tim-marshall-114623-unsplash
Photo by Tim Marshall on Unsplash

di Fabrizia Fedele

La prima volta che ne ho sentito parlare avevo otto anni ed ero a scuola. C’era un gran trambusto quel giorno e Laura, una delle mie migliori amiche, mi aveva chiesto di seguirla nel bagno delle femmine. Lì c’era un piccolo assembramento dietro la porta di uno dei bagni. Dentro, Ornella diceva di avere qualcosa che non capivo. Teneva la porta socchiusa e parlava con Laura e un’altra di noi bambine della terza D, che non ricordo. Io e Valeria, la mia compagna di banco, aspettavamo che Laura ci riferisse quello che stava accadendo. Sembrava qualcosa di gravissimo. L’atmosfera era solenne. Finalmente Laura era uscita dal bagno con qualcosa in mano, un fazzoletto di carta usato, macchiato. Laura allora ci aveva spiegato cosa stava succedendo. Il fazzoletto non era un fazzoletto, ma un assorbente, di quelli che usano le donne. “Ornella ha le maestrizioni”, ci aveva detto Laura, “che sono?”, avevamo chiesto noi in coro. “Le maestrizioni vengono ogni mese alle femmine, anche a noi, quando ci sviluppiamo, anche mia sorella ce l’ha”. “Chi, Barbara?”. “Sì, anche lei, le sono venute da poco e Barbara ha dodici anni”. Insomma Ornella a otto anni già era diventata donna. Noi no, eravamo ancora bambine. Una volta a casa, da mia madre venni a sapere che le maestrizioni si chiamavano mestruazioni, che erano delle perdite di colore rosso, in parte sangue, in parte altre sostanze, che uscivano dall’organo sessuale femminile. Mi disse anche che la mia compagna non poteva aver avuto le mestruazioni, perché era troppo piccola. In effetti l’assorbente non era macchiato di rosso, mi ricordai. Probabilmente la bambina aveva semplicemente voluto attirare l’attenzione, aveva detto mia madre. Da quel giorno non ne ho più sentito parlare. Fino a quando mi sono venute. Avevo undici anni e mezzo ed ero in prima media. Ero nel bagno di casa, per fortuna. Mia madre mi insegnò a usare l’assorbente. Quello che mi ricordo delle mestruazioni rispetto alle scuole medie è che noi ragazze ci macchiavamo sempre. Chi prima, chi dopo, era un’epidemia. Andavamo a scuola sempre con un magliocino o una felpa da annodare in vita per coprire la disonorevole macchia rossa. A volte la macchia era talmente densa da estendersi sulla sedia dove eravamo sedute in classe, oppure sul sedile in autobus. I maschi ridevano e ci prendevano in giro, però ci rispettavano. Noi ragazze eravamo divise in due gruppi: quelle che già le avevano avute e quelle che ancora non le avevano avute. Io facevo parte del primo gruppo, con Cristina e Paola. Noi eravamo quelle potenti, quelle grandi, quelle da raggiungere. Le altre ci guardavano con invidia e ammirazione. Al liceo mi capitava spesso di essere interrogata quando avevo le mestruazioni. Avevo sempre un brufolo sul mento che mi mettevo a stuzzicare poco prima di essere interrogata e che iniziava a sanguinare. Allora io lo tamponavo con un fazzoletto di carta e iniziavo l’interrogazione con il fazzoletto sul mento. Mi ricordo che c’era un professore di matematica di un’altra sezione, non la mia, che consentiva alle allieve indisposte, si diceva così, di non essere interrogate quel giorno. Bastava alzare la mano e dire: “professore, oggi non mi sento bene: sono indisposta”, e lui chiamava qualcun altro al posto della ragazza indisposta. Ma come faceva? Forse teneva un registro delle mestruazioni di tutte le alunne, mese per mese. Altrimenti qualcuna avrebbe potuto dire di averle quando non le aveva, giusto per risparmiarsi un’interrogazione. Io l’avrei fatto.

La notte è sempre stato e continua a essere un problema con le mestruazioni. Malgrado gli assorbenti speciali per la notte, più lunghi e più spessi di quelli normali, malgrado le mutande più grandi, a volte doppie, loro finiscono sempre per trovare una via d’uscita, macchiando le mutande, il pigiama, il lenzuolo. Succede ancora oggi, dopo decenni di esperienza. Quanti assorbenti avrò utilizzato da quando mi sono venute la prima volta ad oggi? Una schiera infinita di assorbenti. Ogni ventotto giorni un gruppetto di assorbenti di taglie diverse. Poi ogni venticinque od ogni ventisei. Poi ho iniziato a sperare che non venissero. Se fossi rimasta incinta non avrei più comprato gli assorbenti per un bel po’. Allora fino all’ultimo non li compravo, armata di fatalismo e di speranza. Però venivano sempre e sempre continuano a venire. Così continuo a comprare assorbenti e penso che è troppo tardi per restare incinta.