di Gisella Piarita

by Teslariu Mihai

Negli anni ‘70, quando ero adolescente, avere la mia età ed essere ancora vergine era una vergogna, significava non avere il coraggio delle proprie azioni, si rischiava l’emarginazione sociale, e dagli uomini l’appellativo di lesbicona. Così si viveva la verginità come qualcosa di insano, tanto da far nascere nelle ragazze di quell’età il bisogno di sbarazzarsene.
Trascinata da quei cambiamenti culturali avevo subito la pressione di quegli anni e mi ero liberata anch’io della verginità. Ma non era stata una vera liberazione, perché era avvenuta meccanicamente. Senza un vero rapporto con il partner: una frequentazione usa e getta dei giorni nostri, che ha irrimediabilmente influenzato la crescita di una donna, avvolgendo la sua vita in un nastro non scorrevole, in alcuni punti rimasto inceppato. Laddove la qualità della vita dipende dalle relazioni, quell’esperienza giovanile, ha fatto sì che il mondo si presentasse a lei sotto un aspetto falso.
Il rapportarsi con il nulla (mancava la costruzione di relazioni profonde che sono alla base della crescita umana e spirituale) nel periodo adolescenziale ha influenzato il mio modo di vedere la realtà maschile diffidando di essa. Mi sono affacciata alla vita con strumenti inadeguati, come se avessi avuto come lenti dei vetri appannati dove non si vedeva con chiarezza il mondo circostante.
L’unica esperienza di innamoramento è stata con un ragazzo inglese: era il mio insegnante di lingua, conosciuto in una scuola di lingue al centro di Roma. Lo raggiunsi in Inghilterra, a Londra, dove lui lavorava come social worker. Durante quella settimana di vacanza, abitavo a Londra nel quartiere di Wimbledon, presso una famiglia di un Lord inglese che aveva sposato una signora tedesca, innamorata dell’Italia. Incontrai lui, il mio insegnante, due o tre volte a Londra, voleva che restassi in Inghilterra, ma anche qui una “relazione” con il bagaglio di esperienze di allora non portava a nulla. Avevo poco più di vent’anni e pensavo di avere il mondo ai miei piedi, pensavo che anche il ragazzo di cui ero innamorata lo fosse. In realtà mi sbagliavo, perché per lui fui solo un’avventura, fortunatamente mi ero resa conto di questo dopo aver toccato con mano il suo comportamento poco attento nei miei confronti. La mia era solo un’illusione: ero partita da Roma con tanto entusiasmo, per poi scontrarmi con una realtà che non corrispondeva alle aspettative che mi ero fatta, rimanendo così delusa.
L’unica realtà che rimaneva costante nella mia vita, nonostante le difficoltà, era la mia famiglia, in particolare mia madre, donna di casa, come erano a quei tempi le donne sposate.
Ha avuto e ha tuttora un ruolo importante nella famiglia, quello di essere un punto di riferimento con cui rapportarsi. Bella donna, nonostante i suoi 93 anni, mantiene ancora un incarnato luminoso e giovane, da far invidia a donne più giovani. Nonostante ci vogliamo bene, viviamo due mondi diversi, quasi due vite parallele. Lei con il suo interesse per le piante che tratta come fossero sue figlie, io con le mie meditazioni, con i miei contatti relazionali. Viviamo insieme un rapporto di mutuo aiuto. Non credo che la mia vita sia sbagliata per il fatto di vivere accanto a lei. Credo che sbagliato sia vivere una vita senza amore.
Non ho nostalgia del passato. Oggi vedo una donna quasi settantenne che ha vissuto gran parte della sua vita cercando di migliorare la sua condizione: in parte ci è riuscita, la pensione è un traguardo, ora manca l’altra parte di vita.