di Valeria Pritoni

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Mia madre nacque il 6 settembre del 1932 da mia nonna Pia e da mio nonno Luigi, che ho sempre visto solo in fotografia.
I nonni si sposarono già avanti con gli anni, per quei tempi, la nonna ne aveva già trenta e il nonno qualcuno di più. Erano vicini di casa già da molto tempo, quando l’amore tra di loro sbocciò e dalla loro unione, dopo pochi mesi, nacque Emilia, la mia mamma.
Era una bambina molto timida e di salute cagionevole. A scuola la chiamavano “la donnina di vetro” perché era di lacrima facile. Era anche esile, ebbe una brutta nefrite che la costrinse a dieta ferrea per molto tempo. Il nonno Luigi l’adorava e tanto fu dolce e comprensivo con lei da trasmetterle quella pazienza che, da adulta, divenne proverbiale, a casa e sul lavoro. Purtroppo il nonno morì a causa di un’ ulcera perforata quando Emilia aveva appena nove anni e lei e la nonna rimasero sole in balìa della guerra che era appena iniziata. Quell’esperienza le plasmò per sempre, nel bene e nel male. L’aspetto positivo fu che non le ho mai sentite lagnarsi per la mancanza di lussi o di cose futili: erano entrambe molto concrete e badavano al sodo; l’aspetto negativo fu che, per tutta la vita, rimase in loro lo spettro della miseria e a mia madre non fu consentito fare la sarta che era ciò che desiderava, perché mia nonna non volle mai che si accollassero il costo della macchina da cucire.
Mia madre era una donna cresciuta nel dopoguerra, in risaia, nelle lotte per migliori condizioni di lavoro, quelle che portarono all’occupazione delle terre dei grandi latifondisti, nella militanza politica e nella nascita del movimento femminile legato all’UDI. Insomma, sembrava un tipino mite e innocuo, ma aveva idee molto chiare sulle questioni di genere e sulla giustizia sociale e non transigeva. Mio padre, da giovane, era belloccio e un po’ “farfallone” e per questo motivo lei, per molto tempo, lo rifiutò e solo dopo un lunghissimo corteggiamento e molti mesi di lontananza, accettò di fidanzarsi con lui. Ogni tanto, questa sua critica al papà tornava fuori. Ad esempio, quando lui non mi permetteva di uscire o faceva storie per le mie minigonne o per le mie frequentazioni, lei esordiva con: “Non ti fidi perché sai quello che hai fatto tu. Io non ho fatto mai niente di male e non ho ragione di pensar male degli altri”.
E’ stata una mamma premurosa, accogliente e mai invadente. Non sopportava i capricci ma sapeva distinguere bene tra ciò che era solo un’impuntatura del momento e ciò che era dolore vero in un bambino. Era precisa, ordinata e aveva gusto per gli abiti e per la biancheria. Non ebbe mai le possibilità economiche per procurarsi un abbigliamento come avrebbe voluto e così le sue gonne erano immancabilmente di colore blu e le sue camicette, di colore bianco, così come le scarpe e le borse: in questo modo riusciva a fare abbinamenti anche con pochi pezzi. In effetti, l’anta dell’armadio che conteneva tutto ciò che indossava era veramente piccola. Ecco, l’unico lusso che si permetteva, ogni tanto, era l’acquisto di biancheria intima costosa che poi usava soltanto per le visite mediche. Mi rimane una sua sottoveste di seta, preziosa, delicata, immacolata ma affidabile e resistente, proprio come era lei.
Aveva mani bellissime, erano piccole, affusolate e con le unghie a mandorla.
Sapevano cucire, cucinare e sferruzzare, sapevano accarezzare, come nessun’altra mano.
Erano leggere e forti come i rami dei salici, erano decise e delicate: zappavano, ricamavano, facevano il bucato, riempivano vasi di fiori.
Di mia madre, tanto mi rimane, ce l’ho tutta dentro di me, ma i suoi occhi e le sue mani, sono il ricordo più intenso.
Mi manca nei giorni di gioia e in quelli di pena. Da trentaquattro anni non sento la sua voce e il suo profumo, non posso avere il conforto della sua serenità e le sue attenzioni. Sono tanti trentaquattro anni e ne sono successe di cose perché, come diceva lei: “la vita va avanti”. Infatti è andata: lavoro, matrimonio, figli, amici, viaggi, malattie, lutti, gioie grandi, dolori, insomma tutto quello strano, miscuglio di emozioni, avvenimenti, intrecci di cui è fatta la vita. E’ successo tutto anche a me, nonostante la sua assenza.
E così, mi è mancata immensamente quando mi sono sposata, quando ho partorito le mie figlie e quando ho dovuto affrontare momenti difficili, ma anche nella monotonia della quotidianità perché il pieno del nostro essere insieme, era proprio lì, nel risveglio con la sua voce che mi sussurrava, nel rumore delle stoviglie che lavava nel secchiaio, nei suoi gesti precisi e quieti, nelle sue carezze improvvise e rassicuranti. E’ questa assenza nel quotidiano quello che pesa di più ma, fortunatamente: “la vita va avanti”. E allora cerco quello che di lei mi è rimasto: i ricordi, ma anche il sorriso delle mie figlie, quello che le somiglia tanto e poi l’ottimismo e la presenza quieta di una e la grazia e la capacità empatica dell’altra, la loro passione nel fare le cose e l’amore per la vita. In fondo, a pensarci bene, mi manca tanto ma mi ha lasciato quasi tutto di sè.