di Cristina M.

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Sono rimasta tutta la notte con la fronte appoggiata al vetro della finestra della mia camera. Ho contato ogni goccia di pioggia che s’infrangeva sul vetro. Ho smesso di contarle solo perché ha smesso di piovere.
Il sole illumina la valle annunciando un nuovo giorno che vorrei non fosse mai arrivato.
Invece, eccomi pronta per accompagnare mia figlia alla stazione. Lei deve partire per l’università e ora percorre la sua strada; come è giusto che sia, ma al mio cuore di mamma nessuno ci ha pensato?
Certo lei è grande e adulta, ma è comunque la mia bambina. Quella dolce creatura a cui ho accarezzato la fronte quando aveva la febbre e le stavo vicino aspettando che l’effetto dell’antipiretico facesse effetto. Quella fanciulla alla quale ho disinfettato il ginocchio dopo che se lo era sbucciato giocando al parco. Quell’adolescente a cui ho spiegato cosa volesse dire diventare donna. Quella ragazza che ha deciso cosa diventare da grande.
Se lei va via che senso posso dare alle mie giornate?
Essere madre è la più bella esperienza che una donna possa mai vivere. La natura ci ha donato questo grande privilegio, ma allo stesso tempo è la più grande sofferenza.
Anche se sto invecchiando e mia figlia sta crescendo sento sempre di doverla proteggere dalla vita. So quanto può essere brutale il mondo, ma allo stesso tempo voglio insegnarle la bellezza della nostra esistenza.
In procinto di partire cosa mai posso fare ancora? Non abbiamo avuto abbastanza tempo per noi. Mi sento come se avessi dedicato più tempo al mio lavoro e a tutte le altre faccende, che mi sembra non esserci stata mai abbastanza per lei.
Quindi il tempo per mia figlia dov’è finito? Non mi sono accorta di come sia sfuggito. Come se non fossi riuscita a prenderlo e mi fosse scivolato dalle dita.
Cosa mi rimane se non venti miseri minuti per istruirla alla vita, in modo che possa farcela da sola nella giungla?
Posso dirle che ci sarò sempre, sarò il suo sole. Anche se ci sono le nuvole, un temporale o se è notte, il sole è sempre lì al suo posto. A qualunque ora del giorno o della notte sarà nei miei pensieri come lo è sempre stata da quando l’ho messa al mondo. So che non è un addio, ma mi sento come se stessi per perderla, anche se razionalmente so che non è così. È la lontananza che mi mette ansia, perché non so se starà bene o al contrario se starà male, se avrà bisogno di me e ci sono cinquecento chilometri di distanza tra noi. Non potevo essere egoista e farla rimanere a casa con me?
Troppe parole da dire in un lasso di tempo così breve.
Scendiamo gli scalini della stazione e io non ho ancora detto nulla. Che razza di madre sono?
Controlliamo il binario e spero che il treno per Roma sia in ritardo per concedermi più tempo, ma non c’è nessun avviso a riguardo.
Altri minuti volati via che non torneranno mai.
Ci sediamo sulla panchina in attesa del treno. Ancora del tempo evaporato.
Il fischio del treno ci scuote e mi ritrovo col magone. È arrivato cinque minuti prima del previsto.
L’aiuto a mettere lo zaino in spalla e poi ci abbracciamo forte.
«Grazie mamma. Ti voglio bene. Starò bene non preoccuparti. Sarai orgogliosa di me».
Solo in quel momento mi accorgo che nemmeno lei ha parlato da quando si è alzata. Forse anche lei prova gli stessi sentimenti che provo io. Piccola mia. Per non farla preoccupare ulteriormente la guardo negli occhi e desidero che la sua ansia scompaia.
«Sono già orgogliosa di te», le dico con un sorriso radioso a cui lei risponde.
Tempo scaduto, ma quello che volevo dire l’ho riassunto in poche parole. Alla faccia della sintesi.
Quando mai si è visto un treno arrivare in anticipo?
Ed ecco che il treno si allontana da me portando mia figlia al suo futuro.