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Photo by Lauren Lulu Taylor on Unsplash

di Silvia Ferrigno

La mattina la sua sveglia suonava alle sei. Le nostre stanze erano adiacenti ed io avevo il sonno leggero. Ci svegliavamo insieme o, addirittura, qualche volta, io lo precedevo di qualche minuto. Restavo nel mio letto, accucciata sotto le lenzuola, ed ascoltavo, diventando sempre più brava a indovinare i suoi gesti dai rumori. Prima accendeva il fornello della cucina e mentre il caffè si preparava, diffondendo il suo caldo aroma, mio padre si accendeva una sigaretta, aspirava qualche boccata fuori dalla finestra della cucina, un paio di colpi di tosse che mi facevano sempre sussultare, e poi lo immaginavo sorseggiare quella mistura miracolosa che tutte le mattine lo aiutava a svegliarsi. Anche i suoni nel bagno che a quell’ora riecheggiavano nel silenzio della nostra casa mi erano familiari. Quelli che preferivo erano lo scorrere dell’acqua e i piccoli scuotimenti del rasoio nel lavandino mentre si faceva la barba. La domenica lo osservavo sempre radersi. I suoi gesti, dopo tanti anni, sempre gli stessi, con le smorfie del mento e delle guance, mi affascinavano sempre, perché temevo che potesse tagliarsi con la lama, e perché poi mi regalavano “un papà fresco e profumato” che potevo baciare appassionatamente e che poteva fare altrettanto con me, senza lasciarmi le gote irritate. Una volta pronto, andava nella stanza da letto ed indossava la divisa dell’Aeronautica Militare, blu, e così profumato di muschio bianco, elegante, veniva a svegliare me e mio fratello, lasciando un suo bacio e una carezza sulle nostre teste: “Mi raccomando a scuola, state attenti alle spiegazioni e a casa ascoltate vostra madre!”.
Così cominciava la mia giornata e il suo sorriso e il suo profumo mi accompagnavano fino a sera, quando rientrava, ed ero io la prima a saltargli al collo per baciarlo cercando sempre qualcosa da raccontargli o da chiedere, perché mi dedicasse tutte le sue attenzioni.
Non vedevo l’ora che arrivasse la domenica. Quella era la giornata dedicata a noi, a me e mio fratello. Se il tempo era sereno, uscivamo e mio padre ci conduceva nelle strade del centro storico, sempre a piedi, mano nella mano, e cominciava a raccontare le storie che abitavano quelle vie, i suoi ricordi, le persone. Un giorno andammo al cimitero delle Fontanelle, nella Sanità, uno dei quartieri di Napoli più ricchi di storia e di tradizione. Ci anticipò strada facendo, che dove stavamo andando non era proprio un cimitero, ma un ossario enorme, dove erano conservati i resti di un numero imprecisato di persone vittime della peste del 1656 e del colera del 1836.
Nella tradizione per superare momenti difficili, oltre a ricorrere alla preghiera, il popolo napoletano pensò di adottare questi morti abbandonati, le cui anime si consideravano sospese in un limbo, perché nessuno si era preso cura di loro. Quindi, con una convinzione a metà tra fede e superstizione, questi teschi, le “capuzzelle”, furono adottate dalle donne del popolo e fu dato loro anche un nome, come un membro della famiglia, e come tale veniva curato, pulito, onorato, come si faceva con un defunto in casa: veniva “arrifriscato”, rinfrescato, purificato con le preghiere, così che la sua anima giungesse in Paradiso e in cambio, concedesse una grazia a chi lo aveva adottato.
Entrammo in questo luogo antichissimo, perché sorgeva in Catacombe risalenti al periodo Cristiano. Scendemmo sotto terra, ed entrammo in una sala di tufo enorme, altissima, con un odore pungente di pietra, polvere, umidità e fumo di candele, che tutti insieme si fondevano alla mia paura. Il contatto con la mano di mio padre mi faceva sentire al sicuro: dopo saremmo tornati a casa e avremmo trovato sulla tavola i piatti fumanti di gnocchi al ragù fatti dalla mamma, e tutto sarebbe tornato normale. Intorno ai muri altissimi erano sistemati ordinatamente tantissimi teschi, ossa, alcuni riposti in piccoli altarini, altri circondati di fiori e candele, scritte varie, regali, coroncine di rosario che li incorniciavano e poi di fronte a una testa in particolare, quella di donna Concetta, mio padre raccontò che quella sudava, sudava sempre, e questo segno fu interpretato come la fatica che quell’anima facesse per superare il Purgatorio e passare in Paradiso. Quindi fu adottata da più persone perché pareva esaudisse molte delle richieste fatte. Donna Concetta doveva essere sicuramente entrata nel Paradiso, pensai, perché intorno al suo altarino c’erano tanti fiori, doni, anche cibo. Tornammo a casa e in mente risentivo quanto avevo ascoltato, rivedevo quei teschi ed immaginavo le popolane recarsi laggiù cariche di preghiere, con le lacrime agli occhi, con la disperazione nei cuori, con il desiderio di cambiare destini che sembravano immutabili e crudeli: la Grazia, la Fortuna, già, la Fortuna!
La domenica era riservata a un altro appuntamento: le partite del campionato e la schedina. Alla radio mio padre ascoltava “Tutto il calcio minuto per minuto” e io mi sedevo accanto a lui. Di solito disegnavo, eppure lo osservavo mentre leggeva il giornale che avevamo comprato la mattina o si dilettava risolvendo parole crociate dalla Settimana Enigmistica. Fumava qualche sigaretta e il fumo gli copriva il viso per qualche attimo, perché poi lui lo allontanava con un soffio più intenso, perché non vedeva più quello che stava facendo. Io sorridevo di questo gioco col fumo, qualche volta gli chiedevo di farmi gli anelli e anche lui si divertiva. Trascorrevano così i famosi 90 minuti. Quanto accadeva dopo, era l’attesa di tutti a casa. Mio padre il sabato precedente giocava la schedina. Faceva sempre in modo che una colonna la compilassimo io e mio fratello. Quello era un gioco per noi e lui si divertiva con noi, ci diceva il posto in classifica delle squadre, ci trasmetteva la passione per la squadra del cuore, e fedelmente scriveva i risultati che noi gli suggerivamo. Io e mio fratello speravamo che una delle nostre colonne con i tredici risultati si rivelasse magicamente vincente e che fossimo noi gli artefici di quel colpo di fortuna, con tutte le feste che poi si sarebbero scatenate. Naturalmente non vincemmo mai e la nostra competizione si limitava a chi di noi due aveva fatto più punti e quindi era stato più bravo. Papà smorzava ogni tentativo di litigio con una battuta, rimandando tutto al sabato successivo, riaccendendo i nostri sogni.
Un sabato di questi – non lo dimenticherò mai, anche perché il giorno dopo sarebbe stato il mio compleanno- nel compilare la schedina mi disse che mi avrebbe fatto un bel regalo. “Dobbiamo avere proprio tanta fortuna, papà, perché ciò accada!”. Gli occhi grigi di mio padre si illuminarono ed entrarono nei miei, ed io mi vidi proprio in fondo a quelle pupille in un infinito che mi diede una vertigine immensa: “Sei tu la mia Fortuna!”.