di Angelica Maoddi

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Imma si potrebbe definire una tipica rappresentante di quell’ipotetica sindrome dell’ape regina per i suoi comportamenti e per gli atteggiamenti psicologici reattivi. Imma non si faceva scrupolo di manifestare istintivamente un comportamento predatorio a caccia di situazioni scabrose nel sottrarre fidanzati e mariti a tutte le conoscenti e amiche semplicemente per il piacere della conquista. Riceveva piacere nel gioco senza avere alcun coinvolgimento affettivo. Le sue amicizie femminili erano scarse o di breve durata, sempre contrassegnate da conflitti aperti o mascherati. Le sofferenze inferte a quelle amiche le erano indifferenti, perché Imma negava a se stessa di avere contribuito ai fallimenti dei loro rapporti e anzi lo attribuiva alla malevolenza delle malcapitate che soffrivano d’invidia per la sua impareggiabile avvenenza. Annullando qualsiasi scrupolo ridicolizzava la stupidità delle donne e il gioco riprendeva il suo corso nell’indifferenza essendo connaturato alla sua indole di primadonna. Aveva avuto un’amica per tutta l’adolescenza “che si era attaccata a lei come una piattola” e che lei aveva reputato insignificante. Era durata fino ai tempi dell’Accademia e poi non più. Giusy l’adorava e sopportava passivamente tutte le angherie che Imma le infliggeva. Imma aveva un rapporto sadico nei confronti di Giusy, la rimproverava di continuo perché mancava di autocontrollo ed era grassa e sciatta. La rabbia di Imma raggiungeva l’apice quando uscivano insieme e non rispettava mai le regole che lei le imponeva. La sottoponeva ad estenuanti ispezioni.
“Mi raccomando non ridere in modo sguaiato, non farmi fare brutte figure, vestiti bene”.
“Lavati, fatti la doccia prima di uscire”.
“Lavati i denti e poi non mangiare i fritti!”.
“Perché hai mangiato i fagioli ieri sera? Ora come posso portarti con me?”.
“Ti ho regalato un profumo delicato e tu metti quello di tua madre che puzza di Borotalco come quello delle vecchie!”
“Pettinati senza farti quelle torri cotonate di capelli che sembra un nido di pidocchi!”.
La povera Giusy si sentiva mortificata e chiedeva scusa. “No, vedrai, non lo faccio più…” oppure: “Non sono come te, tu sei bellissima, tanto a me non mi guarda nessuno… me ne starò in disparte a tenerti la borsa e il cappotto”.
Lei comunque si accompagnava con Giusy alle feste e ai raduni con amici. Imma si scusava della presenza di Giusy descrivendola ingenerosamente “una poveraccia che doveva necessariamente portarsi dietro per avere dai genitori il permesso di uscire”.
La poverina accettava passivamente le sue angherie, finché cominciò a non mangiare più per diventare come l’amica e cadde nel baratro dell’anoressia.
Imma cercò di smuoverla dalla sua apatia e di farla mangiare, ma si stancò presto di starle dietro e in breve non andò più a trovarla, abbandonandola a se stessa.
“Tanto è tempo perso, quella era una stupida da grassa e lo è diventata ancora di più da magra, ora è ridotta come uno scheletro che fa paura e non posso certo portarmela dietro.”
A chi le chiedeva dell’amica rispondeva che era stupida da grassa ed ancor più da magra e che certo non poteva portarsi dietro uno scheletro. Imma non cercò più l’unica amica fedele che aveva avuto e da allora invece dette valore solo agli uomini, mentre le donne venivano da lei considerate incapaci e traditrici da tenere a distanza.
Giusy morì dopo tre anni e lei non se ne fece certo un cruccio.
“Io glielo avevo detto di mangiare, me la sono portata con me anche in pizzeria senza che riuscisse ad ingoiare nemmeno un boccone, che pena! Sono convinta che ognuno è artefice del proprio destino: se Giusy aveva deciso che il suo destino era quello di lasciarsi morire, allora peggio per lei!”.
Le conferme ricevute dagli uomini che cadevano ai suoi piedi avvaloravano le sue convinzioni di attribuire l’accaduto all’invidia delle donne nei suoi confronti.
“Ma com’è stupida quella Romilde! Pensa che suo marito non la tradirebbe mai! E’ una rogna melensa, con quella fame di attenzioni. Cincischia con quella vocina da donnina perbene! Piripì, piripì… rincorre il suo maritino. Non sa che in amore vince chi fugge! Non bisogna mai far capire che si ha bisogno!”.
“Claudia mia, non devi piangere! Fai noia quando fai trasparire che sei depressa perché ti senti abbandonata!”.
“E tu Tiziana, con quelle fissazioni alimentari! Chi sopporta una che non puoi portare a cena perché ogni cibo fa male, e non beve mai un goccio d’alcol!”.
“Che stupidità quelle donne che fanno le gatte morte o come dice il mio amico Giovanni “fregne mosce”, puah!”.
“Sono convinta che agli uomini devi farli sentire all’apice del piacere! Anche quando fai finta!”.
Questi discorsi venivano sbandierati durante le sedute dall’estetista, mentre Imma si faceva massaggiare chiacchierando con signore che la istigavano a raccontare altre storie e pettegolezzi. Le ragazze più giovani con ammirazione subivano il fascino di ascoltare particolari piccanti della sua bella vita e chiedevano nuovi dettagli sulle sue varie conquiste. Imma si soffermava su particolari frutto di fantasia ed esagerava le sue avventure. Credeva di averle vissute realmente in tante situazioni e si sentiva lusingata da tanta ammirazione da parte di queste sue improbabili allieve. Più veniva ammirata da maschi e femmine e più si sentiva spinta a dimostrare il suo spirito guerriero definendosi un’amazzone. Presa dalla frenesia, Imma pensava continuamente a come stupire gli altri e la vita scorreva sopra le righe come in un palcoscenico con ritmi senza sosta. Le piaceva ballare e mettersi in mostra e negli attimi di breve pausa, sfogliava riviste di architettura d’interni soffermandosi sulle immagini e criticava ogni particolare parlando anche con sconosciuti su come l’avrebbe lei creato diversamente. Gli studi fatti in passato li aveva capitalizzati nel lavoro di scenografa e non sentiva affatto l’esigenza di approfondire o di confrontarsi con altri colleghi, che puntualmente sminuiva ritenendoli incapaci. Era sua convinzione si trattasse semplicemente di rapporti di rappresentanza e nel lavoro sapersi vendere e mostrarsi sicura era essenziale. Il suo percorso di vita dava ragione al suo atteggiamento rampante ed infatti fu introdotta nel business di mercato in espansione negli Stati Uniti. Quanto febbrilmente si proponeva ai conoscenti nel lavoro, in famiglia rifiutava ogni lamentela che riteneva fonte di fastidio.
Imma non sopportava di dover riflettere sui suoi improperi e si precipitava a raccontare l’accaduto, spiegando alle colleghe o ai conoscenti che le prestavano attenzione al momento, come la sua vita familiare fosse un peso insopportabile del quale si doveva sbarazzare, per fortuna con la lontananza non aveva l’onere di occuparsi della famiglia…
A cinquant’anni però la rutilante vita di Imma fu bruscamente interrotta da un ictus che la immobilizzò in una sedia a rotelle. Allora, sola e triste aveva bisogno dell’aiuto di tutti e spesso ripensando a Giusy, l’amica fedele che aveva tanto bistrattato, inveiva contro di lei, non perdonandole di esser morta.
Allora aveva affermato platealmente che ognuno è artefice del proprio destino.
A lei il destino aveva forse giocato un brutto scherzo?