di Valeria Pritoni

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Floriana era la terza figlia di una famiglia che, una volta, si sarebbe chiamata “sottoproletaria”, adesso che i proletari non usano più, direi: “di una famiglia difficile, disagiata”.
Il padre faceva saltuari lavoretti tra una bevuta e l’altra, la madre, casalinga, non faceva nulla, si lasciava vivere, giorno dopo giorno, con questi tre bambini che le giravano intorno. Li nutriva quando piangevano forte, dimenticava di lavarli e cambiarli, non si accorgeva dei moccoli, delle orecchie piene di cerume, delle macchie sulle magliette logore.
Aveva sposato il marito per rimediare ad una delusione amorosa che l’aveva portata ad un tentato suicidio e la sua fragilità, gravidanza dopo gravidanza, si mostrava tutta nell’aspetto sempre più trasandato, nei discorsi privi di senso, nell’indifferenza con la quale lasciava passare le ore e i giorni, in uno sciupio di vita che riempiva di desolazione.
Floriana era cresciuta così, nemmeno per un attimo aveva avuto il privilegio dei suoi fratelli maggiori di poter ricevere qualche abbraccio, qualche bacio, qualche carezza, da quella madre che si era completamente spenta proprio dopo la sua nascita.
Aveva gattonato su un pavimento lurido, acchiappato pezzi di pane da sgranocchiare dalle mani dei fratelli, aveva imparato a non sentire le urla del padre, a non vederlo riverso sul letto, ubriaco e indifferente a lei e al mondo.
Aveva lineamenti grossolani, una pelle ruvida e porosa già a quattordici anni, piccola di statura e rotonda, vestiva malamente con quello che capitava. Naturalmente, era stata un disastro anche a scuola. Era arrivata in prima elementare preceduta dalla fama dei fratelli e appena entrata in classe, già dal primo giorno di scuola, aveva potuto leggere nello sguardo e nella voce degli insegnanti la disapprovazione: “un’altra della famiglia Sanzani? Ma quanti ne ha sfornati ‘sta donna?”.
A quattordici anni, dopo l’ennesima bocciatura, decise di non andare più a scuola. Ciondolava nel cortile di casa, avanti e indietro, con la radiolina a tutto volume, si passava lo smalto sulle unghie, accarezzava i gatti, unici suoi compagni di giochi.
Un giorno però, mentre se ne stava seduta sul muretto davanti casa, passò un ragazzo in bicicletta. Era Nino, un ventottenne che abitava in una frazione lì vicino. Era figlio di una ragazza-madre, una di quelle ragazze che, lì nella bassa definivano “leggere”. In realtà, voleva solo farsi amare e concedersi era il suo modo di ottenere attenzioni. Nino era stato voluto da quella madre additata dal vicinato, alla quale nessuno aveva mai riconosciuto la caparbietà e la cura nell’allevare il suo cucciolo, che forse era pure stato troppo amato, era cresciuto viziato e prepotente e, appena adolescente, si era subito messo nei guai, frequentando cattive compagnie e, un furto dopo l’altro, alla fine in galera ci era andato. Non gli piaceva faticare e aspirava alla bella vita. Era tronfio anche nell’aspetto: basso di statura, tarchiato e con due improbabili baffi alla Dartagnan, che portava con spavalderia. Naturalmente, aveva interrotto presto gli studi, d’altronde, non era neppure dotato di un grande quoziente d’intelligenza.
Era uscito dal carcere da pochi giorni e stava andando al bar, in paese, ma la ruota della bicicletta si era sgonfiata. “Ehi, ce l’hai una pompa per gonfiare la bici?” chiese a Floriana senza neanche aggiungere “per favore”.
“Io non ho la bicicletta, quindi neppure la pompa mi serve” rispose lei.
“Sì, ma non conosci nessuno qui che ne abbia una?” insistette Nino.
Quello fu il loro primo approccio al quale seguirono altri incontri.

Nino era rimasto in qualche modo intenerito da quella ragazzina, poco attraente ma dolcissima, che accarezzava i gatti con grazia, senza pretese e per la quale lui era un Principe vero e come tale lo trattava.
Per la prima volta nella sua vita, Floriana era riuscita ad attirare l’attenzione di qualcuno su di sé, qualcuno che la trattava con gentilezza, che le raccontava di grandi progetti e di essere un uomo di esperienza, qualcuno a cui affidarsi.
La madre di Floriana neppure si accorse delle assenze della figlia e delle visite di Nino, il padre però venne informato dai vicini che “quell’avanzo di galera” aveva messo gli occhi sulla ragazzina.
Interrogò Floriana ed ebbe conferma di quanto gli avevano riferito: lei lo amava, gli disse, Nino era l’uomo della sua vita e non le importava nulla del fatto che fosse stato in prigione e nemmeno che avesse tanti anni più di lei. Il padre la minacciò di chiuderla in casa e le appioppò una sberla sul viso che le lasciò il segno ma Floriana ribadì che non lo avrebbe abbandonato, mai e poi mai.
Il passo successivo del padre fu di affrontare Nino personalmente. Si recò al bar per incontrarlo ma, nell’attesa, bevve qualche bicchiere in più e quando il giovane arrivò, era ormai ubriaco fradicio. Gli disse un paio di frasi offensive, farfugliò a proposito di una denuncia perché la figlia era minorenne ma poi perse il filo del discorso e Nino evitò di rispondergli.
Passarono alcuni giorni di apparente calma piatta, poi la notizia: Floriana era scappata di casa con Nino.
I genitori avevano sporto denuncia ma dei due, per alcune settimane non si ebbe notizia.
Erano andati al mare, era maggio e dormirono sulla spiaggia, facendo cullare il loro amore dalle onde.
La decisione di andare ai lidi era stata di Floriana che non aveva mai visto il mare. La gioia di quei giorni la ripagò di tutto lo squallore e la miseria vissuti fino ad allora. Quando vide la distesa d’acqua, strinse più forte la mano di Nino, le spuntarono le lacrime e si mise a piangere silenziosamente, mentre si lasciava lambire i piedi da un’onda. E fu il tramonto e poi l’alba e di nuovo il tramonto e le stelle là in cielo tutte a brillare per lei, mentre la luna sembrava dondolare sulla sua gobba a ponente, silenziosa e quieta come la pace che le scese dentro, per la prima volta da quando era nata.

Non so se tornarono spontaneamente o furono rintracciati, ma alla classica “fuitina” poco in voga dalla nostre parti nella bassa, ma evidentemente presente nei progetti dei due amanti, seguì un matrimonio riparatore e così Floriana a quattordici anni diventò moglie e a quindici diventò madre di un maschietto.
Nino non desistette dai suoi loschi traffici e finì di nuovo in prigione ma sua madre si prese cura della giovane nuora. La tenne con sé e le insegnò tutto quello che sapeva dell’accudimento dei figli e della casa. Floriana aveva finalmente qualcuno da amare oltre ai gatti. E amò moltissimo il suo cucciolo, lo crebbe nell’allegria e nella dolcezza, gli insegnò ad accarezzare accarezzandolo, ad abbracciare abbracciandolo, a gioire gioiendo della loro quotidianità.
Marco, così si chiamava il piccolo, era sveglio e di carattere allegro, quando andò a scuola, stupì i suoi insegnanti che dovettero superare tutti i loro pregiudizi circa le sue origini e constatare quanto fosse in gamba, interessato e acuto. Aveva anche ottimi rapporti sociali grazie ad un carattere gioviale e accogliente.
Ho rivisto Floriana qualche giorno fa, attraversava la strada sulle strisce. Era in compagnia di Nino che ormai ha scontato i suoi anni di galera e ha imparato a lavorare onestamente seppure, a pochi anni dalla pensione. E’ diventata una signora ordinaria nei lineamenti e nel portamento ma gradevole da ascoltare, ama ancora i gatti ed è stata capace di ricostruirsi un’esistenza dignitosa e felice per lei e la sua famiglia. Di quella di origine si son perse le tracce. Il padre morì di cirrosi, uno dei fratelli finì male con la droga. La madre, passati alcuni anni dall’allontanamento di Floriana, finì in ospedale psichiatrico e poi si suicidò, del fratello maggiore non si sa più nulla, vendette la casa e si trasferì chissà dove.
Floriana invece si è salvata ed è riuscita a preservare ciò che aveva di più caro, grazie alla sua pazienza, alla sua tenacia e ad una capacità d’amare che nessuno le aveva insegnato ma che alberga in lei, nonostante tutto.