di Maria Laura Centi

Cammina veloce sulla spiaggia, col vento in faccia e il sole di ottobre ancora caldo. Ha bisogno di aria, di spazi aperti e di ripensare a quanto è accaduto. Lui se n’è andato poco fa.
Un’intera estate a corteggiarsi a distanza, a lanciarsi sguardi furtivi, protetti da quella mascherina che ormai da troppi mesi è diventata un tutt’uno con il proprio e l’altrui viso, in un gioco reciproco di seduzione ma anche di incertezza e incredulità da parte sua: possibile che io gli piaccia davvero? Si era chiesta. Bello, giovane, molti anni meno di lei, quell’aria sportiva e dinamica, arrivava ogni giorno a cavallo della sua Kawasaki, scendeva, si toglieva il casco e le sorrideva. E lei si sentiva impacciata, goffa, ma al tempo stesso eccitata, contagiata da quegli occhi che poi continuavano a seguirla dappertutto.
Irma sedeva spesso accanto al marito sulla terrazza dell’hotel affacciato sul mare a sorseggiare una bibita nel mattino assolato. Lui si accomodava poco più in là e aveva sempre qualcuno intorno, perlopiù giovani donne impegnate a ottenere la sua attenzione. Ogni tanto si allontanava per entrare nello spogliatoio e uscirne poco dopo in costume da bagno per gettarsi in piscina, non senza un tuffo esageratamente spettacolare.
Lei lo osservava intimidita e non si era mai accostata alla piscina, si vergognava di scoprire il suo corpo di fronte a lui, aspettava che se ne andasse, verso mezzogiorno, per liberarsi finalmente del suo abitino e correre verso il mare per una bella nuotata.
Lui doveva aver colto il suo imbarazzo e in più di un’occasione, trovandola sola, si era avvicinato per un saluto e poche frasi scambiate, con cui aveva confidato di essersi separato di recente e di essere un fotografo free lance appassionato di viaggi. Erano seguite settimane di discreto corteggiamento fatto più di sguardi complici che di parole e i suoi occhi maliziosi e vivaci continuavano a frugarle dentro, finché si era decisa a proporgli un aperitivo insieme. Sì, proprio lei, Irma la timida, cinquantenne, sposata, si era fatta avanti. Era un periodo di intenso desiderio di rinascita e di leggerezza dopo i mesi pesanti e sacrificati del lockdown, l’estate ormai avanzata aveva portato una sensazione di euforia e libertà, di uscita da un incubo. L’aperitivo però non l’avevano mai preso, lui aveva rinviato più volte l’incontro e quando ormai l’estate era finita e lei rientrata in città con la famiglia, ecco la sorpresa: l’invito a trascorrere una giornata insieme al mare, oggi. Pranzo sulla spiaggia, buon vino e tanto desiderio di cominciare a conoscerlo, desiderio di scoperta e di contatto emotivo, di raccontarsi e sentirlo raccontare.
Sembrava tutto perfetto: l’alcol le aveva permesso di allentare la tensione, a tavola la conversazione era stata piacevole e confidenziale, lui era tenero, premuroso, attento.
Invece poco dopo si era ritrovata con le mani bloccate dietro la schiena, nella casa al mare di lui, ubriaca e spaventata come una tredicenne, costretta ad assecondare le voglie di un uomo che di colpo si era trasformato in un’altra persona.
E’ stata colpa sua, continua a ripetersi camminando sulla riva, aveva inscenato la parte della donna spregiudicata, aveva accettato di entrare in casa sua, cosa poteva aspettarsi? Non aveva mica davvero tredici anni, che idiota era stata!
Per tutto il tempo, un tempo lunghissimo, aveva continuato a sforzarsi di far coincidere le due immagini di lui, ma proprio non era possibile. Aveva provato a fermarlo, a spiegargli che aveva frainteso, che non se la sentiva, che non era pronta, ma il suo sguardo l’aveva spaventata, mentre con brutalità inaudita premeva il corpo contro il suo e le serrava le braccia. A quel punto, sentendosi soffocare, aveva cercato di forzare la sua mente a pensare che quella non era una violenza, no, stava vivendo un’ avventura erotica dopo un lunghissimo periodo di esistenza scandita dalla normalità e dalla routine. Non era forse quello che aveva fantasticato, sia negli anni precedenti che dopo averlo incontrato? Non aveva provato forse di fronte a lui un’attrazione e un desiderio che sembravano spenti da tanto tempo?
Adesso attrazione e desiderio erano spariti, avvertiva solo panico e dolore fisico.
Lui le ripeteva di smettere quella messinscena, le sussurrava “ti sto aiutando”, “supera quest’ipocrisia”, “che cosa sei venuta a fare qui se non vuoi essere scopata?” e lei nel suo smarrimento pensava ha ragione, non dovevo accettare: ora ci sono e non posso deluderlo.
La mente stordita, (ma quanto ho bevuto?), una grande angoscia, Irma cammina e si sente contaminata dallo sperma di quell’estraneo entrato dentro di lei una, due volte. La assale un disgusto profondo, si siede sulla riva e le viene da piangere e poi da vomitare, ma sa che non potrà mai espellere dal corpo quel liquido inquinante.
“Sembrava tanto una brava persona”, le pare di sentire la voce di sua madre quel pomeriggio, quando era andata a riprenderla al lago: con chi era lei al lago? Non lo ricorda, non ricorda nulla di quel giorno se non l’immagine di sé bambina seduta a cavalcioni sul pontile, accanto a quell’uomo che pesca, incuriosita.
Non ha mai avuto idea di chi fosse quell’uomo che pescava, la scena è apparsa ripetutamente nel corso della sua vita accompagnata da un senso di malessere, senza che potesse attribuirle un significato al di là di una percezione vaga di qualcosa di minaccioso. Adesso si accorge che quest’immagine era riemersa soprattutto nella sua adolescenza, ogni volta che un ragazzo le si accostava per tentare un approccio: le si stringeva lo stomaco e veniva presa dal panico, ma non riusciva a sottrarsi, come fosse paralizzata e costretta a subire. Come se avessi cinque anni, pensa, ogni volta cinque anni.
Per questo motivo si era innamorata giovanissima di suo marito, l’unico che fosse uscito con lei per mesi senza tentare un approccio sessuale, come se avesse percepito il suo disagio. Suo marito, che non riuscirà a guardare in faccia questa sera.
Anche oggi, cinque anni, pensa. Se non si fosse sentita pure oggi, alla sua considerevole età, come una bambina indifesa, forse avrebbe messo più forza e rabbia nel reagire, forse sarebbe riuscita a fermarlo: è questo che la fa sentire sporca, l’impressione di essere quasi consenziente alla sopraffazione. La consapevolezza che ogni volta che le è successo ha poi sempre pensato che la colpa fosse sua, perché non si ribella abbastanza, perché si arrende.
Aveva fantasticato una storia fresca, eccitante, ma tenera e romantica, come un’adolescente cretina, il principe azzurro a cavallo di una Kawasaki. Invece e’ riapparso il mostro, la bestia, l’uomo nero.
Lo stronzo, pensa, il bastardo, un maniaco, un malato. Altro che sentirsi in colpa, altro che tremare di disgusto all’idea che potrebbe cercarla di nuovo, la prossima volta il minimo sarà sputargli in faccia.

E’ ora di sconfiggere i fantasmi del passato.