di Liliana Paganini

Ho capito di avere due corpi quando mio marito si è rotto il femore. Da anni soffriva di Parkinson e questa estate è improvvisamente peggiorato. Sicuramente le ferie estive del centro di fisioterapia, il non fare per più di un mese i suoi esercizi, ha contribuito non poco alle sue improvvise e frequenti cadute. Anche la sua cocciutaggine gli è stata fatale. Quante volte faceva le bizze e si rifiutava di andare a fare le sue ore necessarie di ginnastica! Ma si sa che il motto: Chi è causa del suo mal pianga sé stesso non vale per noi donne e per i nostri mariti. Siamo noi infatti che spesso ci troviamo a piangere per loro. E alla fine così è stato.
Avevo intuito che qualcosa non andava per il fatto che mio marito rifiutava il rituale spostamento estivo nella casa di campagna, e ne ho concluso che non si sentisse sicuro in un posto pieno di scalini. Perché, nonostante avessimo fatto istallare una piattaforma elevatrice, per evitarci le ripide scale dei tre piani, la casa comunque è disseminata di scalini per passare da una camera all’altra, oppure per entrare dalla strada. In effetti, aveva ragione ad avere timori perché dalla fine di luglio ha iniziato a cadere e ad agosto capitombolava a raffica.
Più volte, correndo in suo soccorso, riuscivo a intercettarlo e a sorreggerlo prima che toccasse terra, accostavo poi una sedia e lo aiutavo a sedersi. Di solito dopo pochi minuti, passato lo choc, si rialzava e riprendeva a muoversi normalmente. Perlopiù cascava senza gravi conseguenze, diciamo solo qualche acciaccatura. Ma alla fine di agosto, la situazione non era più sotto controllo. Mi sono particolarmente spaventata quando, dopo una delle tante cadute intercettate, messo su una sedia, dopo qualche minuto di riposo, cercando di rialzarsi, continuava a ruzzolare. Era poco prima di Ferragosto e ho telefonato al suo neurologo cercando aiuto. Naturalmente era in vacanza, gli ho scritto un messaggio e mi ha laconicamente risposto le consiglio di chiamare il 118. Non mi è parso il caso di andare a trascorrere ore nella sala d’attesa di un Pronto Soccorso dove oltretutto non avrebbero potuto certo curarlo, ho preferito cercare un altro neurologo che potesse visitarlo.
La neurologa che ci ha ricevuto il 12 agosto era molto abbronzata, probabilmente tornava dalle vacanze, ed estremamente coscienziosa. Lo ha visitato con scrupolo e ne ha concluso che la terapia con la dopamina andasse aumentata.
Mi sono illusa che fosse uno sciamano più che un medico. Pensavo che la nostra vita riprendesse come se niente fosse successo, ero certa che la cura avrebbe risolto il problema. Invece, dopo appena una settimana, ha ripreso a cascare quasi tutti i giorni.
Poi è avvenuto il peggio. Il 23 agosto, mentre ero al telefono nel soggiorno lui si è sfracellato nel corridoio. A dire la verità, quel giorno era già crollato altre due volte ed ero, come al solito, riuscita a intercettarlo prima che cadesse a terra, ma questa volta il destino aveva deciso diversamente e quando ha esclamato Aiuto! dal corridoio e io sono accorsa, ho capito che era successo qualcosa di diverso. Non riuscivo a spostarlo, aveva dolore ovunque. Ho chiesto soccorso alla nuova neurologa, che mi ha risposto: chiami la guardia medica e a mia sorella, che mi ha inviato il filippino che lavora da lei per aiutarmi a spostarlo e a metterlo a letto. Solo quando l’ho visto disteso, finalmente mi sono accorta che una gamba era più corta dell’altra. L’ho portato al Pronto Soccorso alle 9 di sera. Naturalmente per le norme anti Covid, ho dovuto attendere fuori, seduta sul davanzale di una finestra di un seminterrato per 4 ore prima che mi dessero notizie, con un pacco di medicine, quelle che prende abitualmente, da consegnare. Il medico che alla fine mi ha comunicato che lo avrebbero ricoverato nel reparto ortopedia per la frattura del femore e dell’omero, non poteva credere che mio marito, che appariva in stato confusionale, fino a poche ore prima potesse essere una persona normale che amministrava la sua vita in modo assolutamente autonomo.
Il giorno dopo, per rimetterlo un poco in sesto -aveva l’emoglobina a 5- gli hanno praticato qualche trasfusione e poi è stato operato con successo al femore, dove gli è stata applicata una protesi. Per la frattura dell’omero sarebbe bastato un tutore, mi hanno detto. Quando sono andata a trovarlo era ancora in stato confusionale, non capiva dove si trovava e perché. Tentava inutilmente di scendere dal letto. Per fortuna, il giovane uomo che era ricoverato di fronte a lui, vittima di un incidente stradale, con una gamba in trazione -era stato investito mentre attraversava sulle strisce da un’auto che procedeva contro mano- puntigliosamente chiamava gli infermieri a calmarlo quando mio marito tentava la fuga. Il che doveva avvenire spesso perché infatti più volte l’ho trovato sin troppo calmo. Comunque è stato difficile convincerlo, visto che cercava in tutti i modi di scavalcare le sbarre del letto, che non poteva alzarsi, che la gamba non lo avrebbe retto. D’altronde non era l’unico caso, nel letto a fianco c’era un signore ottantenne, con la testa un po’ persa, ma un corpo ancora atletico, che imperterrito tentava da molto più tempo la fuga, gridando in tono accorato: Maaamma! Ma l’incidentato s’interessava anche del suo caso e suonava a tutto spiano il campanello.
Da allora il corpo di mio marito è diventato anche il mio. Anzi ho dovuto occuparmi prevalentemente del suo. Tutti i santi giorni vado a trovarlo. Cambia solo l’orario, a seconda della struttura che lo ospita: in una il ricevimento era dalle 17,30 alle 18,30 in un’altra dalle 16 alle 17,30, in ospedale era dalle 19 alle 20. Regolo il mio riposino pomeridiano in base ai suoi orari di visita. Ultimamente non riesco a stendermi sul letto neanche un po’ considerato che devo uscire di casa alle 15 per arrivare alle 16 in punto (lui è sempre in ansia se ritardo) in una casa di cura lontanissima, dove se non altro c’è un giardinetto in cui ci riversiamo insieme a tutti i pazienti ricoverati e tutti i loro congiunti. Per lo più mogli, più pazienti e rassegnate dei mariti. Ormai il piccolo spazio verde è diventato un luogo di ritrovo e socializzazione anche per me. Un luogo di scambi di mesti sorrisi e sguardi complici, partecipi e compassionevoli con altre donne come me dal doppio corpo. Dopo tre mesi (10 giorni in ospedale, 40 in una casa di cura per riabilitazione motoria, altri 40 in estensiva, cioè sempre in riabilitazione motoria solo in un’altra struttura) in cui tutti i giorni l’argomento principale di tutte le conversazioni è stato il suo corpo, direttamente: Come procede mio marito, dottore? Riesce a camminare con il carrellino? Pensa che potrà salire gli 11 scalini che dal portone del palazzo portano all’ascensore? o indirettamente: Cara, come stai? E tuo marito? Come va con la riabilitazione motoria? Sarà avvilito poverino e tu stanca! trascurandomi, comincio a sentire il dolore della mia sciatica riacutizzarsi, mentalmente chiedo al mio corpo di resistere, temporeggiare. Non è il momento per me di ammalarmi, è un lusso che ora non posso permettermi. Tra la corsa quotidiana alla casa di cura in cui è attualmente ricoverato, il medico di base da cui devo passare per le prescrizioni delle medicine, l’INPS dove devo chiedere notizie della sua pratica per l’invalidità, le sanitarie e le ortopedie dove devo visionare i carrelli, le sedie a rotelle e i bastoni con quattro appoggi, non sono ancora riuscita a trovare il tempo di andare dal mio agopunturista per l’incipiente ritorno della sciatica.