di Silvana Paolella

“Silvana per favore potresti andare a prendermi una bottiglietta d’acqua?”.
Sono le ultime parole che mia madre mi ha rivolto. Fredde e distanti, nonostante stesse in un letto di ospedale in seguito a un infarto che le aveva bruciato tre quarti di cuore. Ho acconsentito e l’ho lasciata lì, insieme a mia cognata. Tornando, dalla fessura della porta semichiusa ho visto mia madre che le parlava fitto fitto. Sono rimasta lì ferma a guardarle.
Come quel giorno, un giorno di settembre, ero piccola, non andavo ancora a scuola ed ero sola a casa con mia madre. Avevano bussato alla porta ed era comparsa una bella signora sorridente. Mia madre mi disse di andare in cucina a disegnare e si chiuse nel salotto con la bella signora. Ma ero troppo curiosa, mi avvicinai alla porta del salotto e dal buco della serratura vidi mia madre abbracciata alla bella signora, ridevano e piangevano, volteggiavano, felici. Seppi dopo che si trattava di Angelina, sua amica da quando erano ragazzine. Non l’ ho mai più vista così felice.
Io e mia madre non abbiamo mai avuto un rapporto, non che avessimo un cattivo rapporto, non lo avevamo proprio.
Figlia della piccola borghesia napoletana, non aveva avuto vita facile: nata nell’anno del consolidamento del regime fascista, da adolescente aveva vissuto la guerra, i bombardamenti, le corse nei rifugi, la paura di tornare a casa e scoprire di essere rimasta sola al mondo, le file con la tessera per il pane. Finita la guerra e rimasta orfana di padre aveva iniziato a lavorare come commessa in uno storico negozio di tessuti di Napoli. Mia madre non raccontava molto di se, dei suoi sogni o dei suoi desideri, forse non li conosceva neanche lei, schiacciata come era dal ruolo di figlia femmina che si doveva prendere cura di tutti e tutto. In uno dei rari momenti di confidenze mi aveva raccontato che c’era uno studente universitario che le girava intorno e che a lei non dispiaceva. Ma poi aveva sposato mio padre, un uomo più grande di lei di quasi dieci anni, con un lavoro stabile. All’epoca, ero adolescente, questa confidenza mi turbò.
Dopo il matrimonio i miei genitori per lavoro si trasferirono a Bari e dopo un anno nacque il primo figlio, mio fratello. Mio padre avrebbe desiderato una famiglia numerosa; era un padre padrone, comunista ma comunque padre padrone. Mi sono chiesta se le coppie degli anni ’50 parlassero tra di loro di sentimenti, emozioni, desideri o se la comunicazione si basasse esclusivamente sui ruoli e sulle cose concrete, se i bisogni affettivi avessero spazio.
Credo che mio padre desse per scontato che una volta sposati mia madre smettesse di lavorare e stesse a casa ad accudire i numerosi figli e soprattutto desse per scontato che questo era quello che desiderava mia madre. Perchè era così che doveva essere.
E così mia madre giovane, si trovò da sola con un bambino piccolo in una città che non conosceva e con un marito assente per lavoro quindici giorni al mese. Poi nacqui io e dopo pochi mesi dalla mia nascita mia madre fu colpita da un attacco di artrite che la costrinse a letto immobile per quasi un anno. Ecco, da quel giorno praticamente non ho avuto più contatti con lei: fui affidata alle cure prima di mia nonna e poi di una ragazza alla pari fino all’età di cinque anni.
Mia madre era molto bella, sembrava un’ attrice con quei suoi occhioni verdi, sempre elegante, ondeggiante su scarpe con tacco dieci. Indossava gonne ampie e vaporose o abiti a tubino un po’ aderenti, come andavano di moda in quegli anni, che disegnava e faceva confezionare da una sua amica sarta mentre nelle situazioni informali indossava pantaloni capri corti al polpaccio con spacchetti laterali. Borsetta rigida a mano e foulard di seta completavano l’abbigliamento. Non ho mai visto mia madre discinta o in atteggiamenti scomposti.
Mio padre l’aveva messa su un piedistallo, come una dea, e poi l’aveva rinchiusa in una torre d’avorio. Per me era irraggiungibile. Ai miei occhi di bambina non potevo competere con la sua algida e raffinata femminilità e quindi mi convinsi di non poter essere femminile e rivolsi la mia attenzione al mondo dei maschi perché mi sembrava più accessibile e anche più accattivante: ho cominciato a vestirmi come un maschio, a giocare a pallone e ad arrampicarmi sugli alberi, a tuffarmi sognante nei libri di mio fratello e di mio padre. Non volevo confrontarmi con mia madre perché sapevo che avrei perso e nello stesso tempo volevo mortificarla mostrandomi superiore a lei intellettualmente. Ho messo un muro tra di noi. Lei non ha mai cercato la mia complicità e questo mi faceva sentire sola e inadeguata, ma neanche io ho mai cercato la sua complicità e forse anche lei si sarà sentita sola e inadeguata. Sole, ognuna chiusa nella propria torre in un mondo di maschi.
Tutto questo pensavo davanti alla porta della stanza di ospedale, guardando quel corpo un tempo bellissimo stravolto dalla malattia e la malinconia mi serrò la gola. Avrei voluto entrare, correre ad abbracciarla, piangere e dirle tutto quello che non le avevo mai detto, che la amavo e la odiavo. Ma il muro era ancora li.
Era mia madre.