di Fabrizia Fedele

1.
A volte mi pare di essere in gabbia.
Dalle finestre affacciate sul cortile vedo il viavai dei merli e dei passeri che saltano da un ramo all’altro degli alberi, per poi atterrare sui cornicioni del palazzo oppure rifugiarsi dentro ai buchi aperti sulla facciata. Da qualche giorno i pappagalli latitano e non sento i loro schiamazzi. Chissà dove sono finiti.
Le mie preferite sono le tortore, che ci svegliano la mattina, prima della suoneria della sveglia. Un richiamo che trovo simpatico, ormai familiare.
Qualcuna di loro viene spesso sul davanzale delle finestre, del bagno, ma anche della stanza da letto. Quando sono lì, la tortora non scappa, almeno non subito, indugia parecchio, sembra osservarmi a sua volta, muove la testolina di lato per guardarmi meglio. Ci scrutiamo reciprocamente. Forse possiamo persino comunicare.
Ma non è questa già una forma di comunicazione?
Ci guardiamo, a separarci c’è solo il vetro della finestra.
Mi chiedo se sia possibile addomesticare una tortora.
Ecco, questa è una cosa che potrei fare per ingannare il tempo.
Da quando non ci sono più collaborazioni continuative con i giornali, sto a casa e scrivo articoli di cucina ogni tanto, quando mi affidano qualcosa.
Il colmo per una che detesta cucinare.
(Però adoro mangiare quello che cucinano gli altri).
In realtà detesto tutto quello che riguarda la casa e i lavori domestici.
Non faccio quasi niente. Avrei sacrificato tutta la giornata per lavorare in redazione.
Invece sono qui a fare amicizia con una tortora.
La tortora è libera e io sono in gabbia.

2.
Ho preso coscienza di non essere più giovane, anzi di aver iniziato a invecchiare per via di un costante dolore lombosacrale.
E’ stato piuttosto ingenuo da parte mia credere di ingannare l’arrivo dei cinquanta con l’utilizzo di maquillage dai colori pastello. Per qualche tempo mi sono illusa, poi il dolore fisso al fianco destro mi ha portato a sentire il medico e a fare una risonanza magnetica.
Il responso è stato lapidario. Ernia del disco. Anzi erniazione intraforaminale destra del disco intersomatico L4-L5…
Sembra grave, invece il fisiatra ha minimizzato, riducendo la questione a un dato statistico: una patologia comune tra i miei coetanei.
Avrebbe voluto e dovuto essere un’affermazione confortante.
Invece per una che ha sempre ricercato l’eccezionalità, essere adeguata rispetto alle medie delle statistiche mediche è umiliante.
Il medico sorride. Non ha capito di non avermi confortato.
Pazienza. I medici non hanno mai avuto una grande perspicacia.
La fisioterapista è stata più empatica.
Mi ha spiegato che il dolore che sento è causato dalle tensioni muscolari. Mi ha praticato dei massaggi lungo la schiena, soffermandosi sui fianchi, specialmente sul fianco destro. La colpa del dolore è dell’ileopsoas. Un muscolo composto dal grande psoas e dall’iliaco: si parte dalla colonna vertebrale e si arriva fino all’osso sacro. Un muscolo mostruoso, nel mio caso perennemente teso. Anche per via della mia iperlordosi, mi spiega la fisioterapista. Ma io aggiungerei per via del covid, della guerra, di mia madre e del suo male, della mancanza di lavoro. Certo, mi dice, la componente emotiva ha un ruolo determinante. E aggiunge, ma se lo sai, perché non ti rilassi? Non ci pensare. È inutile, tanto stai solo peggio.
Va bene, non ci penso, mi rilasso. Ma perché poi, dovrei rilassarmi?
Non sono sicura di volermi rilassare.
Almeno, quello che so è che non riesco a rilassarmi a comando.
Mi dico di provare con lo yoga, in passato mi dava sollievo, dall’ansia e dai pensieri negativi.
Praticare lo yoga. Lo inserisco tra le cose da fare.
Mi sembra un buon proposito.
Fa anche fico, ammettiamolo.

3.
Ogni tre settimane il giovedì accompagno mia madre all’ospedale.
Non guido, quindi prendiamo insieme il taxi. Attraversiamo praticamente mezza Roma. Un viaggio nervoso all’andata, un viaggio faticoso al ritorno. Un viaggio nell’ansia e nella preoccupazione, nella rabbia e nel senso di colpa.
A furia di urlare a mia madre di non lamentarsi e di non parlarmi sempre dei suoi mali, ho ottenuto il risultato. Non so se ha trovato un altro orecchio che l’ascolta, oppure ha smesso e basta. Con il passare del tempo ci si abitua alla malattia e si ha meno paura. Credo. All’ospedale c’è un’infermiera che fa molte battute per tenere alto il morale delle truppe. Con qualcuno ci riesce. Si può fare la chemio tra una battuta e l’altra. E’ possibile, mi dico.
Col tempo quello che sembrava inaccettabile diventa possibile, persino normale. Lo vedo nei pazienti che aspettano il loro turno per la terapia. Si incazzano per l’attesa, come farebbe chiunque, parlano al cellulare o con il familiare che li accompagna, del pranzo o della cena, chiedono notizie di qualcuno, spettegolano, si ricordano di qualche scadenza, sembra tutto normale. L’apparenza della “normalità” è di conforto.
Io appena posso scendo al parco dell’ospedale: mi porto sempre un libro che poi non leggo, preferisco telefonare a qualcuno, parlare di cose da fare, oppure mandare dei messaggi. Del libro leggo al massimo mezza pagina.
Respirare l’aria in mezzo al verde mi fa bene e per qualche istante mi dimentico dove sono.

4.
Il fatto di sapere che il lavoro non riprenderà, mi fa pensare ad altro.
Mi viene in mente che potrei scrivere la storia di una giornalista esperta di enogastronomia in un mondo tutto maschile.
Di cose da dire ne ho. Quando ero alla redazione guide capii immediatamente che tutto il settore ristorazione e vino era in mano agli uomini. Se volevi solo metterci il naso, dovevi fare quello che facevano loro. Mangiare e bere tanto, dando l’idea di essere così molto professionale, molto calato nel ruolo di “esperto”. Ovviamente ingrassai dieci chili e più in poco tempo.
Alle degustazioni dei vini, chi scrive di vino deve assaggiare tutto senza mostrare cedimenti. Alle fiere idem. Dopo qualche ora i sedicenti esperti di vino puzzano dalla testa ai piedi e fanno battute a sfondo sessuale. Le donne cercano di imitarli con la differenza che essendo loro oggetto delle suddette battute possono solo mostrare di divertirsi alle stesse.
Optai per la ristorazione: si prediligeva l’analisi dei piatti a discapito di quella dei vini, con il vantaggio di poter limitare la quantità di alcol da assumere e di battute sessiste da sopportare.
L’alta ristorazione è affascinante. L’eleganza di certe tavole, il design degli arredi e poi l’ideazione e la creazione dei piatti fanno apparire l’alta cucina qualcosa di molto simile all’alta moda. La cucina è come il backstage di una sfilata, la sala come la passerella. Un parallelismo molto usato sui giornali negli anni scorsi.
Rimasi stregata da tanta sofisticazione: esprimeva cultura e ingegno.
Poi è successo qualcosa che ha distrutto irrimediabilmente quel mondo. La sovraesposizione mediatica degli chef ha rotto l’incantesimo. Quando si parla continuamente di qualcosa si perde il mistero. Così ci si disinnamora.
Prima però era successo qualcosa che aveva distrutto me.
L’editore per cui lavoravo aveva deciso di non rinnovarmi il contratto.
Sei troppo per noi, mi disse il direttore, sei troppo ambiziosa, non posso offrirti quello che vorresti. Mi disse. Non fai squadra. Sei come Cassano. Pur non avendo mai giocato a calcio, intuii quello che voleva dire.
Non mi diedi per vinta e iniziai a lavorare come freelance scrivendo per diversi giornali e periodici, molti dei quali in questi anni hanno chiuso oppure hanno eliminato le pagine dedicate all’enogastronomia e al lifestyle.
Con game over nell’oggetto di un’email, il caporedattore di un importante settimanale annunciava a me e agli altri collaboratori la fine della rubrica. Collaborazione bye bye, forse sarebbe stato meglio.
Nel frattempo a me vennero i calcoli alla colecisti, che dovetti togliere.
Stetti a lungo senza bere alcolici e senza mangiare grassi.
Vidi le cose con maggior lucidità.

5.
La tortora ha mangiato i semini di sesamo che avevo messo sul davanzale.
Almeno spero. Non voglio pensare che potrebbe averlo fatto una cornacchia.
Ieri mia madre mi ha di nuovo travolto con le sue lamentele. La Tac ha dato un responso positivo e avremmo dovuto brindare con una bottiglia di Krug, invece siamo state un’ora a parlare del fatto che lei è ingrassata e che non ha più niente da mettersi. Io le ho detto di comprarsi dei vestiti nuovi, ma lei ha insistito con la grassezza. Allora mi sono incazzata e ho deluso le sue aspettative.
Ma lei, mi chiedo, cosa si aspetta esattamente da me?
E io, cosa vorrei da lei, mi chiedo a mia volta.
Una madre materna, che mi manlevi dal dolore e dal senso di colpa, che sappia gioire della vita che le resta e sappia condividere con me qualche sprazzo di euforia.
Chiedo troppo.
Mi rendo conto.

6.
Ho comprato un vestito bello, con una scollatura ampia e tonda.
Allo specchio del camerino di prova mi sono vista sexy e femminile.
A casa invece mi viene in mente che non avrò tante occasioni di indossarlo, o meglio ultimamente mi vesto spesso con una camicia maschile, che mi fa sentire più potente.
Ma sì, le tette ce l’ho e si vedono lo stesso, non c’è bisogno di mostrarle con una scollatura ad hoc per attirare gli sguardi maschili.
Ancora ad attirare gli sguardi maschili per sentirsi belle, quindi vive? Siamo messe così male?
La prima manifestazione del desiderio maschile che ricordo è a nove anni in piscina.
Andavo a nuoto in una piscina all’Eur e mi ero ritrovata in un gruppo dove erano tutti maschi tranne me. Le femmine tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80 non nuotavano, facevano tutte ginnastica artistica o danza. Insomma ero l’unica. Le madri dei maschi mi guardavano con commiserazione, accidenti è l’unica femminuccia, dicevano. Ma non c’è un gruppo di femminucce dove puoi andare? I miei essendo socialisti la vedevano come una cosa normale. Per gli istruttori evidentemente eravamo asessuati, dei marmocchi e basta.
Anche le docce erano comuni, senza distinzioni di genere. I genitori non erano ammessi negli spogliatoi, a dare un’occhiata e una mano c’erano due signore un po’ burbere ma efficienti. Fu una di loro che acchiappò un bambino di nove anni che era entrato nella mia doccia mentre ero sotto al getto dell’acqua. Era rimasto incantato da me, dalla mia nudità, dal sesso, che non aveva mai visto. Voleva toccarmi. Lesta la mano della sorvegliante l’aveva afferrato e scaraventato via. A me aveva intimato di fare la doccia col costume d’ora in poi.
E così feci.
Ma quel bambino ormai era stregato e me lo ritrovavo sempre intorno.

Nel corso degli anni mi è capitato spesso di innescare un desiderio inconsapevolmente: il più delle volte ho fatto l’anguilla, raramente mi sono fermata.
Le conseguenze di un innamoramento asincrono sono sempre disastrose.
Per esperienza.

7.
Oggi mi hanno chiamato per propormi di fare l’ufficio stampa per un ristorante appena aperto. Ho risposto no. Scrivere di ristorazione e fare l’ufficio stampa sono proprio due diverse categorie del pensiero. Non è una questione deontologica, ma proprio non è questione.
Mi sono immaginata la scena della cena con i giornalisti e i blogger scrocconi che si tuffano sui piatti prima per fare le foto e poi per sbafarsi tutto. E la mia faccia orripilata nel contemplare la scena.
Invece.
Ho iniziato a scrivere un racconto con una giornalista enogastronomica protagonista.
Mi sembra interessante, potrei vedere se riesco a farne un romanzo.
Sto pensando di seguire un corso di scrittura creativa. Quelli che ho trovato non mi convincono però. Potrei vedere se c’è un corso di scrittura in francese, sarebbe molto stimolante. All’Institut Saint Louis di Roma non riescono mai a trovare il numero minimo di iscritti, quindi i corsi di scrittura creativa non partono mai.
Ho cercato un corso direttamente a Parigi, così giusto per vedere l’effetto.

8.
Vittorio alla mia idea del corso di scrittura ha controproposto un corso di sesso tantrico per entrambi. Mi ha fatto venire in mente Sting che diversi anni fa sbandierava ai quattro venti il fatto di praticare sesso tantrico con la moglie Trudy (a proposito staranno ancora insieme?).
Sting sosteneva di poter fare sesso per ore senza sosta.
Non posso fare a meno di pensare che palle.
A noi basterebbe riaccendere la miccia che si è spenta da un po’.
Per un certo periodo ho colpevolizzato lui che non era reattivo come avrei voluto. A una non reazione corrisponde un’altra non reazione, almeno in questo caso.
Dunque la stagnazione dei sensi.
Poi ho capito che per qualche ragione ho rinunciato a esplicitare i miei desideri, che da tempo restano interiorizzati.
Vittorio dovrebbe interpretarli. Anzi indovinarli. Anzi entrare nel campo vibrazionale del mio pensiero. Non credo sia impossibile.
Comunque il sesso è strano, a volte sembra la cosa più naturale del mondo, altre volte la più innaturale.
Non credo sia solo una questione di routine della coppia.
A me succede di pensare che c’è tempo per farlo, adesso no, magari dopo, poi neanche. La paura è che il desiderio non venga ricambiato, il gesto non procuri la gioia sperata. Potremmo chiamarla ansia da non soddisfazione.
Credo che per Vittorio sia lo stesso.
Così si rimanda.
Sine die.

9.
Alla fine ho deciso di partire per qualche giorno.
Destinazione Parigi.
Non mi sono iscritta a un corso di scrittura creativa, sono stata tentata, ma poi ho desistito. Troppo pretenzioso. Oneroso. Ardito.
Andrò a un evento organizzato in un teatro, une rencontre littéraire con Annie Ernaux.
Per il resto, camminate per le vie di Parigi, un salto al Beaubourg, al marché des Enfants Rouges, una scorpacciata di ostriche da Régis.
Da quanto tempo non vado a Parigi.
Vittorio ha un impegno di lavoro, ha detto che mi raggiungerà.
Verrà a cercarmi.

Sono uscita di casa,
mi sento viva.
Sono uscita dalla gabbia.
Dico ciao alla tortora.