di Maria Laura Centi

caroline-hernandez-219482-unsplashSto qui, sul terrazzo dove lei ha trascorso innumerevoli estati, seduta sulla sua sdraio; sto qui, nel sole e nel vento, alle cinque di un pomeriggio di fine settembre. Nella stanza, la sua stanza, l’armadio spalancato mostra ancora i suoi vestiti. Sto qui e penso a lei. A tutte le estati in cui venivo e la trovavo qui, con la pelle inaridita dal sole -mai usato creme protettive mia madre- con il suo costume intero a fiori rossi su fondo nero, intenta a risolvere rebus e parole incrociate sulla Settimana Enigmistica. Gli occhiali sul naso, l’aria impenetrabile, spesso non capivi se era contenta di vederti o se le davi fastidio. Sto qui e provo ad immaginare come doveva sentirsi in quei lunghi mesi estivi che trascorreva in questa casa. Quanto devi esserti sentita sola, mamma, mi viene da pensare. Ti ho lasciata morire da sola, mamma, perdonami, mi viene da pensare mentre guardo i suoi abiti appesi alle grucce; la vecchia vestaglia damascata che compare nelle foto in spiaggia con noi bambine non la butterò mai, è uno dei ricordi a cui sono più affezionata. Ti ho lasciato morire da sola, mamma, e mi si riempiono gli occhi di lacrime. Io sapevo che stavi morendo, lo sentivo che era quello il momento, ma ho preferito credere allo sprovveduto infermiere che alla mia domanda “è meglio che io resti qui stanotte?” mi ha risposto che no, potevo stare tranquilla. Ho esitato prima di andarmene, mi avevi detto che faticavi a respirare, ti ho proposto di rimanere a dormire lì, nel letto accanto al tuo, ma come al solito non sono riuscita a capire se desiderassi la mia presenza o se l’idea ti infastidisse: mi hai risposto con gli occhi semichiusi “no, vai a casa”, ma avevo l’impressione che fosse la tua solita incapacità di mostrare un bisogno e di ricevere aiuto. In realtà non desideravo restare, ero stanca e me ne volevo andare, questa è la verità. Mi aspettavo altre giornate dure lì ad assisterti e sapevo che non ce l’avrei fatta senza un buon sonno ristoratore; è sempre stato il mio limite questo. Il tuo limite, invece, è sempre stata questa inespressività, il non lasciar mai trapelare l’emozione celata dietro le parole. Ricordo bene quella notte perché ho dormito di un sonno lungo e profondo come raramente mi succede, svegliandomi riposata ed in gran forma. Poi la telefonata della clinica: “sta entrando in coma”. Al mio arrivo un infermiere ha detto che avevi trascorso una notte agitata. Ho protestato che avrebbero dovuto avvisarci, ma lui ha minimizzato, avevi solo sete, ha ribadito. Non era vero, ti sentivi soffocare, me lo avevi detto dalla sera. Poi un altro ha raccontato che invece al mattino eri serena, avevi osservato che c’era il sole; invece poi all’improvviso avevi chiuso gli occhi ed eri scivolata rapidamente in coma. Non saprò mai com’è andata, chi di loro ha detto la verità. Quello che so è che mentre io dormivo il mio sonno profondo e ristoratore tu stavi agonizzando. Come posso perdonarmi una cosa del genere, a cui non c’è modo di porre rimedio? Quando mi viene in mente, poi mi dico che in fondo anche tu mi hai lasciata sola tante di quelle volte quando ero bambina, a cominciare dal mio pianto in culla da neonata, come mi hai raccontato: spesso non mi prendevi in braccio quando piangevo, perché ti avevano detto che così i bambini si viziano. Ignoranza, certo, ma ci vuole una buona dose di insensibilità ed una notevole carenza di istinto materno per lasciar piangere una creatura in culla. Me lo hai raccontato facendotene un vanto, perché in questo modo, come ti avevano detto -quale sadico te lo avrà detto?- mi ero abituata: alla fine smettevo. Certo che smettevo, sfinita e rassegnata al fatto che nessuno accorreva a consolarmi. Quanto può sentirsi perso ed abbandonato un neonato in lacrime se nessuno viene ad avvolgerlo nel calore di un abbraccio? Quindi, penso, per giustificarmi, in fin dei conti siamo pari: tu mi lasciavi piangere in culla ed io ti ho lasciata morire da sola. Ma il pensiero non mi assolve e non mi conforta, nonostante dalla mia abbia il fatto che, se pure mi ero resa conto del tuo aggravamento, non potevo essere certa che quella fosse la tua ultima notte. Darei non so cosa per non essermi persa le ultime ore e gli ultimi istanti della tua vita, per averti potuto dire “tranquilla, sono qui, non ti lascio”. Anche se tu lo hai fatto tante volte: di ferirmi, di minacciarmi di togliermi il tuo amore, di non starmi vicina nelle difficoltà o peggio di rendermele ancora più pesanti. Io avrei voluto esserci. Come c’ero stata nei mesi precedenti durante la tua malattia. Come ti ho voluto bene, mamma, ma non solo in quei mesi, no, quelli sono stati mesi di amore straziato, di pena e sofferenza infinita; no, non solo in quei mesi, ma sempre, mamma, sempre. E quanto poco te l’ho detto, probabilmente anche perché poco me ne rendevo conto allora. Tanto eri lì, nella mia illusione che tu fossi eterna. Solo quando te ne sei andata, quando piano piano, nel corso di questi due anni sei passata dall’essere fuori all’entrare dentro di me, ho cominciato a pensarti di più e via via mi sono accorta con stupore che stavo iniziando ad usare espressioni sentite da te, a pronunciare le tipiche frasi “come diceva mia madre…”, oppure “mia madre avrebbe detto…”; mi sono tornati ricordi sepolti da decenni, e più tempo passa più mi sembra di assomigliarti. Ora vedo il tuo viso nel mio, nella piega delle labbra, in alcuni atteggiamenti e nelle posture del corpo che assumo in certi momenti. Anche nel modo di vestire sto diventando più simile a te, ma non per imitazione, bensì per l’ età. Non mi ero mai accorta di assomigliarti tanto, ed infatti sono somiglianze sottili, che noto solo ora, sia perché si stanno accentuando con l’avanzare degli anni, sia perché, paradossalmente, adesso che non ci sei più, sei più vicina e presente che mai.