di Paola M.C. Fasano

Sono arrivata verso sera. L’appartamento in città mi ha accolta con una morsa di caldo criminale. Io lo detesto il caldo, il caldo estivo della pianura padana, regno di zanzare. Ho buttato la borsa a terra e mi sono infilata nella doccia per rinfrescarmi e ritrovare un po’ di forza.
Ero dovuta scendere dal paesino di montagna in cui mi ero rifugiata perché avevo dimenticato certe medicine e gli occhiali da vista. L’appartamento era un forno. Ho aperto le finestre illudendomi di creare un po’ di corrente.
Dopo la doccia, mi sono tuffata sul divano. Da lì potevo vedere una fetta di giardino e il frassino che protegge la mia intimità. Dove erano finite le cinciallegre canterine? Sicuramente erano volate da qualche parte più fresca. Le tende non si muovevano di un millimetro. L’aria era di cemento. Sola, in compagnia dei miei libri e del cellulare, non mi decidevo a fare nulla. Troppo caldo, troppa fatica.

La mattina, prima della partenza dalla montagna, avevo fatto una camminata fuori dal paese, verso una collinetta con in cima una vista mozzafiato su una valle di conifere. Davanti a me procedeva una coppia di giovani. Lei portava un vestito a fiorellini che lasciava scoperte le braccia dalla carnagione di mandorla. Camminava incerta. Lui alto, robusto, la teneva per mano e con un braccio la stringeva in vita. Parlavano fitto. Arrivati in cima, lui si è guardato intorno. Poi si è diretto verso una panchina, proprio davanti a una croce in pietra che segna l’altitudine e ha incisa una preghiera. La notte era piovuto molto, il legno della panchina era ancora zuppo di pioggia. Allora lui ha lasciato la mano della ragazza, si è seduto, si è strofinato più volte sul legno bagnato per asciugarlo con i suoi jeans e poi l’ha aiutata a sedersi. Stavano stretti stretti, sussurravano, lui l’accarezzava.
Ho guardato quei ragazzi a lungo, loro non se ne erano accorti, ignoravano tutti, era come se non esistesse nulla oltre al loro amore.
Questa scena te la devi ricordare, mi sono detta, lui che asciuga la panchina e resta con i jeans inzuppati come fosse normale. Questa è pura tenerezza, questo gesto vale molto più di qualsiasi regalo.
La ragazza era cieca, me ne sono resa conto notando i suoi gesti incerti. Lui la trattava come la donna più preziosa al mondo. Capisci, mi diceva una voce dentro, l’amore è questo, nient’altro: un gesto di protezione, farti sentire sicura, senza parole.

Sono sdraiata, sudo nonostante il condizionatore sparato al massimo. Forse il disagio del caldo, il silenzio tombale di un agosto infuocato, la mia mente fa avanti e indietro nella mia vita. Cerco immagini mie altrettanto delicate. E non le trovo. Anzi.

Anni fa abitavo un appartamento del centro città che amavo perché era particolare con le stanze su piani diversi, nicchie, una cucina enorme, tante finestre grandi e piccole.
Un giorno ero tornata dal lavoro presto per preparare una cena appetitosa, non i soliti hamburger. Avevo apparecchiato con la cura che mettevo nelle occasioni speciali. Lui tornava da un viaggio di lavoro, lo aspettavo. Che il tempo della passione avesse ceduto il posto alla ruggine della routine era ovvio, ma non ero pronta a sentire quello che mi avrebbe detto.
Dopo un saluto frettoloso, si era seduto a tavola e, come se mi dovesse raccontare una banalità, mi scodella di avere un’amante.
Scoppio a piangere. Non potevo crederci, troppe cose ci univano: pensavamo all’unisono, avevamo gli stessi gusti, avevamo vagoni di ricordi e tonnellate di progetti.
I singhiozzi mi avevano tolto il respiro, dentro mi battevano solo le parole no, non è possibile– Ero accecata dalla paura dell’abbandono, dal dolore dell’umiliazione. Mi sembrava di precipitare nel vuoto. L’ho scongiurato di non andarsene. Lui è rimasto a lungo a guardare il muro, poi ha disfatto la valigia.

Senza alcun pudore, a tavola, mi aveva raccontato che l’altra era una giovane collega e che era stata lei a fargli la corte. Sono sempre le donne che si propongono, aveva aggiunto, sono loro che scelgono. Lui, poverino, aveva solo ceduto. Su un tavolino aveva lasciato un libro con data e dedica e una foto di una con un caschetto di capelli biondi: Una ragazzotta.
È lei? chiesi. Ne valeva la pena? Sì, ne era valsa la pena. Come avrebbe potuto negarsi solo perché era sposato? In fondo era stato fedele per tanti anni, aveva diritto a un’avventura che lo portasse indietro. Si era sentito nuovamente giovane.
Sono seguiti mesi di tensione, bruciavo di delusione. Il tempo ha lentamente rimarginato la ferita. Credevo.

Di ragazzotte ce ne sono state altre. Ho imparato a far finta di niente. O forse no, visto che le immagini sono ancora lì che graffiano le cicatrici. Certe amiche mi hanno detto che soffrivo per niente, che me ne dovevo fregare perché è così per tutte. Non me lo perdono di non aver fatto io le valigie quando ero ancora giovane. Oggi mi sento derubata della carriera che non ho perseguito, della vita che avevo desiderato. Mi sono arresa, ho finto di essere quella donna profonda che alcuni credono, accarezzo i libri che non leggo, rispondo all’amica che manda aforismi copiati e ricevo risposte di ammirazione che non credo di meritare.

Ho ceduto, un paio d’anni fa, a gocce antidepressive. I medicinali sono di grande aiuto, ma hanno effetti collaterali. Nel mio caso: la disistima per me stessa. Una boccetta a casa, una in borsa, guai a dimenticarla, ero diventata dipendente. Eppure le gocce mi davano forza, mi sentivo pronta a tutto. Poi un giorno mi sono detta che era ora che uscissi dal tunnel della finta felicità, tra fiori, farfalle, sorrisi. Ho diminuito la dose adagio. E i guai sono cominciati. Sono tornata una vecchia fragile con le lacrime in tasca, preoccupata di tutto.
Bisogna volersi bene, mi ha detto un giorno una tipa dai capelli azzurri, mentre il parrucchiere le cotonava i quattro peli rimasti. –Ma perché non leggi Osho? Perché non ti iscrivi a un corso di arteterapia? Sei sempre lì, con quelle storie sui diritti umani, le violenze sulle donne, le corna! Tanto non puoi farci niente. Rassegnati, pensa ad altro! La vita è bella, è qui, oggi. Trallallero trallallà, ho aggiunto io. Con me non funziona. Guardo indietro. Rivedo episodi che vorrei cancellare e non mi perdono.

Riaffiora il viso di mio padre che respira a stento sul letto d’ospedale, muovendo la mano per salutarmi, per l’ultima volta, perché sa che ha avuto l’infarto più grave, quello definitivo e io lo guardo attonita non riuscendo a fare nulla, neanche a gridare che lo aiutino, che gli diano un materasso più comodo, un sonnifero, un goccio d’acqua per bagnare quelle labbra spaccare dall’arsura.

Riaffiora la lettera di dimissioni da un lavoro che amavo, solo perché lui voleva cambiare città e io ho acconsentito senza fiatare. Di consiglieri che mi dicono perché non molli tutto, sei ancora in tempo, ne trovo ad ogni angolo, ma è la cuccia sul divano che non mente, che mi accoglie quando le ginocchia scricchiolano e fanno male: Sei vecchia, sei stanca. Too late Charlie, troppo tardi. Ne sono conscia. Ho vissuto alla rinfusa, rincorrendo uno sproporzionato desiderio di affetto.

Vedo immagini ingiallite, ricordo frasi. Come quella volta che ero in ufficio e il telefono suona. È mio figlio che mi chiede se sono seduta perché mi deve dire una cosa: divorzia, la moglie ha un altro.
Come si può smettere di amare dopo anni di progetti fatti insieme, aiuto reciproco, un futuro certamente solido?
Un figlio tradito, divorziato.
E io? Tutta la vita mi sono bevuta la storia che il lavoro di mio padre esigeva che fosse sempre lontano. Arrivava a casa ogni tanto con un regalo per me: un gioco o dei dolci. Poi ripartiva. E io non sapevo che c’erano liti, avvocati, tutto di nascosto perché la gente non sapesse.

Che sete. Il frigo è vuoto, chissà se il bar dei cinesi è ancora aperto. Mi infilo i sandali e scendo. Sotto un ombrellone bianco ci sono solo Ines e Oreste, i vicini anziani che non vanno mai da nessuna parte.
Lei ha il bastone appoggiato al muro, è seduta sulla sola sedia con un cuscino. Deve averne di storia quel cuscino giallo sbiadito a fiori gialli con le frange un po’ lunghe e un po’ corte. Lui indossa un gilet logoro e un berretto con il segno del sudore sulla visiera.
Come va? Come fate a resistere in città con questo caldo? dico io. Ines accenna un sorriso, lui guarda distrattamente la strada vuota. Arriva Lin, la proprietaria-cameriera e mi dice:
Allora, cosa ti do? La solita birra? Vuoi mangiare qualcosa? Accetto. Stasera metto la mia vita nelle sue mani, mangerò un panino dall’imbottitura misteriosa, il mio frigo è vuoto.
Lin ripulisce il tavolino con uno straccio sudicio, butta a terra le briciole che i piccioni arrivano avidi a beccare.
Che puzza, Lin, non li svuoti mai i portacenere, bofonchia Oreste.
Non arrabbiarti, lo prega Ines, godiamoci quest’ombra finalmente fresca.

Oreste non mi ha salutata, è preso nei suoi pensieri. Butta il giornale stropicciato e aiuta Ines ad alzarsi, le sistema la borsa, la prende per mano e misura i passi verso casa al ritmo dei suoi.
Lin raccoglie le monete lasciate sul tavolo e si ferma a guardare quei due innamorati di tanto tempo fa ancora uniti come quando si erano presi per mano da ragazzi. Accenno un saluto con la mano, Ines si gira e ricambia.
Arrivederci a settembre, grido. Domani torno in montagna.