di Paola M.C. Fasano

Fa caldo. In pigiama, seduta davanti alla porta finestra aperta, il cuscino sotto il sedere, incrocia le gambe. Sorseggia un caffè preparato con la nuova caffettiera elettrica. Il caldo l’ha sorpresa in questa domenica di maggio. Non ha niente da mettersi, solo un paio di vecchi Levi’s ancora buoni. Ne farà dei bermuda. Con la maglia Fruit of the Loom, scolorita al primo bucato in lavatrice, sarà una perfetta studentessa-lavoratrice stile fine settimana.
Fa caldo ed è domenica. Oggi non lavora. Vuole pareggiare i conti con quel libro sdrucito, con la copertina chiazzata di ditate. Lo butta di qua e di là con i piedi. Vuole che le pagine si strappino. Vorrebbe che finisse così quel professore che venerdì le ha dato ventidue al fottuto esame di tedesco, lingua ostile che non imparerà mai.
Che caldo. Nel suo monolocale sotto il tetto ha due porte finestre e può fare corrente. Potrebbe, se ci fosse un po’ d’aria e non quell’umidità gommosa della città. Deve preparare un esame su Leopardi. Ma chi se ne frega di quel gobbo sfigato, goloso compulsivo che amava i gelati come lei? Sorride, lo sente più vicino.
Fa caldo. È sola. Restare in città per preparare il prossimo esame è stata una mezza scusa. Avrebbe potuto tornare a casa dei suoi, nella sua camera fresca, con le lenzuola profumate di sapone di Marsiglia perché sua madre è una fervente casalinga. Il padre non c’è. Non c’è mai.
È tesa, sarebbe più onesto dire che è disperata. I singhiozzi la scuotono e le lacrime scendono in gola. Lui, dove sarà adesso? Le manca tanto da sentire male in tutto il corpo, nelle viscere, fin nelle ossa. Respira a fatica. Come passerà un altro fine settimana così, in compagnia della tristezza che le toglie tutte le forze? Lui sarà con sua moglie. E i suoi bambini.
Ricorda il primo giorno di lavoro, quando era arrivata esitante in ufficio. Dopo le presentazioni, l’aveva incuriosita un tale sulla trentina. Andava, veniva, non aveva orari. La trattava come una ragazzina, un peso, perché bisognava insegnarle tutto, come non ci fosse già tanto da fare.
Chissà se anche lei avrebbe incontrato qualcuno così. Che le facesse mancare il respiro. Quei tipi in lista d’attesa per uscire con lei erano ragazzi. Lui era un uomo, maturo, grande. Al lavoro lo sbirciava, poi abbassava lo sguardo. Era diverso da tutti gli altri. Era elegante nei suoi completi di buon taglio, nella sigaretta che accendeva con un Dunhill d’oro. La lasciava pendere dalle labbra, la buttava dopo poche tirate.
Che caldo e che noia. Mette la radio a tutto volume, guarda la strada abitata da tram scampanellanti, bar pieni di gente che butta giù un cappuccino, una pasta e corre via.
È indipendente, può fare di testa sua. È un sogno, pensa, ce l’ho fatta. Ma è sola.
Quando ha firmato il contratto per il suo, tutto suo, centralissimo monolocale si è sentita in cima a una montagna. Lo ha arredato con due reti, due materassi e vari cuscini colorati, un tavolo, tre sedie da bar, un ripiano di legno per appoggiare un fornellino elettrico e riporre l’indispensabile per sopravvivere
Ci voleva una festa di inaugurazione con i colleghi. Ognuno avrebbe portato del vino e dei dolci. Per l’occasione, si era comprata una camicia di seta nera, lunga fino ai pantaloncini, fermata da una cintura di cuoio. Faceva fresco, ma gli alcolici scorrevano e scaldavano. Si sono sbronzati. Lei anche. Non la smetteva di ridere, non era stata così felice da tempo. Dopo aver ballato, parlato di tutto e di più, mangiato patatine e biscotti, quando la luce che entrava dalle finestre si era tinta di grigio, tutti se ne erano andati saltellando giù dalle scale.
Lui era rimasto. Si era accoccolato su una cassetta della verdura che lei aveva ricoperto di una stoffa a fiorellini, un manufatto di cui andava orgogliosa. Perché non va a casa? sicuramente sua moglie lo aspetta e perché la guarda come se non la conoscesse? La camicia lunga era madida di sudore. Gli ha offerto un po’ di vino rosso rimasto e si è distesa per terra. Il fresco del pavimento placava il suo nervosismo.
Ha preso lui l’iniziativa e si capiva che ne era sorpreso lui stesso. Lei non si rendeva conto di cosa stesse succedendo e non le importava, era come vivere dentro a un corpo nuovo. Baci esitanti, misti a parole tronche: Ma sei giovane! Ma no. Ma.
Il buio invadeva la stanza. Non avevano bisogno né di luce, né di spiegazioni. Era entrata in una bolla impenetrabile, non udiva suoni, solo il cuore che batteva come se avesse corso una maratona. L’indomani i colleghi l’avevano scrutata senza sorrisi e si erano guardati tra loro. E lui? Lui si era fermato a metà del corridoio come volesse salutarla. Forse no. O forse sì. Forse era così l’imbarazzo: lento, soffocato. Lei era arrossita. Cercava di non ricordare, doveva concentrarsi sul lavoro.
Una sera ha suonato il campanello, scuotendola, come una scossa. È corsa giù dalle scale per paura che il portone non si aprisse. Gli è saltata al collo e l’ha ricoperto di baci e sono saliti su, all’ultimo piano, un bacio a gradino, un centinaio di baci.
Si vedevano dal lunedì al venerdì: colazione insieme al mattino, pranzo insieme nel piccolo ristorante convenzionato. I colleghi li lasciavano soli. La sera lui l’aspettava in una stradina lontana dall’ufficio e l’accompagnava a casa. Abbracciati, si raccontavano dei successi o delle magagne del lavoro e si guardavano. Gli occhi dicevano altro.
È durata un paio di mesi, otto fine settimana vuoti, sabati e domeniche, in cui lei controllava in continuazione che ora fosse e sperava che il tempo volasse mentre provava a studiare. Cercava di farcela perché era importante dire a casa che poteva lavorare e studiare.
Cosa avrà inventato per passare tutte le sere e certe notti con lei? Aveva voglia di sapere di sua moglie. Non osava, ma aveva bisogno di capire. Una sera, come le parole fossero scappate fuori da sole, gli chiede:
Come hai conosciuto tua moglie?
A un matrimonio. Ci siamo fidanzati e ci siamo sposati quasi subito. Volevo metter su famiglia.
Lei avrebbe voluto continuare e dirgli: sei felice? allora cosa fai qui? Lui l’ha preceduta:
Mia moglie è una brava ragazza, ha risposto guardando il muro.
E loro? Lei voleva fidarsi dell’intuito: non era solo un’avventura. No. Lui era la tenerezza di un ragazzo, la passione di un uomo. Le faceva un sacco di domande su perché studiava, cosa voleva fare dopo, dove voleva vivere, la prendeva in giro perché cucinava solo uova strapazzate, non sarebbe mai diventata una chef famosa. Nell’amore lui la guidava con la pazienza di un innamorato sincero.
Sola, a notte fonda, lei si domandava se lui fosse pentito. Avrebbe interrotto la loro storia? E quando? Si sentiva vagare in un caos emotivo, provava una felicità colpevole. Non gli aveva mai raccontato delle lacrime dei sabati e delle domeniche, lasciava che il tempo scorresse, non vedeva scenari diversi dalla loro storia indefinita.
Quella calda domenica, quando il campanello ha suonato, verso mezzogiorno, ha guardato dalla finestra. Chi poteva essere, chi osava intrufolarsi nella sua solitudine? Si è affacciata sul lato della strada e ha visto un’auto parcheggiata davanti al bar. Era lui. Appoggiato alla portiera, le faceva cenno di scendere. Che cosa sarà successo? Cosa vorrà dirmi?
Vieni, guarda, le ha detto.
C’erano due bimbi piccoli, biondi come lui, seduti sul sedile di dietro. Su quello davanti c’era un pacco di paste, un vassoio grande, forse il dessert dopo un pranzo di famiglia. Lui le si è avvicinato e le ha sussurrato all’orecchio: Ho trovato una soluzione! Posso chiedere il trasferimento all’estero. Ho parlato con l’ufficio del personale. È fattibile, ci sono posti vacanti in Messico.
L’ha guardata dritto negli occhi con un sorriso enigmatico. Lei era rimasta immobile come fosse anestetizzata. Perché farle vedere i suoi bambini? Non capiva. L’ha accarezzato, poi ha accennato un saluto con la mano:
Sono belli, ti assomigliano, ha detto mentre si girava per tornare su.
Aspetta, rispondi, dimmi qualcosa. Mia moglie è andata da sua madre! ha gridato.
Richiusa la porta del suo monolocale, le ciabatte erano volate contro la parete del bagno. Immagini di pentimento, come statue sulla tomba di una vita sbagliata, le erano scivolate davanti. Si era buttata su un materasso e si era addormentata singhiozzando. A notte fonda, il fracasso del portone, sbattuto da qualche studente sbronzo, l’aveva svegliata. Aveva fame. Era rimasto un avanzo di pasta. Ora sentiva forte il bisogno di mettere ordine nei suoi pensieri, raccogliere le idee, darsi una spiegazione della sua vita.
L’indomani era andata dal capo. Con la scusa di un esame imminente, aveva chiesto delle ferie. Aveva deciso di dare le dimissioni al ritorno. Voleva scomparire, cancellare dalla mente quei mesi. Ce l’avrebbe messa tutta per guarire. Doveva. Lo doveva a sé stessa.
