di Fabrizia Fedele

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Mio padre sta per compiere nove anni.
Qualche giorno fa è venuto a casa il medico dell’Inps che gli ha chiesto quanti anni aveva e lui ha risposto quasi nove. Abbiamo provato a dire a mio padre che ne aveva parecchi di più, ma lui non era convinto e ha ribadito che ne aveva quasi nove.
Quando il medico è andato via ha salutato mio padre e gli ha fatto gli auguri per il suo nono compleanno. Mio padre lo ha ringraziato contento e lo ha persino accompagnato alla porta. Mia madre era contrariata ma non ha detto niente. Il giorno dopo si è lamentata con me per il fatto che quel medico avesse fatto gli auguri a mio padre per il suo nono compleanno. Io le ho risposto che ormai era andata così.
Ieri mio padre ci ha chiesto di festeggiare il suo compleanno. Ci ha detto che voleva una bella festa. Allora noi gli abbiamo detto che avremmo comprato una bella torta in quella pasticceria che a lui piace tanto, vicino piazza San Cosimato. Sembrava soddisfatto dell’idea.
Poi però ci ha chiesto se sarebbero venuti alla festa anche altri bambini.
Ho pensato che avrei potuto portare i miei figli alla festa di compleanno di mio padre. E insieme ai miei figli sarebbero potuti venire anche i loro amichetti: i compagni di scuola dei miei figli, i figli dei vicini di casa e i figli di qualche amica. Sarebbe potuta essere una festa piena di bambini, come quelle che si facevano ai miei compleanni, nella terrazza della nostra vecchia casa.
Purtroppo io non ho figli.
Con Alessandro ne parliamo da anni. Fino a un certo punto non ci volevo pensare e liquidavo l’argomento con fastidio, anteponendo la mia libertà, il nostro rapporto, il lavoro di entrambi, le uscite estemporanee, il fare tardi, il bere e il mangiare senza regole, la possibilità di partire in ogni momento…
Quando ho compiuto quarant’anni non ho più potuto rimandare l’idea della maternità.
La procreazione è diventata un pensiero fisso. Di tutti i giorni. Dei risvegli mattutini, dei momenti di solitudine, delle letture assorte, delle passeggiate per la città, dei viaggi in tram.
Alessandro ha espresso di volere un figlio e io mi sono trovata d’accordo con lui. Quindi abbiamo convenuto entrambi che sarebbe bello fare un figlio nostro. L’unico problema è che per fare un figlio bisogna fare sesso e noi non scopavamo da non so più quanto tempo. Lui diceva che io lo respingevo. Io che lui non sembrava interessato. Così facevamo altro. Guardavamo la televisione, leggevamo, chiacchieravamo, uscivamo. Facevamo tantissime cose, tranne quello.
Non è che non ci amavamo, anzi ci amavamo moltissimo. Ci baciavamo, ci abbracciavamo, ci mettevamo a cucchiaio. L’unica cosa che non facevamo era scopare. Io stavo bene anche così, solo che per fare un figlio si deve fare sesso.
Per non essere morbosi però avevamo deciso che era meglio non fissarsi sulla cosa. Abbiamo preso tempo. Senza imporci termini e misure.
Poi mio padre si è ammalato.
La sua malattia ha scandito passato, presente e futuro.
Ha reso manifesta l’urgenza.
Siamo saltati dall’ipotetico al reale.
Abbiamo varcato la soglia e preso coscienza del dolore: lo abbiamo soppesato, l’abbiamo accolto e ce lo siamo spalmato addosso.
Abbiamo iniziato la nostra riabilitazione sessuale: tanti tentativi malriusciti, apparentemente inutili, perché non sortivano effetto. Sbagliavamo perché volevamo fingere che fosse tutto normale, riprendere da dove eravamo rimasti, illudendoci che fosse possibile.
Invece non si può. Bisogna rieducarsi al sesso, riguadagnare poco a poco l’intimità, ristabilire la connessione tra i corpi.
Il senso pratico ci ha aiutati nell’impresa.
Alessandro ha fatto ricorso agli utensili del caso: i sex toys per entrambi, ordinati su Amazon. A cadenza settimanale hanno cominciato ad arrivare a casa svariati strumenti di piacere: una sfilata di vibratori di diverse dimensioni, di anal beads, di anelli vibranti, di copri-fallo colorati.
È stato divertente. E ci siamo rimessi in gioco. Il sesso si è ripreso i nostri corpi.
Vado a trovare mio padre a giorni alterni, a giorni alterni passo davanti alla mia vecchia scuola elementare dove giocano tribù di bambini, dove potrebbe esserci il mio, penso, allora meccanicamente accelero il passo e svolto l’angolo in volata.
Mio padre ogni giorno cancella nuove parole e altri significati, ma ricorda ancora i sentimenti e come esercitarli. Mi dice che mi vuole bene e mi abbraccia, così ritrova il buonumore e un po’ di allegria. Io lo proteggo dalle preoccupazioni e dai timori, lo rassereno e lo conforto, gli offro dei rimedi contro i dolori e le afflizioni.
Qualcuno ogni tanto mi legge nel pensiero e mi chiede perché non faccio un figlio. Non ho coraggio di dirgli che ci sto provando, che non vorrei altro, e mi limito a un sorriso sornione. E’ amaro il ricordo di quando dicevo di non volere figli, e che una donna per essere tale non ha bisogno di essere madre. Mi pento di quello che ho detto e di quello che ho solo pensato.
Sono ancora viva sono ancora fertile posso ancora restare incinta, mi ripeto per darmi coraggio.
La maternità come antidoto alla vecchiaia e alla malattia, l’unica via per non trasformarmi nella madre di mio padre.
Ogni mese, nei giorni propizi, io e Alessandro ci armiamo di buone intenzioni e rinnovate speranze. Eppure i nostri corpi si oppongono, fanno resistenza. Alessandro dice che il sesso finalizzato alla procreazione non gli riesce. E io gli do ragione.

Devo comprare una torta al cioccolato per la festa di mio padre.