di Laura Perez

Foto di Ben Scott su Unsplash

Mitomane affetta da Bovarismo

Manipolatrice di ragazzine inermi

Isterica in preda ad un delirio psicotico

Fatti una scopata bisogna pur che il corpo esulti

Cosa vuoi da me? Il cazzo? Vuoi che ti sbatto?

Dì la verità, ti piace mia sorella?

Mi hai messo il malocchio

Amica nella vita di tutti i giorni

Sei una bambina non ti vergogni hai 43 anni

Sempre pronta a prenderti la scena anche al compleanno dell’amichetta tua

Sei ‘na matta

Hai bisogno di un dottore di cambiare cura, prenditi qualcosa dammi retta

Tu mi manipoli

Sei la mia musa

Con chi stavi? Che avete fatto? Tu non mi dici la verità

Per me sei il mio fidanzato

Sei la mia famiglia

Ridammi le chiavi mi spiace con la tua storia hai forse creduto altro

Ma sai sono seduttivo

Ridevi di me tu che dovresti proteggermi

Devi perdere qualche chilo

Se devo scoparmi le donne vado con le ventenni non certo con te.

Ho avuto una Musetta che mi diceva con la sigaretta sempre in bocca, e anche la nostalgia sempre in bocca, tu sei la mia musa.
Ho avuto una Musetta. Lui aveva 27 anni io 43.
Non si chiamava Sergio, aveva un nome da Roma bene, uno che nei quartieri dove sono cresciuta io non li trovavi nemmeno come nomi delle vie. Certe periferie sono così alla fine di tutto che non meritano niente di più di un nome proprio di cittadina o di fiore stagionale. Sergio però non l’ho inventato così ex novo pensando a un parente o mettendo il dito a caso sul citofono del palazzo, il nome glielo ha dato la mia amica professoressa che ha vissuto in Russia e che sa tutto di certe storie slave e aristocratiche. Aveva sentenziato dopo il mio racconto straziato da risate borderline e incazzature senza uscita che la mia storia era uguale a quella di Padre Sergio, il protagonista del racconto di Tolstoj che pur di non cedere a se stesso aveva preferito tagliarsi un dito. Mi sembrava un buon inizio, essere la tenutaria di una storia russa e triste dove più dell’istigazione al peccato non mi potevo meritare. Comunque io avevo 43 anni, almeno per il mondo che mi contava il tempo che mi era passato o che mi mancava a seconda dei punti di vista. Vivevo a casa di una ragazza, anche se non avevo mai pensato che fosse la mia fidanzata, però credo che quelli che ci vedevano insieme lo dessero per scontato, purtroppo. Mi faceva schifo andarci a letto, preferivo guardare il Grande Fratello. Per me io ero come un disertore in attesa della fine delle ostilità. La guerra la facevo con la mia testa che non voleva decidersi a lasciarmi diventare grande. Però volevo ricominciare a esistere e mi stavo laureando nonostante mi fossi iscritta la prima volta all’università 26 anni prima. Ero abbastanza fuori da ogni tipo di corso o ricorso.
La prima volta che incontrai il mio caro Otec Sergij (il russo mi sembra più adatto alla circostanza) vidi un ragazzino mascherato da “guarda come sono artistico e interessante” con una voce strana che sembrava la macchietta di Paolo Poli venuta male e che mi si presentò guardando altrove. Non so perché tirò fuori dalla tasca un pezzo di mussola di cotone, una stoffa che solo i paranoici della Francia Ancien Régime come me possono individuare, che mi fece scattare una specie di amore a prima vista, perché quasi mai nessuno ha la giusta cultura, secondo me, per articolare un discorso perfetto per le mie ossessioni così di primo acchito. Sergio ci riuscì subito: era preparatissimo, sembrava avesse controllato la monnezza di casa mia per mesi per arrivare così preparato al nostro primo incontro. Comunque finimmo a parlare di greco, io citai Mimnèrmo che è l’unico che conosco e che tiro fuori ogni volta, perché il greco non l’ho studiato anche se come la Pizia avrei voluto saper vaticinare in lingua originale. Parlammo di giacche strappate (o tignate come avrebbe detto mia Zia Matilde) e rammendate con la mussoletta che fa sempre un po’ Maria Antonietta, e lì mi sono sentita chiamata da San Michele Arcangelo (ho una visione cattolica ogni volta che mi piace qualcuno) di via Aldrovandi e della Roma anni Trenta che tanto ci mancava nonostante fossimo nati qualche decennio troppo tardi.
Credo per esperienza di non potermi scegliere gli amori. Posso scegliermi degli sbagli, degli accompagni stile 104 e delle rimesse in atto del trauma. Posso anche stare da sola per anni e non aspettarmi niente. Non avendo mai saputo cosa sia la vita degli altri non mi sono mai chiesta cosa significasse avere una famiglia, una casa, una forma. Le cose mi succedono e in mezzo io provo a resistere. Basta nient’altro, quindi per anni ho abitato di nascosto a casa di qualcun altro, poi per caso ho comprato una casa in un posto sbagliato fino poi a finire di nuovo da mia madre perché avevo perso tutto e non avevo più dove andare. L’amore però era quella parola che usciva dalla televisione la notte, quando vedevo una signora con le perle e lo smalto sbeccato che mi raccontava della sua Terra Santa.
L’amore mi faceva sentire male ogni volta che entravo a danza e vedevo le ballerine, quelle vere, che provavano prima di me che non andavo mai oltre il corso principianti. L’amore erano le canzoni ripetute per ore ed ore perché mi ricordavano l’odore di Acquapendente d’estate. Io sento tutto fortissimissimo, le sensazioni mi soffocano ma mi fanno ridere più forte di tutti quelli che conosco. C’è un nucleo plutonico in me che mi convince ogni volta a non far vedere che mentre sono sorridente e gentile e calma dentro è tutto rotto. É il nucleo che ha iniziato a strapparmi i pezzi, a rompermi la milza il pancreas e le parole quando ho incontrato Sergio. Stavo ricominciando a sentire gli odori, sentivo la necessità di poter tornare la sfasciata che facevo finta di non essere. Volevo riprovare a dire la verità. Sergio la mia Musetta di ventisette anni, troppo colta e troppo spirituale per vivere a Roma tra gli arricchiti e le ipocrisie che lo avevano cresciuto, senza far niente, solo standomi seduto vicino a raccontarmi le sue storie di disordinata anomalia mi distruggeva a morte. Io ci combattevo coi miei non pensare non fare non amare però poi sentivo, come la mia poetessa preferita, la voglia di ritornare a vivere in quel girone di casini e assoluzioni.
Ho sempre sperato in un amore devastante. Da quando a quindici anni avevo letto Cime tempestose insieme ai romanzi Harmony e a Epicuro, che in quegli anni andava tanto di moda e si trovava a mille lire in edicola.
Mi sono immaginata l’amore di quei libri nel letto di nascosto per tutta l’adolescenza tra incostanza e patologie.
Ho dato il mio primo bacio finto a quindici anni, l’ultimo vero a diciannove. Dopo è stato tutto per caso, tutto provando a vivere come gli altri.
Ora la mia situazione sentimentale a 43 anni poteva annoverare una ragazzina con cui avevo condiviso i primi sfondoni erotici, troppo problematica per avere dodici anni ma che come diceva la madre che l’aveva adottata e mai troppo accettata, secondo me, “è indiana nascono già sviluppate e questo è il risultato”. Un fidanzamento bellissimo tenuto nascosto per mesi anche alle amiche adolescenti che tutto sapevano ma niente capivano perché non erano all’altezza del mio amore a base di devozione botte sesso e pianti, che forse fino a Sergio consideravo l’unico amore sano della mia vita. Potevo contare poi due finti fidanzamenti, qualche rapporto abbastanza occasionale, ma mai, mai un fidanzato. Al massimo un non fidanzato gay ma senza sesso.
Sergio mi piaceva troppo era empatico e cinico, richiedente fino alla bulimia e accogliente come una specie di mamma buona che mi spingeva ad esistere.
Io ero perfetta a fargli da contorno potevo passare per l’amica agé con abbastanza storie al femminile alle spalle così da non essere pericolosa per la sua virtù e per il patrimonio agli sgoccioli di sua madre.
Iniziammo a uscire sempre più spesso.
Quasi troppo spesso.
Io scappai di casa, dalla casa della mia poco fidanzata, andai a vivere in un bnb pur di potergli telefonare senza dover rendere conto. Lei non la prese benissimo, io non potevo prenderla meglio tanto pensavo ossessivamente solo a come stare con Sergio più del possibile.
Un giorno mi dice tu sei il mio fidanzato un giorno io gli dico ti amo.
Un giorno mi presenta tutta la sua famiglia. Il giorno di Natale.
Io a quel punto volevo solo scopare perché mi pareva il finale naturale dopo il pranzo di Natale coi parenti. Me lo chiede lui, però come Torquemada durante l’inquisizione mi dice qual è il problema, che non scopiamo?
Poi mi dice che non può che è un problema: “perché che faccio ora dico a mia madre che non sono più frocio?”.
Però poi mi chiede di aspettare che ‘sta storia la deve affrontare in analisi che io sono più grande e devo capire.
Mi sembra una dichiarazione di intenti e aspetto. La tensione sessuale però da lì in poi la sfoghiamo tra pianti strilli e bestemmie tornando poi in pace grazie all’intercessione di Dante e Italo Calvino che con le loro parole ci sedano i deliri.
Poi ogni volta Sergio cita l’amore mistico e io qualcosa di pornografico fino poi a ricominciare tutto da capo. Va avanti così per mesi.

La storia come direbbe una canzone brutta di Elodie è stata basata sulla continua diatriba lacrime mie o lacrime tue.
Ovviamente ho vinto io. So piangere meglio di tutti.
I fatti dal mio punto di vista hanno visto un amore soffocato per paura di prendersi delle strane responsabilità e di dover spiegare al mondo che forse anche dichiarandosi omosessuali si può comunque scegliere di voler scopare in modo eterodosso.
Noi ci siamo negati quel passaggio.
Bastava saltare il fosso all’inizio, senza parlare, giusto provando come a dodici anni, con un bacetto sbagliato che magari avrebbe fatto spegnere tutto. Invece abbiamo costruito un finto rapporto perfetto fatto di gelosie paranoiche, accuse, viaggetti segreti come gli amanti, pranzi e cene che speravamo non finissero mai perché li passavamo a dichiararci e ad aspettarci.
Credo di aver preso con leggerezza il non saper essere del mondo quando ho conosciuto Sergio. Credo di aver sottovalutato i doveri di un figlio ricco che deve essere per forza il trofeo brutto della sua famiglia.
Non sapevo che l’amore potesse implicare la perdita di una posizione patologica e quindi accettabile per Sergio, perché un po’ di istrionismo serve sempre. Ero solo contenta di poter dire la verità e pensavo che anche solo una canzone insieme bastava per tutto il resto.
Non avevo capito che intorno avevo una corte senza miracoli che mi guardava bene e mi sfibrava. Non avevo capito che non si potesse ridere a voce alta e che io dovevo al massimo fare la frociarola quarantenne e lamentarmi degli uomini perché solo questo mi potevo permettere.
Io non potevo amarla la mia Musetta ossessiva e bulimica di nicotina e femminilità.
Io non potevo aprire nessun vaso perché i vasi al massimo in certe case o si regalano o si rompono.
“Sono frocio hai capito? Poi la mia sessualità è un’altra cosa ma tu non ti devi intromettere”.
Io dovevo stare al gioco borghese dell’eleganza formale, potevo anche amare, certo, ma senza dirlo.
Quindi come avevo imparato a fare anni prima, il giorno della presa della Bastiglia decisi di fare l’ennesima telefonata, e come si conveniva, di smettere tutto.
Sergio aveva iniziato a convincermi che io volessi un figlio, che lo volevo rovinare, che gli volevo rubare tutto. Che io mi ricordi pagavo sempre io anche il dolore.
Tanto ormai ero la mitomane ossessiva che voleva essere sbattuta.
Non ho nemmeno mai letto Madame Bovary, mi metteva paura.
Ho scelto di andarmene, di prendermi gli insulti di una vita che non conoscevo e ho dato adito a credere che fossi veramente in preda a una psicosi forse proprio perché scappare in certe case è un’ammissione di colpa.
No, non abbiamo scopato, non abbiamo avuto niente che ricordasse una relazione, né abbiamo avuto la possibilità di prendere un autobus per andare in periferia, la mia, o in giro per il sud America, la sua periferia, perché era cresciuto con le cameriere ma non stava bene dirlo.
Però abbiamo letto insieme le parole che non si potevano sentire all’orecchio, abbiamo condiviso quell’io te che non viene tanto apprezzato se tira fuori la libertà di essere spontanei, con tutto quello che la spontaneità d’animo comporta.
Abbiamo smesso tutto, come un lutto da scomparsa senza trovare mai il corpo.
In cambio Sergio mi ha regalato tutte le voci dei suoi antenati che forse sperava gli portassi via ma che alla fine ho potuto solo riportare in vita.
Ho trascritto tutte le sue belle parole per me, quelle a forma di manipolatrice e famiglia, il giorno di un Natale divertente e senza spine, non come quello che avevamo passato insieme di nascosto e che dall’emozione mi aveva fatto venire la febbre, me le sono regalate per sempre perché pensavo che forse un giorno dal girone degli sfasciati sentimentali qualcuno mi avrebbe chiesto di raccontare.
Il problema di tutto quello che non è successo è quello che gli psicanalisti che tanto spesso ho frequentato chiamano piano di realtà.
Ho capito che i matti spezzettati come me e Sergio non hanno problemi a trovarsi, ad amarsi o anche ad annientarsi. L’unico problema che abbiamo è rendere conto della nostra differenza, ai famosi altri, la gente del mondo, spesso a forma di famiglia. E la presa in carico della stranezza non è cosi facile da gestire.
Quello che ho vissuto, e lo capisco solo a tantissima distanza dai dolori dei fatti, aveva in se due vite, due possibili finali due differenze sostanziali. Accettare la differenza o nasconderla per sempre.
Io ho scelto di compromettermi solo ritornando a essere come sono, senza troppi strati di protezione e molto estrema. Lui ha scelto di restare dov’era perché così gli era richiesto. Stop nient’altro.
L’amore ci chiede solo di responsabilizzarci sta a noi decidere poi.
Non so come potessi incarnare nell’immaginario dei parenti di Sergio la donna a forma di peccato e castrazione che vuole rovinare il figliol troppo prodigo, ma ci sono riuscita.
Sono passata per la matta che voleva un figlio alla fine del tempo debito e per l’ex ragazzina di periferia che si voleva sistemare col coglioncello borghese del centro.
Credo che il dolore più grosso sia stato l’insulto all’amore che ho dovuto subire.
Non mi importa a tutt’oggi se quello che è successo me lo sono inventato io. E ovviamente in certi setting molto amorosi ma poco pratici il dubbio viene.
La questione era prendersi una responsabilità d’amore.
E l’errore credo sia stato di dare a quell’amore la forma degli altri e non quella dei due matti bambini che eravamo.
Mi sono sentita la solita sopravvissuta quando me ne sono andata, e ho iniziato con i sensi di colpa dati dalla vita bella che alla fine mi aveva fatto vedere Sergio. Mi aveva detto vai tu che puoi e io ero scappata di corsa senza girarmi a cercare la mia povera Euridice.
Mi ci sento ancora male a non avergli potuto regalare le scale sotto al sole, fatte per grazia ricevuta, ad agosto, da sola ad Alicudi.
A non avergli potuto dire grazie per essere diventata grande.
A non averlo potuto più affliggere con la lettura a voce alta del DSM5 per cercare le patologie giuste che ci segnavano e ci facevano ridere.
Mi dispiace anche non aver potuto studiare insieme per l’esame di carteggio ma tanto ancora non l’ho dato perché dentro di me c’è sempre un non si sa mai.
Ogni passeggiata che faccio a Certosa mi pare ancora di avergliela rubata. E ogni volta che cammino sotto al Mandrione dico grazie e scusa. Alla fine di tutto questo processo (come quello a Maria Antonietta perché sono drammatica e mi sento ancora un’incompresa sedicenne che guarda Lady Oscar) ho imparato che le storie sono vere solo se non le racconto, che ci sto bene a vivere di nascosto in affitto sulla Casilina tra gabbiani, parrocchetti e cantine occupate da poveracci come me che però almeno hanno la scusa del crack.
Il regalo di questo amore sfatto è stato imparare a scrivere. Il regalo di questo amore sfatto è stato imparare a non usare per forza una lingua che non mi appartiene.
La differenza nuova sta nel non fare più finta di niente.
Adesso i dolori come prima li sento tutti ma dello sprofondo assurdo e fortissimo che sento non faccio più segreto, quello che è cambiato è che io adesso non mi vergogno più.
Ho solo capito che vivere come vivo io rende chi mi guarda spesso troppo scoperto quindi non serve né aspettare né negare. Non serve nemmeno accettare come piace tanto agli junghiani, credo che l’unico miracoletto in cui veramente possiamo sperare sia di ritrovare la strada per essere sinceri, amati e neutrali.