quei_giorni
Lines mini l’invisibile

di Silvia Ferrigno

“Puoi sentirti libera e sicura anche in quei giorni!” recitavano le prime pubblicità televisive degli assorbenti femminili e una ragazza con i pantaloni bianchi attillati saltellava felice.
Mia madre non mi ha mai parlato di questo cambiamento puberale: troppi tabù anche per lei. Ha lasciato che fossero i chiacchiericci bisbigliati tra le cugine più grandi, le amichette, le compagne di scuola, a istruirmi.
Il sangue? Ma che succede? Fa male? Mestruazione, che parola difficile!
Ho cercato le risposte leggendo l’enciclopedia come si poteva leggere un fumetto porno.
Mi ricordo che a casa, durante un film, quando c’era una scena d’amore, dove l’amore si declinava in un bacio appassionato, magari ripetuto, in cui la bocca di lui si spingeva avidamente dalle labbra di lei, ai capelli, agli occhi, al collo, mio padre cambiava canale. Solo per qualche minuto, giusto il tempo di stroncare il suo imbarazzo davanti ai nostri giovani occhi. Per me, quindi, vedere parti così intime del corpo umano, attentamente tenute nascoste dai miei genitori, mi faceva sentire impura. Tutte quelle illustrazioni, il prima e il dopo: un argomento ne richiamava un altro, ed io teorizzavo. “Ma non c’è scritto se fa male e quanto sangue si perde”. Così aumentava la paura.
Il mio corpo era già cambiato: i seni immaturi si mostravano maliziosi sotto la camicetta, e non li vedevo solo io. Avrei voluto sparire, diventare una farfalla e volare via, per non sentirmi quegli occhi tra i rilievi dei miei vestiti. Cosa sarebbe accaduto dopo?
I compagni di scuola preferivano trascorrere l’intervallo a parlare principalmente con le ragazze già “sviluppate”. A loro raccontavano storielle divertenti ed ammiccanti, e dai gruppetti si levavano quelle risatine maliziose, con i toni più acuti, da mezzo soprano, che mi irritavano, perché io sapevo che erano impostate, non schiette come quelle tra sole ragazze.
Quando arrivò il mio giorno, era domenica, ricordo, e lo sgomento sul mio viso lo lesse per primo mio padre che chiamò mia madre. Allora lei mi condusse in bagno. Da quel momento la notizia divenne ufficiale. “Sei diventata signorina!” aveva detto tutta entusiasta. Il termine ormai lo conoscevo anche io. L’avevo guardata con occhi supplichevoli “mamma, qui ci sono io, sono sempre tua figlia. Cosa rappresenta questo sangue?” Ma non ero riuscita a parlare. Mi ricordai di aver letto nel Vangelo che i maschietti, a sette anni, venivano circoncisi con una cerimonia pubblica, in cui si perdeva sangue. “C’è qualcosa in comune, forse?” mi ero chiesta sempre senza chiedere.
L’avevo guardata e avevo visto quanto era contenta mentre mi preparava le mutandine con “gli assorbenti” della pubblicità, che lei conservava sul ripiano più alto del mobiletto bianco, e mi diceva che all’inizio “le mie cose” sarebbero durate pochi giorni -senza mai chiamarle con il loro nome- ma che con il tempo si sarebbero regolarizzate ogni mese.
E sempre tra me e me, guardandola negli occhi: ” io questo l’ho già letto, mamma! Dimmi altro! Ho solo dodici anni. Mi devo fidanzare anche io, di nascosto, come mia cugina Sonia? Devo forse ridere anche io, con quegli acuti striduli e lasciare i capelli sciolti sulle spalle, invece di fare la treccia che è così comoda?”.
Ma lei mi aveva raccontato che ai suoi tempi, non c’erano gli assorbenti igienici, che sua mamma o la zia Maria, con cui era cresciuta dopo la prematura morte di suo padre, glieli facevano con dei panni di stoffa, di cotone, e lei, dopo, doveva lavarli e smacchiarli con la soda.
“Mamma ho mal di pancia!” le avevo detto quel giorno e lei mi aveva sorriso e mi aveva spiegato che era una cosa normale. “Se il male poi ti aumenta, io ti preparo una bella camomilla calda, con il lauro, o una borsa di acqua calda che potrai mettere sulla pancia. Però, mi raccomando, non stare a lungo sotto l’acqua calda, perché può venirti un’emorragia”.
Persino! Ma cosa mi era capitato? Eravamo uscite dal bagno, io e la mia disgrazia stampata sul viso per andare sul letto. Avevo mal di pancia, un fastidioso peso al basso ventre, un ingombro nelle mutandine, e intanto a Domenica in andava la pubblicità: “Anche in quei giorni, libera e sicura!”.