di Anna Maria BrigidaIMG_1309

Avevo undici anni e mezzo, ricordo bene che era il mese di maggio e indossavo quel bel vestito a quadri scozzesi dove dominava il rosso.
Andai al bagno e scoprii che le mutandine erano sporche. Possibile? Mi sono fatta la cacca addosso senza accorgermene? Mi vergognai da morire. Così gettai quella specie di vessillo della mia sporcizia dietro il rastrello per lavare il pavimento. Chissà perché in quel posto.
Dopo aver vissuto questa mia prima lotta titanica interiore, mi feci forza e confessai sconsolata a mia madre: “Mamma mi sono fatta la cacca addosso!”.
Quel suo volto avvilito, quei suoi occhi tristi mi fecero capire che mi era successa una tragedia.
Mi spiegò allora, molto sbrigativamente cosa dovevo fare: “devi mettere una specie di corda attorno alla vita e fissarvi un pannolino avanti e dietro da fissare con uno spillo…”. Da allora ho dovuto confrontarmi continuamente proprio con quel fissare: quello strano aggeggio sembrava fatto per nuotare di qua di là tormentandomi con la continua paura di sporcarmi.
Mia sorella, di un anno più grande, non me ne aveva mai parlato, né io mi ero accorta di nulla.
Molto legata a mia madre, la seguivo ovunque, la osservavo e in realtà avevo notato che bazzicava tra quei catini dove c’era acqua e sangue. Forse glielo chiesi una volta e la sua risposta mi soddisfece o forse non glielo chiesi proprio perché capivo che non si poteva chiedere.
La succinta spiegazione di mia madre evidenziava come fondamentale il nome del nuovo evento come “quel fatto”. Bisognava assolutamente nasconderlo anche nel nominarlo. Non dovevo toccare le piante altrimenti seccavano. Effettivamente questo avvenne quando mi capitò di toccarle, in quel funesto periodo.
Naturalmente il là che diede mia madre a questo nuovo inizio me lo fece vivere con un senso mostruoso di vergogna, specie nei confronti di mio padre al quale dovevo nascondere “quel fatto”.
Ricordo quel giorno, quando lo vidi trafficare tra i catini dove c’era anche il mio pannolino. Nutrii un senso di avversione nei suoi confronti tanto che avvertii preoccupata mia madre e mia sorella: lui non lo doveva assolutamente sapere e invece, di questo passo, lo avrebbe scoperto.
Certo i pannolini sembravano fatti apposta per acuire il disagio. Gli assorbenti almeno stavano più fermi: una bella conquista!
Restava sempre, comunque, la paura di sporcarsi.
Ricordo uno di quei mattini assolati a Tel Aviv intorno al 1980. Mi aveva colta quella paura ancestrale di “essere sporca” mentre sedevo su un autobus. Alla discesa chiesi subito alla mia amica se ero “a posto, dietro”. Myriam guardò e, di rimando, incalzò: “Sei sporca”. Cominciai a tremare… “di pomodoro!”.
Mi si era appiccicato un divertente ed insolente pomodoro: ero sporca da fuori e non da dentro!