di Cristina Formica

Foto di Hong Nguyen su Unsplash

Sono sempre stata sede vivente di emozioni. Il mio corpo non nasconde mai niente: con gli anni ho imparato, a volte, a nascondere alcuni pensieri, ma in generale sono il classico libro aperto, quello che provo mi si legge in faccia, nella postura, nel mio mettermi o meno in evidenza.
Ancora arrossisco, nonostante ormai vada per i sessant’anni, come facevo da ragazzina; ancora mi nascondo, nelle fotografie di eventi ufficiali, facendo in modo di non apparire troppo.
E’ proprio così, il corpo parla a volte meglio delle parole. I pensieri possono essere nascosti, spostati, rielaborati, con gli anni ho imparato a essere meno diretta, a dire la parola positiva piuttosto che quella negativa; non sempre riesco ma so che la mia mente posso governarla, quando voglio, quando ho il tempo di pensarci un attimo, quando devo farlo perché è meglio così.
Ma le mie emozioni no, sono scritte sul mio corpo, sulla mia faccia in modo indipendente, non posso controllarle completamente, ridurle a quello che è meglio rispetto a quello che sono. Penso che sia anche una grande libertà essere quello che vivi, un manifesto attivo di me stessa. Certamente nel tempo le cose sono anche cambiate, se mi rendo conto della chiusura che le mie braccia serrate manifestano provo a spostarle, a dare un senso di maggiore apertura. Ma la posizione di difesa mi viene naturale, soprattutto nelle situazioni che non conosco, ancora di più quando mi sento minacciata. Le braccia incrociate sotto al seno sono naturali, da un certo punto di vista, è la posizione di chi aspetta ma è un po’ sul chi va là: in attesa, senza troppe aspettative positive, speranza non sempre disposta ad essere delusa. Il corpo è una mappa di quello che siamo, di quello che viviamo. Troppe regole sono scritte perché reagisca come si deve, soprattutto se sei una donna: non stare seduta a gambe aperte, non sorridere se non sei con uomini che conosci bene, non guardare negli occhi chi incroci per strada, non indugiare lo sguardo se non vuoi attirare attenzioni non volute. E’ difficile scrutare il mondo se non puoi guardarlo, a volte qualcosa o qualcuno, qualcuna, mi attira senza un motivo preciso, degli abiti vistosi, dei colori interessanti, la bellezza e la particolarità. Ma sono donna, e so che il corpo deve pagare un prezzo non richiesto se si mostra curioso, non prevediamo la stessa situazione per la curiosità maschile rispetto a quella femminile.
Ho pagato anche per questo, come paghiamo tutte, sia che stiamo alle regole sociali sia che non ci stiamo.
Ho imparato a lasciare che il corpo sia più libero possibile, ferme restando le misure di sicurezza che come donna ho sempre cercato di tenere presenti. Non posso sempre nascondere ciò che è naturale, anzi non voglio, nonostante la mia cultura di provenienza esprima regole precise per quello che possiamo fare noi donne: perché femmine siamo rispetto al corpo, non siamo esseri senzienti ma spesso solo sessualizzate, per questo dobbiamo seguire il vocabolario stretto che spesso ci viene imposto, a volte solo proposto, quasi sempre accettato. Proprio per essere me stessa, nel percorso in cui pensieri, emozioni e organismo corrispondano il più possibile, ho imparato a dare voce a quello che provo, lavorando su alcuni aspetti che non mi vanno bene. Perché l’eredità di sé, della propria educazione familiare e sociale, è un impegno in ogni caso, tanto vale lavorare perché la linea giusta sia quella che mi esprime, non quella che porta avanti ciò che non voglio per me. E’ stato sempre un impegno forte, spesso solitario, in contrasto con tanti ruoli e immagini in cui io ero stretta. Essere accondiscendente perché è ciò che ci si aspetta da me, non dalla voglia di essere generosa; essere sorridente perché le donne devono esserlo, non perché mi senta effettivamente contenta. Mi sono impegnata in modo totale sull’allineare ciò che ero con ciò che sembravo, non nascondendo quasi niente di quello che volevo rappresentare.
Trovare l’equilibrio, esprimere fino in fondo, non nascondere.
E oggi sì, sono soddisfatta: quello che vivo fuori corrisponde spesso a quello che provo dentro, il corpo e la mente lavorano insieme, le emozioni sono l’espressione di ciò che vivo. Volevo essere libera per essere me stessa: la società non me lo ha chiesto, ma per me era necessario. La strada è lunga, lo so, per me è stata necessaria, ma non è stato facile.
Allo stesso tempo, so pure che devo difendermi da chi non accetta che io abbia fatto questo percorso: contestare le scelte delle altre persone permette di evitare il confronto con le proprie. Ho pagato pure per chi non accettava il mio percorso, e mi addolora quando a criticarmi sono le donne: gli interrogativi sono maggiori rispetto all’ostilità degli uomini. Da tempo preferisco isolarmi piuttosto che scontrarmi per ribadire le mie scelte. L’equilibrio che ho raggiunto, piacermi per come sono, non va sempre rivisto per chiunque, in ogni situazione. Sono tempi difficili, bisogna che le energie siano gestite al meglio.
Ogni cosa che faccio è una scelta, non un obbligo, solo così posso vivere in armonia.
Spero di riuscire sempre a esprimere me stessa, anche soffrendo, ESSERE DONNA senza più nascondermi, ma semplicemente essere.