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Photo by Paul Hanaoka on Unsplash

di Giulia Labé

Oggi ripenso a quel giorno, alle mie prime mestruazioni, quando credevo mi fossi fatta male, quando dal bagno di casa mia urlai chiamando mia madre, per chiedere aiuto, paralizzata nel vedere del sangue. Quel giorno credo che ce lo ricordiamo tutte. Sarà il sangue, sarà qualcosa di importante che avviene, che importante poi è un parolone, importante perché fu una delle tante risposte che mi diede mia madre, che alla vista di quel sangue, guardandomi, mi fece solo un sorriso dolcissimo che placò in un istante tutte quelle mie paure inconfessabili. Oggi lo posso dire, un sorriso bellissimo, che in un attimo mi tenne stretta lì, sul gabinetto senza capirne il senso, che poi ho invece elaborato nel corso del tempo, dopo ci fu un attimo di esitazione e mi disse “dai pulisciti, fatti il bidet, ti prendo un assorbente, poi vieni in cucina che ti racconto tutto”. Ma quel raccontare non mi era stato anticipato, è accaduto tutto in quell’istante: il sangue, le prime mestruazioni, il sorriso di mia madre, e tutte quelle spiegazioni che come un mantra mi ripeto ancora oggi: i mal di pancia, i mal di testa, più forti oggi di allora, i cambi di umore, quei giorni nervosi che le precedono. Il solo sorriso di mia madre mi rese possibile l’accettazione. Perché la vista di quel sangue per me ha sempre causato fastidio, persino nel pronunciarne la parola, che sostituisco con ciclo. Ma soprattutto il dolore che ne è conseguito poi. Ho avuto sempre un certo riserbo io nel dirlo, risposte vaghe a quel “come stai?”. Quando non riuscivo ad andare a scuola per i forti mal di testa, perché rimettevo, per quel dolore insopportabile alle ovaie, per questi cinque giorni che sembravano non finire mai, per quelle visite dal ginecologo che iniziarono sin troppo presto. Ero alle medie, avevo compiuto da poco dodici anni. Un giorno poi lo confidai ad una delle mie più care amiche, in quel momento, le svelai questo segreto, perché lei a sua volta me ne confidò uno suo, ed era lo stesso, perciò mi sentii sollevata capita alleggerita. Non ricordo il giorno esatto, credo fosse un sabato quando mi arrivarono, ed era un giorno della settimana quando mi trovai a casa di Lucia, perché avevamo l’abitudine di studiare insieme. Lo ricordo bene, che nel dire e raccontare io mi fossi sentita in un certo senso protetta, che finalmente mi ero tolta questo peso così delicato, custodito da un’altra piccola donna. Capii che ci fosse qualcosa di importante nel divenire donna, quel modulare corpo, mente e pensiero che via via avevano nitidezza nel mio essere. A mia sorella non riuscii a dirlo, anzi a dire il vero, nemmeno lei, la sorella maggiore, me ne parlò mai: nessuno me ne ha mai parlato eccetto mia madre, l’unica. Mia sorella invece, piuttosto che condividere qualcosa che poi sarebbe avvenuto l’ha tenuto per sé. Un compito che forse non era pronta a gestire, considerandomi ancora piccola per capire. Come quando un giorno sul treno tornando dalla piscina la pervase una strana agitazione, tra riso e sgomento, ridacchiava, si copriva, mentre io la guardavo agitarsi, senza che mi desse una spiegazione. Tornavamo dalla piscina, eravamo sul treno, io, mia sorella e una sua amica carissima. Ora mi ricordo esattamente questo: “è coca cola andiamo”. E quel suo agitarsi mi fu spiegato un mese dopo. Le era venuto il ciclo sul treno, forse in anticipo, aveva sedici anni e signorina lei lo era già da tre. Quando di fretta si alzò dal sedile blu del treno regionale, vidi questa macchia d’acqua scura lì, accanto a me, mia sorella in piedi avvolta dal telo da piscina e l’amica che rispondeva a domande che per me non avevano alcun senso: “si vede? guarda un po’ sono sporca dietro? E adesso che faccio?”, il panico, ero diventata la spettatrice di domande assurde e risposte altrettanto surreali. Quando finalmente mi guardarono, e io chiesi cosa fosse successo di terribile, mi fu data questa risposta: “qualcuno ha versato della coca cola sul sedile e io mi ci sono seduta sopra”, e io risposi: “ma non c’era niente quando ci siamo sedute”. Ricordo ancora l’amica che sorrideva o rideva, mia sorella che cambiò discorso e disse: “scendiamo, siamo arrivate, corri corri”. Poi non ricordo più nulla. Ma un giorno capisci tutto, e poi impari a conviverci ed organizzarti con loro. Alla fine abbiamo trovato l’intesa perfetta, so che arrivano sempre puntualissime, un orologio svizzero eccellente, insieme mi organizzo le giornate, il parrucchiere, l’estetista, le vacanze e qualche volta anche la spesa. Oggi siamo amiche, andiamo d’accordo. E io certo sono più serena.