di Anna Maria Brigida

Ho sempre vissuto circondata dalle sorelle. In famiglia siamo tre sorelle, più o meno vicine per età: Ra, io Anna Maria, di un anno più piccola e Cla, tre anni dopo di me, tutte femmine, solo dopo sei anni arrivò finalmente il figlio maschio: Ro, la nostra gioia e il nostro trastullo. Io, che ho nove anni più di lui, mi atteggiavo a sua mamma. Lo aiutavo a vestirsi: fu proprio in un uno di quei momenti che mi disse con la sua voce squillante: “Anna tu sei come una mamma!” Lo abbracciavo e lo baciavo. Entrai talmente nella parte che, mentre davano la pubblicità alla TV ripetei la frase: “per il mio bambino”. Fui messa subito a tacere da mia madre: “per il mio bambino”, calcando quel mio. Io lo accompagnavo anche a letto per fargli dire le preghiere della sera, cosa che mamma faceva qualche anno prima con noi sorelle, cresciute e ormai capaci di farlo da sole. Allora la mamma affidava al Signore tutta la famiglia elencandone i nomi, compresi nonne e zii. È viva in me la gioia che, da sotto le coperte, mi attraversava tutta quando lei pronunciava il mio nome completo Anna Maria e pareva che i miei riccioli tintinnassero. Infatti il mio nome l’aveva scelto lei, perché a papà piaceva il nome Monica che, tra l’altro, sarebbe stato un nome unico a quel tempo. Il rifiuto netto della mamma era dettato dalla paura che, nel paese mi chiamassero monaca. Eppure, a dispetto del nome, il destino mi ha perseguitata. Chi mi ha conosciuto nel paese ad oggi mi chiama la suora, perché appena laureata entrai in una fraternità di suore in jeans, attratta dalla spiritualità di Charles de Foucauld e da loro che la vivevano seguendo il precetto: “Gridare il Vangelo con la vita”! Ci si chiamava sorelle ma anche con loro per me fu difficile esserlo davvero come lo era stato con le sorelle naturali. Eppure le amavo profondamente tutte. Era un amore totale, quasi morboso, dal quale ho imparato, a poco a poco a purificarmi, incominciando ad amare, in modo sano, me stessa. Con Ra andavamo d’amore e d’accordo a tavola, riproducendo nella nostra realtà quella che era la pubblicità di un prodotto che, appunto, a tavola provocava l’amore e l’accordo tra i conviviali. Per noi, sedute vicine, era uno spirito bello che ci univa. Fuori dalla tavola era un litigare continuo che finiva con le grida di Ra e con il mio pianto dirotto. A Ra passava tutto velocemente, a me invece restava il rancore e la rabbia per non aver saputo urlare come lei, anche per una settimana. Cla era la mia compagna di giochi: giocavamo a “caro e cara”, ruoli che si invertivano di continuo. Io, più grande, ero la sceneggiatrice e la piccola Cla mi seguiva con devozione. Spesso la facevo divertire e lei rideva a crepapelle. Ci buttavamo sul pavimento della camera da letto dei miei genitori, stando l’una di fronte all’altra e ci davamo carezze. Poteva succedere che io e Ra ci coalizzassimo contro Cla, purtroppo proprio perché più piccola. Prendevamo a insultarla con epiteti poco simpatici, come la signora bassotta, oppure la negretta (di pelle scura, come mio padre, le si accentuava l’estate). Immancabilmente, quando papà tornava dal lavoro, glielo faceva presente. Lui rispondeva sempre allo stesso modo “dì loro che insultano papà”. Cosa che Cla faceva ma noi imperterrite continuavamo, forse perché invidiose che fosse la sua preferita.
L’estate la mamma ci portava nel lettone matrimoniale, nel caldo primo pomeriggio. Lei aveva bisogno di riposare per il tanto lavoro di gestire noi e la casa. Ma noi, sommessamente, parlavamo e lei, di tanto in tanto, ci dava dei pizzicotti che, pur facendo male, almeno a me, mi facevano provare uno strano piacere e così continuavo nel bla-bla-bla. Cresciute, ci siamo distaccate mentre ci legavamo ai gruppi delle nostre classi e la familiarità si è sciolta come neve al sole.

Con le sorelle in jeans con cui ho vissuto dal giugno 1976 agli inizi del 1988, ho avuto periodi belli a Milano, dove lavoravamo in una fabbrica di arti grafiche, poco lontana dalla fraternità. Produceva racconti per bambini in cartone e, all’interno c’era una carta velina spessa con le immagini da trasferire nella fiaba. Io ero al macchinario che inseriva la velina nel cartoncino. Li prendevo con la destra assicurandoli con un elastico nella sinistra, per poi introdurli in una grande cassa al mio fianco sinistro. Mi vennero le piaghe. Una volta le sorelle mi chiesero di mostrarle, così feci e dissi: sono proprio io. Una mi voleva bene, un’altra invece mi punzecchiava continuamente, sparlando di me con un fare da bambina. Ci siamo ritrovate poco tempo fa, nella fraternità delle Tre Fontane a Roma: mi fece notare che si era abbassata, aveva la sua bella testa come schiacciata sul torace. All’inizio, quando le conobbi, vidi che alcune di loro portavano carriole pesanti. Feci notare alla responsabile che non potevo fare quei lavori. Lei mi assicurò che si faceva il lavoro secondo le proprie forze e questo mi bastò. In Israele dove soggiornai sei anni, negli ultimi due, ero diventata un asino da soma. Lavoravo nell’organizzazione statale “MATAV”, come infermiera che accudiva persone ammalate e anziane in casa. Avevo cominciato a seguire dei corsi che terminavano con un diploma. In estate il sole ti spaccava il cervello. D’inverno dovevo prendere due bombole di metano per la stufa. Il motivo per cui andai su tutte le furie non riguardava il super-lavoro. Fu all’ennesima accusa per qualcosa che non avevo fatto. Noi pregavamo con il candelabro a sette braccia acceso davanti al tabernacolo. Dopo di me entrò la sorella che aveva confezionato la stoffa, in velluto verde-mare, per richiuderlo. Spegnendo le lampade a olio, il suo soffio fu violento e l’olio schizzò sul panno. Invece incolparono me, dietro alle mie spalle. Le due sorelle responsabili mi raggiunsero nel bagno, mentre stavo lavando la mia biancheria, agli antipodi della casa. Mi sventolarono in viso il sacro panno, sporcato, secondo loro, dal mio immondo soffio! Quella volta non ricevetti in silenzio la falsa accusa. Urlai la mia innocenza per questo episodio e per tanti altri per i quali facevo il fioretto di non rispondere. Sfogai la mia rabbia in un ebraico forbito che parlavo e leggevo correntemente e anche sognavo. Mi costrinsero ad andar via da Israele in modo subdolo. Però nel tempo ho visto cosa è accaduto a chi non ha fatto nulla per aiutarmi, come la sorella abbassata.