di Lorenza Cianci

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Caro diario devo confessarti che, prima di questo evento catastrofico, ho sempre pensato, fin da quando, senza consapevolezza di me, né del mio corpo, ero un’adolescente in erba, che l’aver vissuto lontano dalla città per un periodo più o meno lungo della mia esistenza -sono cresciuta nella taverna di una villetta in costruzione, nel bel mezzo di una campagna salentina- non mi sarebbe stato di utilità alcuna, né mi avrebbe nobilitata nel carattere, come con certi poeti dei tempi che furono, che scrivevano bucoliche e allegorie, ispirati dalle armonie campestri.
Un episodio su tutti mi fece comprendere quanto la mia persona, per quanto mi sforzassi di somigliare, nel look e nelle abitudini, ai compagni di scuola cittadini, fosse aliena da tutto ciò che potesse ritenersi, a diritto, un prodotto culturale di questo secolo XXI. Mi sentivo solo un calco fallato di un’ipotetica me stessa di città.
Primo giorno di scuola media. I banchi in tre file, lunghi finestroni davano su una strada male asfaltata. Era il 2004. Tra i volti sobri e pingui dei compagni tirati a lucido, mi sentii subito un pesce fuor d’acqua. Cercai, per un momento, di immaginarmi da fuori e di inquadrarmi nel contesto. Niente da fare. Così iniziai a spiarmi tutta quanta, dall’alto in basso, da sotto il banco, e gli occhi mi caddero sui piedi. Mi vergognai in modo talmente imprudente che sentii all’istante le occhiate di tutti i compagni addosso, quasi ne avessero fiutato, come cani aguzzini, il motivo. Ebbene, mi accorsi (santo cielo che vergogna!) che avevo dimenticato di cambiarmi le scarpe. Avevo lasciato ai piedi gli stivaletti della campagna, quelli con cui andavo al pollaio la mattina presto per salutare le gallinelle, e verificare la salute della capra con certe corna che la rendevano particolarmente selvatica, e particolarmente brutta. Mi sembrava una capra rimbecillita. In realtà, quell’animale campò assai vecchio, e le mancò in vita solo la manualità, altrimenti avrebbe volentieri sferruzzato, per passare il tempo in quel quadrato di terra, come le mie zie zitelle facevano sul bersò. Mia sorella minore, la ritrovò a testa in giù, un giorno, sfatta e senza vita.
Ecco, le scarpe. Un marchio a fuoco. Cercavo di nasconderle sotto le aste del banco, ma mi sembrarono tentativi tanto inutili quanto goffi. Io ero, senza rimedio, anacronistica.
Iniziai a vedere questo mio marchio come la peste da scansare. Così, mi scelsi un compagno di banco che aveva una passione istintiva per gli animali ferini, e che possedeva di famiglia una fattoria ai piedi del paese, e gli anni passarono.
Da più grande, iniziai a vestirmi come una sciura, mettevo le chincaglie al collo, e passeggiavo in inverno con una pelliccia ecologica blu notte, sembrandomi un capo che, se portato sportivamente, poteva passare inosservato.
Missione: minimizzarmi nel mondo. Imparai a ricalcare nei modi la tipica convivialità della metropoli, andai perfino in una discoteca frequentata dai ragazzetti di buona famiglia, ascoltavo tutta la musica underground, iniziai a informarmi di cinema francese e a 19 anni compiuti mi trasferii in un appartamento condominiale, a Lecce, su via Lombardia, e mi tenni in camera i poster delle mostre alle quali mi interessavo. M’iscrissi alla Facoltà di Lettere e l’edicolante mi metteva sempre da parte L’Espresso. Mi trovai un innamorato, che mi portava all’Odeon a vedere le vecchie pellicole e anche una migliore amica e tutte e due avevamo l’abitudine da teenagers di perderci tra gli asfalti freddi delle notti brave di città. Mi scelsi un abbreviativo ma, per carità, il mio sembrava avere a che fare con qualcosa di spagnoleggiante, o forse greco. Quello della mia amica, invece, era il nome qualunque di una ventenne di Manatthan. Poi, cambiai ancora; oggi mi trovo, da qualche anno, a Bologna.
Prima di questa catastrofe feroce, di questo morbo schiantato in terra, avevo sempre creduto che nessun merito venisse dall’aver speso l’infanzia nell’immensità sovraumana della campagna.
Adesso capisco. Una parte della mia vita è stata impiegata nello sforzo solitario di entrare in società, senza dote e senza danze.
Quando quella sera di due settimane fa la tv e le radio trasmisero l’ordine di starcene a casa per non rischiare di dover finire tutti molto male, se non peggio, capii che quel congegno sofisticato e perfetto, la metropoli, su cui avevo investito tanto e che avevo da sempre avuto in gran considerazione, si era fermato. Sospeso nel vuoto di un’incertezza anormale, saracinesca abbassata, vetri rotti nei cassoni d’immondizia… e seppi esattamente cosa volesse significare la parola rimorso. Cos’era la città, adesso, per me, dopotutto? Ora, solo l’asfissia. Una congerie d’inganni: studenti che correvano, nel mio ricordo, tra un bagno di servizio e l’altro nei weekend contratti nello sforzo sovrumano di vivere come animali sociali. Lo sforzo. Avevo compiuto qualcosa, dopotutto, con naturalezza, in questa città? Ritornai a quella sensazione di freschezza delle sere di campagna, i fagiolini e le zucchine pronte in tavola alle otto, le chiacchiere delle mie zie zitelle che sferruzzavano e sciorinavano rosari, gli stivaletti e l’amaca della notti estive, e la terra bagnata e gli insetti strani sotto il cespo di fagiolini e la sensazione di gioia emanante dalla corsa a orecchie spiegate del bassotto Tito che avevo da bambina, e che chiamavo “ingegnere Tito” perché aveva creato tutto da solo un sistema di canali sotterranei scavati con il suo piccolo naso da cane di piccola taglia. E la capra brutta e rimbecillita che viveva infischiandosene nel suo quadrato di terra e mangiava come un mio zio vecchio divorava, la domenica, il coniglio cotto con le patate. In campagna adesso avrei potuto giocare all’altalena, e strofinare i piedi a terra sperando che il vento non mi portasse via. Avrei potuto vivere all’ombra dell’albero del pepe e giocare a strappargli pezzetti di corteccia, a torturarlo, e sentire le mani appiccicarsi, di latte e di resina. Avrei curato la magnolia, che sembrava sempre all’ultimo fiato di vita.
Mi vergogno. Adesso, sono adulta. Ma forse, alla luce delle considerazioni solitarie di una donna adulta, appunto, in quarantena, potrei, forse, adesso che il tempo non manca, rimproverarmi ogni cosa, o giustificarmi tutto.
Non so. Lascio spazio.
Conto i passi che mi avvicinano al centro di questa riflessione, vorticosa e inesauribile.