ewelina-karezona-karbowiak-160764-unsplash
Photo by Ewelina Karezona Karbowiak on Unsplash

di Silvia Zuffrano

Quando la madre di Giovanna entrò nella sua stanza, c’erano carte sparse ovunque. Gli occhi si muovevano veloci da un mucchietto all’altro. Vide solo confusione. Giovanna, in piedi davanti al comò di legno massiccio stile arte povera, aveva deciso finalmente di svuotare i due cassetti in alto in cui sua madre aveva accumulato tutti i documenti riguardanti la malattia del padre. Infilava tutto lì dentro convinta che non avrebbe perso nulla e che, ogni volta che sarebbe servito un documento richiesto dai medici, lei lì lo avrebbe trovato.
“Giovanna che ti sei messa in testa questa sera?”, lo sguardo sempre frenetico.
“Faccio quello che mi stai chiedendo da tempo, mamma”, rispose senza voltarsi, a testa bassa nel cassetto, senza interrompersi.
“Ti pare l’ora per fare queste cose?”, mosse alcuni passi avanti come per vedere meglio.
“Io di giorno lavoro, mamma, ricordi?”.
“Perché non lo fai domenica? Dai, fallo domenica: c’è più tempo per mettere a posto tutte queste cartacce”.
“Fallo tu domenica! Io posso farlo solo ora”. Un gesto stizzito con le braccia tradiva il tono calmo: “È un anno che me lo chiedi!”, si voltò a guardarla negli occhi, “perché non lo fai tu?”.
“No, no, no”, con le mani accompagnava quelle parole: “io non ce la faccio lo sai, non ci riesco!”. Giovanna si fermò a vederla sparire dalla porta. Sospirò, la testa verso l’alto, stringendo i fogli che aveva tra le mani.
Quello che sua mamma non riusciva a fare, lei non voleva proprio farlo. Che credeva, che fosse difficile solo per lei? Aprire quei cassetti, riordinare tutti quei fogli, non la faceva stare bene, altrimenti lo avrebbe fatto prima. Più si avvicinava l’anniversario della morte di suo padre più le giravano in testa questi pensieri. A che serviva conservare ancora tutti i fogli, tutta la documentazione? Papà non c’era più, tra cinque giorni sarebbe stato l’anniversario della sua morte.
Andò avanti. Tra le mani: prescrizioni mediche, visita cardiologica, radiografie di ogni tipo, “visita oncologica per riconoscimento stato morboso esenzione del ticket” tutte datate 10 maggio 2017.
Per alcuni secondi lo sguardo vagò nella memoria in cerca di un pensiero che le spiegasse perché erano tutte lì come nuove. Ecco sì, ora si ricordava che quelle impegnative non le avevano usate. Non fecero mai le visite mediche per l’esenzione del ticket. Lo portarono subito al pronto soccorso nella speranza di accelerare i tempi della diagnosi. Fu ricoverato immediatamente e messo sottosopra da un numero infinito di analisi cliniche. Perché conservarli? Via, nel mucchio da buttare!
Ancora prescrizioni, per la pratica di invalidità. Mai usate. Erano troppo prese dal cercare specialisti che trovassero una cura miracolosa. L’ansia per la malattia del padre le attanagliava. L’unico pensiero che riempiva le loro menti, era come farlo guarire. Perché conservarli? Via, nel mucchio da buttare!
Prese un altro gruppo di documenti. Tra le mani una certificazione: Policlinico Gemelli, il signor Ferri è affetto da carcinoma, un pugno nello stomaco! Eppure lo sapeva bene! Un altro foglio: prelievo venoso da effettuare una volta a settimana per otto settimane. Lo sguardo si fissò in un punto indistinto. Il ginocchio destro si piegò involontariamente e Giovanna, perdendo l’equilibrio, cercò sostegno sedendosi sulla poltroncina di seta color porpora vicino al comò. Le sembrava di svenire e si rivide in un tempo passato, suo padre insieme a lei su e giù per l’ospedale. Un giorno erano all’ottavo piano, un altro al sesto, poi nel seminterrato. Ogni piano aveva la sua destinazione per i controlli da effettuare. Suo padre diceva che lo facevano apposta a non dargli un solo piano per le cure, altrimenti la noia li avrebbe vinti nelle lunghe ore di attesa, o forse avevano trovato un modo per far allontanare i pensieri lugubri di malattie infauste o di morti premature.
“Papà fermati qui che vado a prendere una sedia a rotelle”.
“Giovanna te l’avevo detto. Non mi sento bene.”
“Dobbiamo venire qui per forza, dobbiamo farci vedere”, lo aiutò a mettersi seduto, “non possiamo saltare un appuntamento”, frugando nella borsa, “la vuoi una caramella, papà? Tieni ti tira su”.
Il cellulare che squilla: oddio, mia madre, alzando gli occhi al cielo: “Sì! No, papà non sta bene mamma, eh sì, no non si regge in piedi mamma: è debole, non ce la fa. Ma non mi chiamare, non mi chiamare!”, aveva alzato la voce e le persone intorno la guardavano. Mise una mano davanti alla bocca, dando le spalle al padre: “Sono una sola io! Non ce la faccio se mi continui a chiamare. Ciao”, e chiuse il telefono.
“Riesci ad alzarti papà? Ok, andiamo.” Era inverno. Tra il freddo, i cappotti pesanti e la pioggia che minacciava di scendere era meglio non lasciarlo solo nell’androne dell’ospedale. Sarebbero andati insieme piano piano verso l’ascensore per l’ottavo piano. Non lo sapeva quel giorno Giovanna che lo avrebbero ricoverato e non sarebbe più uscito da lì.
Un sospiro profondo la riportò al presente, si guardò intorno in quella stanza dove si sentiva la sua assenza. La loro casa non era più la stessa. Sua madre non era più la stessa: era invecchiata tanto da quel giorno. Guardò i documenti che aveva ancora tra le mani, il cassetto aperto, allora si alzò di scatto e lo tirò a sé portandolo via dal comò. Rovesciò tutto il contenuto in terra. Lo stesso fece con il secondo cassetto. Un cumulo di fogli e cartelline invase il pavimento. Poi rimise i cassetti vuoti al loro posto. Sistemò tutti quei fogli in un sacco di plastica che chiuse con cura e lo portò vicino alla porta per essere certa di non dimenticarlo.