di Carmen Catania

Foto di Wei Ding su Unsplash

Guardo la scrivania, quel solco a forma di pugno nel legno che mi riporta indietro nel tempo anche quando non voglio. E’ lì, mi fissa. Come volesse ricordarmi che è tutto successo davvero. Il mio primo amore che amore non era. I sensi di colpa hanno lasciato una cicatrice, un fantasma che viene evocato ogni volta che percepisco le stesse dinamiche di questa storia. Ogni volta che intercetto un tono tristemente familiare o una risposta che accenni anche alla minima negazione della libertà, entro in un vortice spazio-temporale e torno lì, in quella stanza, con quella scrivania di legno che raccoglie la mia storia tra le sue schegge.
So cosa voglia dire pensare che andrà tutto bene, che in fondo non è poi così grave. Non riuscire a lasciarlo. Sentire l’impulso irrefrenabile di non stare lontana da lui, di aver bisogno di lui anche quando ti causa così tanto dolore. Anche quando tira fuori il peggio di te (e di sé).
Ho vissuto sulla mia pelle lo sforzo, quasi impossibile, di fare un passo indietro per riuscire a vedere con chiarezza la cancrena della relazione.
E anche se ne sono uscita, a volte ho bisogno di ripassare i segni che mi hanno dato la forza di allontanarmi. Ritornare con le dita su quel solco, per ricordare.
Se cerca di negarti la libertà: è controllo, non è amore. Può essere un’azione o una richiesta impercettibile, velata, un commento che ti fa dubitare delle tue vere intenzioni. Può essere più scontato ed innegabile. Non è colpa tua. Non è colpa tua se pensa che ogni volta che indossi quel vestito scollato lo fai per piacere a qualcun altro.
Non è colpa tua se lui si sente piccolo perché il tuo tratto di eyeliner è troppo grande.
Se i momenti brutti sono veramente brutti, a tal punto da iniziare a non riconoscerti più, a cambiarti per lui, a dubitare e a chiederti se, in fondo, forse non abbia ragione, se sia davvero sbagliato uscire con un amico o truccarsi così… non attaccarti ai momenti belli. Non valgono la tua libertà.
Se non riuscite a parlare delle vostre incomprensioni, ma ricorrete alla rabbia e a lanciare piatti a terra, non c’è traduzione che tenga: non parlerete mai la stessa lingua. Perché tra un piatto scagliato contro il pavimento e uno scagliato contro una persona c’è un confine molto più sottile di quanto si voglia credere.
“Guarda cosa mi fai fare, guarda quanto soffro per i tuoi comportamenti, guarda chi mi fai diventare.” Quando senti queste parole come giustificazione a reazioni fuori controllo, è ora di andare via.
Amare una persona non significa plasmarla fino a renderla insicura di ogni suo gesto.
Non aspettarti scuse per poter andare avanti. Potresti non averne mai.
La chiusura dovrai trovarla dentro di te. Perdonati per esserti cancellata troppo a lungo per compiacere i bisogni della persona che amavi.
Perdonati per esserti definita secondo i suoi giudizi.
Perdonati.