di Flavia Novelli

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Le capitava, a volte, di scorgere il riflesso della sua immagine nella vetrina di un negozio, in una porta a vetri o in una pozzanghera e di rimanerne turbata. Non si riconosceva in quella donna sbiadita, con gli occhiali scuri e la sciarpa tirata su, fin sopra le labbra. Uno spettro, ecco quel che vedeva; lo spettro di ciò che era stata, della donna accesa che un tempo calamitava lo sguardo degli uomini mentre a testa alta e con passo svelto e sicuro andava incontro alla vita. Ora era la vita ad inseguirla, come un cane mastino da cui cercava inutilmente di fuggire.
Anche quella mattina lo specchio del bagno le aveva restituito la stessa immagine appannata. L’unico accenno di colore sul suo volto pallido era quel segno violaceo sullo zigomo che, ironia della sorte, somigliava nella forma ad una rosa. Aveva provato a camuffarlo con il trucco, ma neanche con uno spesso strato di fondotinta e cipria era riuscita a nascondere quella rosa viola. Non restava che indossare i soliti occhialoni scuri che un tempo aveva comprato, un po’ per gioco, per darsi un’aria da vamp e che adesso usava invece come scudo dagli sguardi interrogativi della gente.
Ripensava, soffocata nella calca del vagone della metropolitana, alla prima volta che l’aveva visto in quel chiosco sulla spiaggia, con una birra sul bancone e una sigaretta fra le labbra. Non capiva perché ma ne era rimasta subito affascinata, conquistata. Forse quella sua aria da uomo maturo, distaccato, anche un po’ arrogante, lo faceva apparire ai suoi occhi diverso dai ragazzi che abitualmente frequentava. E poi era amico di suo fratello – era in sua compagnia in quel chiosco – ci si poteva fidare. Fu per questo che non ebbe timore ad accettare il suo invito, anche se non era sua abitudine uscire con qualcuno visto una sola volta.
L’aveva portata in giro per i bar della riviera e ovunque si fermassero c’era sempre qualcuno, o meglio qualcuna, che si avvicinava per salutarlo, baciarlo sulle guance con fare malizioso. Quelle donne le sembravano tanto più belle e seducenti di lei, che improvvisamente si sentiva una ragazzina insicura e inadeguata; lei che nella sua compagnia era unanimemente considerata la più bella, che con la sua aria altera appariva irraggiungibile, impossibile da conquistare.
Per tutta quell’estate si era accompagnata a lui, lusingata di essere stata scelta fra tutte le donne che avrebbe potuto avere, ma anche perennemente inquieta per la totale assenza di rassicurazioni da parte di quell’uomo che la trattava come un giocattolo, come una bella bambolina da esporre in pubblico e di cui godere in privato, sui sedili di una macchina o in riva al mare.
C’erano giorni e sere in cui lui si eclissava e lei restava chiusa in casa a tormentarsi in attesa di una sua telefonata. Ogni volta si diceva che non gli avrebbe più permesso di trattarla così, che quando l’avrebbe rivisto gliene avrebbe cantate quattro. Ma poi arrivava, con quel suo sorriso sbieco, come se niente fosse le stampava un bacio sulla bocca, di quelli da togliere il fiato, e lei era di nuovo la sua inerme bambolina innamorata.
Le sue amiche cercavano in tutti i modi di scuoterla e di farla ragionare, la spronavano a uscire, a non sprecare le sue giornate appresso a quel tipo che a loro non piaceva molto, non fosse altro perché si era portato via la loro cara amica. Ben presto però anch’esse si arresero e, con la fine dell’estate e il riprendere degli impegni universitari o lavorativi, smisero di cercarla.
Una brusca frenata della metropolitana la risvegliò dal torpore che quei ricordi le avevano provocato; era la sua fermata, doveva scendere.
Ogni mattina usciva dal suo appartamento nell’estrema periferia romana per calarsi nelle viscere della città e quando riemergeva ogni volta la sfolgorante bellezza del centro di Roma la commuoveva.
Quel giorno, forse per via dell’aria pungente e del cielo terso o per gli addobbi natalizi, la città le sembrò ancora più bella. Aveva bisogno di godere ancora un po’ di quella bellezza e di quell’aria fredda, così decise di raggiungere il posto di lavoro a piedi, anziché prendere il solito autobus affollato.
La prima volta che aveva visto Roma era stata con lui, quattro anni prima. Ecco che la mente torna a vagare… “Mi trasferisco a Roma”, le disse all’improvviso una sera di novembre e il suo cuore per un attimo smise di battere, finché non arrivarono le parole successive: “E tu verrai con me, amore mio”. A quel punto il cuore ricominciò a battere, così forte che temeva lo potesse sentire anche lui.
Contro il parere di tutti, genitori, fratello, parenti e amici, abbandonò la sua tranquilla vita di provincia e il mare che tanto amava, per seguire il suo grande amore.
Nel giro di due mesi si erano trasferiti in quel piccolo appartamento al nono piano di un enorme palazzo grigio e triste. Certo non la immaginava così Roma…
I primi tempi erano stati difficili ma anche belli. Durante la settimana lei restava tutto il giorno da sola ad aspettare il suo ritorno, cercando di abbellire la casa e preparandogli romantiche cenette. Il sabato e la domenica lo trascorrevano a letto a fare l’amore e allora dimenticava tutte le difficoltà e si sentiva una regina, senza trono né corona, ma con il suo meraviglioso re.
Le cose però andavano sempre più deteriorandosi: il lavoro per il quale si erano trasferiti aveva deluso le aspettative, soprattutto sul piano della retribuzione, e quando lui tornava a casa all’ora di cena era sempre più stanco e nervoso.
Ma quello che più feriva l’ego di quel grande uomo era l’essere diventato un nessuno qualunque in quella grande città senza amici e amiche, in cui nessuna lo lusingava con avances più o meno esplicite, in cui a nessuno poteva mostrare orgoglioso la sua “bambolina innamorata”.
Le difficoltà economiche la spinsero, nonostante il suo parere contrario, a cercare un lavoro. Bella e cordiale com’era, non ebbe difficoltà a trovarlo in un elegante negozio di abbigliamento maschile in centro.
Ogni tanto lui la passava a prendere al lavoro e mentre tornavano a casa non perdeva occasione per accusarla di essere stata troppo gentile con quel cliente, che quell’altro le aveva guardato il sedere quando si era chinata, che i pantaloni che indossava erano troppo aderenti. Lei taceva, ma la sua gelosia non la faceva più sentire amata, era solo soffocante e umiliante, ma taceva, taceva sempre. Taceva anche quando arrivò il primo schiaffo e poi il primo pugno, le prime mani al collo.
Il Tevere scorreva lento sotto i suoi occhi lucidi; ferma al centro di ponte Cavour lo osservava immersa nei suoi pensieri. Si sfilò gli occhiali e li gettò nell’acqua.
Era stanca di raccontare di aver sbattuto contro un pensile o di essere scivolata per le scale.
Doveva girare a destra per raggiungere il negozio. Girò a sinistra.
Si fermò dinanzi alla targa del Commissariato di zona.
Fece un respiro profondo, sorrise ed entrò.