di Fabrizia Fedele

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Gli shorts di jeans con la micro camicia bianca annodata sotto il seno erano perfetti. Molto cool. Finalmente le si vedevano le tette e pure Ivan se ne era accorto. Eccome. Le aveva chiesto se veniva alla cena di fine anno. Francesca le aveva detto vedrai che ti si siede vicino, mettiti gli shorts. Si erano viste il giorno prima per provare un po’ di magliette e tingersi i capelli di rosa. Poi lei se li era lavati per togliere tutto quel rosa, ma non c’era riuscita del tutto. Comunque stava bene. Aveva frugato nei cassetti di sua madre, pescando un reggiseno bianco molto elegante, ma le stava grande, cazzo, lei aveva appena una seconda. La odiava. Poi aveva trovato un foulard di Gucci, lo aveva arrotolato e messo a mo’ di fascia per capelli. Cool.
Asia, ma come ti sei conciata? Sua madre la guardava incredula. Che fai? Quello è il mio foulard. Non è adatto a una ragazzina di tredici anni!
No, e chi lo dice? Io che sono tua madre. E aveva aggiunto: comunque non andrai alla cena di fine anno. Stai scherzando? Affatto, Asia, togliti quei pantaloncini, non andrai da nessuna parte. Perché? Perché non siamo ancora immuni e non mi fido di mandare mia figlia a una cena piena di adolescenti scalmanati.
Sei matta? Ci vanno tutti.
Non mi interessa quello che fanno gli altri, mia figlia non si muoverà da casa, stasera.
Mettiti l’anima in pace, il discorso è chiuso.
Le aveva voltato la schiena ed era sparita in camera da letto.
Ovviamente suo padre non c’era. Non c’era mai quando le serviva.
Come quella volta che si era dimenticata la chiave di casa, sua madre era a Milano per lavoro e lui non le aveva risposto al telefono. Era rimasta fuori di casa per ore.
Per fortuna c’era Francesca e da lei era andata.
Adesso poteva uscire lo stesso, pensava. Tanto sua madre si chiudeva spesso in bagno a parlare al telefono con il suo amico, non se ne sarebbe neanche accorta.
Papà non c’era mai e sua madre aveva un amante. Forse avrebbero divorziato. Fanculo a loro, aveva pensato. Sarebbe uscita lo stesso.
Ormai che aveva finalmente le tette non sarebbe più rimasta a casa a chattare tutta la sera con le sfigate della classe.
Aveva messo tutto nello zaino: shorts, camicia, rossetto viola e il gel di paillettes da mettere sulle palpebre. Scendo un attimo dal cinese. Aveva detto a sua madre che le si era parata davanti all’improvviso. Che ti serve dal cinese? Due quaderni e lo scotch, torno subito. Ok. Mi prendi la cover per il cellulare? Quella trasparente. L’aveva fregata, doveva ritornare per forza a casa per darle la cover. Doveva tornare e riuscire.
Mentre scendeva le scale Francesca le aveva scritto. Per poco non scivolava nel guardare la foto dell’amica in reggiseno e mutandine di pizzo. Accidenti se era sexy. Pronta? Scriveva. Macché. Mia madre si è impuntata, non mi fa uscire. La Troia. Perché?
Dice che non siamo immuni. E sti cazzi! Ma gliel’hai detto? C’ho provato.
Asy non ci devi provà. Devi venire e basta. Inventati qualcosa.

Era bella sua madre. La più bella tra le madri di tutti i suoi compagni di sempre. La stronza. E lo sapeva. Lei non sarebbe mai stata così. Aveva preso dalla famiglia del padre: le donne erano tutte piatte e brutte.
Mentre tornava da scuola alle tre di pomeriggio, due giorni fa, l’aveva vista. Lei no. Appena aveva imboccato la via dirigendosi verso il portone, aveva visto dei capelli biondi muoversi, delle gambe scattanti e muscolose, delle scarpe gialle con il tacco quadrato, era sua madre.
Proprio lei che correva verso una macchina scura con la portiera del passeggero aperta, in attesa che lei entrasse. E così aveva fatto. Si era tuffata dentro la macchina con la stessa energia di un bambino sullo scivolo. Così le era venuto di pensare. A un tuffo sullo scivolo. Per un attimo le si era fermato il respiro. Ma era stato solo un secondo. Poi era tornata in sé. Aveva proseguito in avanti oltrepassando l’auto velocemente. Lei non poteva vederla, era di spalle. Si era fermata e li aveva guardati bene. Si baciavano. Vedeva la testa di sua madre reclinata indietro, mentre un uomo dai capelli brizzolati la baciava. La divorava. Sembrava che il suo viso fosse sparito nelle fauci di quell’uomo. Era proprio sua madre? Non aveva neanche pensato che a quell’ora avrebbe potuto incontrare lei che tornava da scuola. Si era scordata di avere una figlia, sua madre.
La stronza.
Aveva preso il suo iPhone e li aveva ripresi. Si capiva che era lei se uno la conosceva bene. Il taglio dei capelli, la postura della testa.
Non sapeva perché l’aveva fatto. Le era venuto così, senza pensarci. Come allacciarsi una scarpa slacciata. Una cosa da fare.
Adesso quel gesto previdente le tornava utile.
In una manciata di secondi aveva cercato il video e lo aveva inoltrato al padre tramite WhatsApp. Un attimo ed erano subito apparse le due spunte azzurre.
Si era messa in ascolto. Pronta a schizzare via di casa appena fosse scoppiato il caos.
Aveva scritto a Francesca di aspettarla sotto casa, davanti al bar dell’angolo.
Poi aveva trillato il cell di sua madre. E l’aveva sentita alzare la voce. Ma che dici Antonio. Io non bacio proprio nessuno.
L’aveva sentita spostarsi verso il bagno.
Poi silenzio. Quindi il suono di WhatsApp.
Suo padre doveva aver inoltrato il video alla madre.
Allora lei era sgusciata via. Quello era il momento.
Aveva aperto lentamente la porta d’ingresso e l’aveva richiusa adagio.
Era fatta.
I suoi avevano altro a cui pensare.
Lei poteva andare dove voleva.