e raggrinzito. Ma forse quello non mi serve più. Difficile essere desiderabile, penso. Per questo, credo, la deformità di tutti i corpi mi aiuta e mi rassicura. Forse posso ancora essere desiderata? E io che corpo posso desiderare? Mi devo rassegnare a una pancia e un sesso bianco e lento? O smettere di desiderare del tutto? Forse è la soluzione.
Eppure, avviluppata in questa deformità onnipresente, non faccio nulla per contrastarla o correggerla. Non tingo i capelli (mai fatto). A mala pena li taglio (come sempre). Faccio poca palestra. Non vado dalla nutrizionista. Né dall’estetista. Non so cosa siano il botulino, il filler, l’acido ialuronico ecc. Anche se giorni fa mi sono persa fra i siti che vendono creme per la riduzione delle borse e delle occhiaie. Visti i prezzi, ho desistito. Non faccio neanche le unghie. Uso la crema idratante per il viso (da sempre) e quando me ne ricordo per il corpo. Mi depilo (lo stretto necessario). Ovuli emollienti per l’atrofia vaginale e il lubrificante all’occorrenza.
Non capisco. Perché non darmi da fare come le altre donne per rimediare? Un po’ di tempo, un po’ di soldi (mancano entrambi a dire il vero), un po’ di impegno e si potrebbe migliorare qualcosa. Eppure non ci penso proprio. Continuo testardamente a guardare e confrontare corpi deformi. E mi racconto la favola dell’accettazione. La nuova fase della vita. Nella quale sono evidentemente entrata. Anzi direi che ci sono dentro fino al collo (perché forse i danni nel mio caso per ora sono prevalentemente dal collo in giù in effetti). E che dovrei accettare con serenità come un fatto della vita. Sentirmi bene con il mio corpo, le sue trasformazioni, le sue nuove esigenze. Io che non mi ci sono mai sentita bene con il mio corpo. Come posso iniziare a farlo ora?
Il fatto è – credo- che osservando tutti questi corpi mi rendo conto che si può camminare, parlare, ridere, amare, abbracciare, desiderare, fare l’amore anche con un corpo brutto. E che i corpi brutti sono più numerosi di quelli belli. Di gran lunga. E il mio è semplicemente come quello di tanti altri. Banalmente brutto. Banalmente invecchiante. Appartengo al genere umano, alle sue trasformazioni, alle sue fragilità, alle sue imperfezioni. Ho sempre appartenuto a questa parte e non a quella che cerca la perfezione, del corpo come della vita. E allora tiro un sospiro di sollievo e mi riconcilio col mio corpo deforme e affacciato sulla vecchiaia.
Forse è una questione di stagioni. E’ l’inizio dell’autunno. L’autunno è una stagione bellissima: la terra è ancora viva e luminosa, affascinante e seducente. L’autunno ha una sua sensualità. Manca degli eccessi di luce e del calore dell’estate, è accogliente e riposante, senza essere spento e respingente come l’inverno. In verità, ho paura dell’inverno. Del freddo, della solitudine, dell’attesa, dell’immobilità, del silenzio, del buio, del gelo.
Le foglie caduche e dorate dell’autunno sono belle, e sono belle proprio perché sono ingiallite dal tempo della loro vita e perché stanno per cadere. L’autunno è la stagione in cui sono nata e dopo la primavera (ormai lontana) è senz’altro la mia preferita. E in questo autunno della mia vita lentamente capitano giorni in cui mi guardo e persino mi piaccio. Nonostante la deformità. Anzi con tutta la deformità. Mi abbellisco un po’, questo sì. Certamente. Ed è bello abbellirmi. Ora. Un vestito adatto alle mie linee, un po’ di trucco (il correttore!) e soprattutto il rossetto, i capelli ariosi che si riconoscono da lontano, con tutto il loro bianco misto al nero, e un orecchino o un bracciale. Mi guardo e vedo il mio sguardo ancora vivo e il sorriso luminoso e penso che sì, forse posso desiderarmi. Deformemente desiderabile. Quasi adorabile.