di Maria Laura Centi

Aprile 2020

Stendo i panni sul balcone, al sole; quanto tempo era che non lo facevo?
Era sempre Gaia a stenderli e poi a ritirarli e stirarli due giorni dopo. Io mi limitavo a caricare la lavatrice prima di andare al lavoro e tutto il resto non mi riguardava. Invece in queste settimane li ho lavati e stesi ad asciugare godendomi il calore del sole e la quiete della strada deserta, con unici suoni il cinguettio ininterrotto degli uccelli e alle 18 esatte di ogni pomeriggio la musica di un suonatore di tromba nascosto in chissà quale appartamento. Il giorno dopo li ho ritirati e ho trascorso un rilassante pomeriggio a stirarne una montagna: pensavo che non avrei mai finito, erano vent’anni che non prendevo in mano un ferro da stiro, invece poi sono andata avanti scoprendo quanto fosse stranamente distensivo. Ti concentri sulla ripetitività dei gesti, sul vapore da regolare, sulle pieghe da dare e non pensi ad altro. Giusto un po’ di mal di schiena alla fine, niente in confronto a quello risultante da ore seduta davanti alla scrivania ad ascoltare pazienti.
In queste settimane mi sto riappropriando della mia casa e con stupore scopro di provare piacere a prendermene cura, pulendola come piace a me, guardandomela, con i suoi quadri, i suoi colori, gli oggetti belli e preziosi che contiene, spolverarli uno a uno, accarezzarli, sentirli miei.
E’ orribile dirlo, ma per me il lockdown, con la lontananza dal lavoro, è diventato una specie di vacanza, in cui il concetto di tempo si è dilatato e ha perso la sua connotazione di “limite”: ho dormito, cucinato, mangiato, letto, scritto, ascoltato musica, guardato video e poi di nuovo dormito, mangiato, letto, cucinato, pulito senza la maledetta fretta, senza l’orologio al polso, seguendo i miei ritmi, con estrema lentezza, mia tendenza naturale.
Ho recuperato la me stessa di un tempo, degli anni adolescenziali in cui amavo tanto stare in casa tra libri e diari e non mi annoiavo mai; riesco ad assaporare con calma quello che ogni giornata mi offre, dalle lasagne alla lettura, al sole in terrazza, ai libri divorati con un senso assoluto di pace interiore.
Lo so, anche se mi sono chiusa in una mia oasi sospesa nel tempo, il mondo fuori c’è e la sfilata dei camion con le bare è in tv a ricordarmelo e il dolore per mio padre prigioniero di una casa di riposo blindata, senza sapere quando potrò rivederlo, mi genera un’impotenza disperata che riempie di angoscia i momenti in cui emergo dal mio stato di quiete.
Comunque ho preso la decisione che da anni girava nella mia testa senza che trovassi il coraggio di portarla a compimento: ho lasciato il lavoro. Voglio essere libera di disporre del mio tempo senza vincoli orari né obblighi quotidiani, libera di decidere cosa fare delle mie giornate e del mio futuro, anziché sentirmi intrappolata e prigioniera. E’ il lavoro che per me è diventato “la quarantena”, un’infinita “quarantena”.

Dicembre 2020

Riconosco il singulto che mi assale al risveglio, è lo stesso di quando ero bambina; è come un pianto trattenuto, un’infelicità racchiusa dentro, perché oggi come allora so che non avrei consolazione se scoppiassi in lacrime.
Nella stanza silenzio spaventoso, angoscia intollerabile. Distesa sul letto a occhi chiusi cerco di andare con la mente al ricordo del mare per allentare la tensione che mi pervade da quando con l’autunno si è chiusa la lunga parentesi di leggerezza estiva e siamo di nuovo nell’incubo della pandemia. Tutti sapevamo che non era finita, ma l’estate ci ha regalato l’illusione di un ritorno alla normalità.
Ho trascorso un’estate piena di mare, di sole e di gioia per i contatti umani ritrovati, per la libertà di tornare a fare quelle cose che fino a febbraio sembravano così semplici e scontate, come cenare con gli amici, andare al cinema, sorseggiare un drink in compagnia, e che d’improvviso erano diventate proibite e preziosissime. Niente mascherine sulla spiaggia, niente timore di parlare con gli altri, tutto reso sereno dallo stare all’aria aperta; persino nuotare con qualcuno al mio fianco è stata una gioia ritrovata.
Una lunghissima estate: a fine settembre ancora non mi decidevo a lasciare la mia casetta al mare, volevo godermi il sole sino al suo ultimo tiepido raggio. Tanto, l’impegno del lavoro non c’era più! Mi tornava spesso alla mente una frase che da adolescente ribelle scrivevo sui miei diari di scuola “Voglio fare della mia vita un’eterna vacanza!”. Beh, dopo tanti anni di lavoro ora potevo davvero permettermelo di vivere in vacanza, finalmente.
Ma l’estate è finita, nonostante i miei sforzi di renderla eterna.
Ora sto scivolando in un buio senso di sconforto e di vuoto che non mi aspettavo; questa volta è diverso, non è una vacanza.
Mio padre è di nuovo rinchiuso, dopo un’estate dedicata a fargli fare tutto ciò che era umanamente possibile per un anziano di 92 anni, portandolo persino al mare a camminare in acqua e vedendolo felice come un ragazzino.
A Marzo c’erano tutti quei morti, ma c’era l’ottimismo in giro, ce ne stavamo chiusi pensando che sarebbe passata, cantavamo, mettevamo striscioni, aspettavamo l’estate.
Ora siamo tutti in trappola dentro una tragedia immane e ancora disperatamente lontana dal risolversi: anche senza lockdown siamo prigionieri, anche se andiamo a pranzo fuori, a fare shopping, o l’aperitivo alle cinque, come se la vita fosse tornata normale, sappiamo che non è vero, lui è ancora lì, intorno a noi, o forse proprio nella persona che ci è accanto. Sì, l’aspetto davvero terribile di questa situazione è che non puoi mai, assolutamente mai sapere con certezza se chi ti sta accanto è il tuo inconsapevole potenziale killer.
L’impressione certi giorni è di un lento spegnermi: l’assenza quasi totale di contatti esterni priva di significato le giornate. Ho paura addirittura a incontrare mia sorella e mio nipote, a Natale pranzeremo separati. Ora colgo tutto il senso di disumanizzazione e di impoverimento affettivo a cui questa pandemia ci costringe.
Oscillo: un giorno penso che è necessario limitare i rapporti al minimo, tutelarmi e avere rispetto anche per mio figlio che è molto prudente, non posso far rischiare chi vive con me. Un altro giorno invece mi sveglio e con grinta penso che basta, non ce la faccio più, non posso tollerare mesi e mesi ancora di giornate scandite solo dalla lettura e dal computer, da qualche telefonata e dalla passeggiata solitaria; allora decido di riaffacciarmi all’esterno e vedere qualcuno, ma sono uscite anomale, uscite “in sicurezza”: distanza-mascherina-timore- gel… come si fa a incontrare una persona amata così? senza spontaneità, in tensione.
Allora di nuovo decido di starmene sola. E’ un circolo vizioso: mi chiudo e mi deprimo, mi apro e mi spavento.
Forse il vero problema è aver lasciato il lavoro proprio in questo momento: per tutta la vita mi sono occupata di dare aiuto e sostegno agli altri, ora questo ruolo è venuto meno. Pensavo che sarei stata felice della ritrovata libertà, perché avevo desideri e progetti da realizzare, ma in questa situazione di pandemia non c’è libertà e quella che lo sarebbe si trasforma in vuoto.
Non stendo più i panni, non leggo, non cucino, non faccio niente; è un miracolo che riesca ancora a scrivere.