di Fabrizia Fedele

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I capelli non stavano poi così male, pensava tra sé davanti allo specchio.
Del resto una volta a settimana andava dal parrucchiere, proprio come faceva prima.
Prima del cancro al polmone e prima della chemio. Insomma erano cambiati, quello sì, ma con il taglio corto che aveva ora, funzionavano, le mettevano in risalto gli occhi, come le dicevano tutti. In effetti era vero, non era una di quelle bugie pietose che si dicono ai sopravvissuti di cancro.
Era in attesa di una telefonata. Ma non sapeva quando sarebbe arrivata.

Ieri come ogni mercoledì sera era uscita con suo figlio. Il giorno dedicato alla loro cena insieme: lui la passava a prendere e la portava al ristorante. Sceglieva lei ovviamente. Possibilmente un ristorante diverso ogni settimana. Una sua prerogativa irrinunciabile cambiare sempre gli scenari: a lei non piaceva essere riconosciuta, disdegnava le confidenze e soprattutto amava l’avventura, se così si può dire, insomma rifuggiva il déjà vu. Si studiava la guida dei ristoranti che comprava ogni anno e in più consultava un sito di foodblogger, dove trovava i locali più alla moda, le trattorie più rinomate e i migliori indirizzi per le migliori carbonare di Roma. Suo figlio Vittorio sembrava divertirsi in queste loro uscite serali, anche se era sempre un po’ spento. Parlava poco, a differenza di suo padre, e quasi sempre del suo lavoro.
Ieri invece era loquace. Aveva rivisto Elena, la sua ex, per caso diceva, l’aveva incrociata all’ospedale: lui era in servizio al suo reparto di ginecologia, lei era andata a prenotarsi una visita a endocrinologia e si erano incontrati sulle scale. Mentre lo sentiva raccontare, si chiedeva se fosse vero. O meglio, per lui era vero, non era uno stratega, ma che Elena fosse lì per caso non ci credeva. Di sicuro era andata a cercarlo. Aveva provato a chiedere al figlio se Elena stesse con qualcuno, ma lui continuava a parlare senza interrompersi. Diceva che ieri non avrebbe neppure dovuto essere all’ospedale perché non era di turno, ma aveva sostituito un collega. Era sceso un attimo per andare a prendere un caffè ed ecco che si era imbattuto in Elena. Sì certo, il Caso, come no. Non ci credeva per niente lei al Caso. Il cameriere aveva versato il vino e Vittorio non aveva smesso di descrivere Elena, neanche per l’assaggio del vino, con visibile imbarazzo del ragazzo che guardava lei per cogliere almeno un suo cenno. Finalmente poi Vittorio si era interrotto con grande sollievo del cameriere e anche suo e lei era riuscita a bere l’agognato bicchiere di vino, un Sancerre niente male.
Suo figlio era un ingenuo, ma che poteva fare? Poteva dirgli che Elena era una stronza e che il fatto che lei lo avesse lasciato era per lui una liberazione? Quante volte lo aveva già lasciato per poi riprenderselo quando aveva finito di farsi i fatti suoi? Non era sicura, ma le sembrava almeno altre tre volte. Avrebbe dovuto ricordarglielo? Tanto non le avrebbe dato retta. Suo marito lo aveva sempre detto che Vittorio era un coglione, che si faceva strumentalizzare e manipolare dagli altri. Di questo dava la colpa a lei, l’aveva sempre accusata di essere stata troppo protettiva con suo figlio. Forse aveva ragione lui, ma ormai non c’era niente da fare. Ragione per cui aveva deciso di vivere la sua vita, ignorando quelle degli altri, anche se si trattava di suo figlio.
Il ristorante le piaceva proprio. Moderno ma non eccessivo, con tavoli quadrati di legno senza tovaglia, le pareti rivestite di carta da parati con disegni esotici, grandi foglie di piante, palme e scimmiette qua e là, effetto giungla. Divertente. Le luci illuminavano i tavoli e i piatti, senza ferire lo sguardo dei commensali. Aveva già mangiato l’antipasto, un’ostrica fritta con salsa al tamarindo, poi dei ravioli ripieni di lumache con lattuga e parmigiano, deliziosi. Ed era proprio all’ultimo boccone dell’ultimo raviolo, che l’aveva visto. Capelli e barba bianchi, camicia rossa. Antonio. Non sapeva il cognome. Il suo vicino di banco al corso di acquerello al centro anziani. Ma era lui? Lo vedeva di profilo, era seduto nella sua stessa posizione, ma due tavoli più in là, alla sua sinistra. Sembrava proprio lui. Di fronte aveva un uomo, per fortuna, probabilmente un coetaneo. Poteva essere un amico o suo fratello. Sembravano allegri. A guardare verso di lei proprio non ci pensava, di sicuro non l’aveva vista. Allora aveva pensato di andare in bagno. E così aveva fatto. All’andata aveva studiato il da farsi. Dentro si era esaminata la faccia. Nella penombra dell’antibagno la situazione non appariva così disastrosa: la frangia copriva i solchi sulla fronte, le rughe che si irradiavano dalle tempie alle guance si vedevano ma non richiamavano l’attenzione, i rosa del fard, dell’ombretto e del rossetto avevano sortito il loro effetto, cioè quello di donare un’aria sana e riposata, come le aveva spiegato Samantha, la truccatrice di Chanel. La sessione trucco con Samantha era risultata senza dubbio più proficua di quella dallo psicoanalista. Aveva ripassato un sottile strato di rossetto sulle labbra ed era ritornata in sala. Aveva indugiato un momento all’ingresso e poi si era fatta forza ed era andata verso il tavolo di Antonio. All’inizio lui sembrava non metterla a fuoco, ma dopo che lei gli aveva fatto un gran sorriso e lo aveva salutato piena di entusiasmo, l’aveva riconosciuta. Anche lei qui? Ha visto che carino questo locale? C’era già stata? No, è la prima volta e lei? Neanche io, anche per me è la prima volta. Io sono con mio figlio. Io con mio fratello. Ha assaggiato i ravioli ripieni di lumache? Una delizia. No, ho mangiato gli spaghetti con la borragine e i cannolicchi, molto buoni. Lei ha già fatto l’acquerello per la prossima volta? Non ancora e lei? No, a proposito, se ce l’ha, potrebbe darmi il cellulare dell’insegnante? Mi sono accorto di non averlo e vorrei chiederle una cosa. Certo, ora controllo e glielo scrivo. Era tornata al suo tavolo senza rendersene conto. Vittorio la guardava sorpreso. Mamma, ma chi è quell’uomo? Un compagno del corso di acquerello. E aveva tirato fuori dalla borsa la sua piccola agenda per strapparne velocemente un foglio e scriverci sopra. Quindi si era alzata di nuovo per recapitare al tavolo di Antonio il foglio con il numero di telefono scritto a penna, poi lei e Antonio si erano salutati con l’augurio di rivedersi al corso tra un paio di giorni. La cena era proseguita quasi in silenzio. Lei pensava già ad Antonio: a cosa si sarebbero detti quando si sarebbero rivisti, anche se lui era ancora lì al ristorante, a pochi metri da lei.

Suo marito l’aveva abbandonata. Non aveva prestato fede al giuramento che le aveva fatto da giovane. Di restarle sempre accanto e di pensare a lei.
Invece non c’era più. Svanito come neve al sole.
Di lui le era rimasto l’odore di tabacco nel cassetto della scrivania.
Sul foglietto che aveva dato ad Antonio lei aveva scritto il suo numero di cellulare.