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Photo by Chester Ho on Unsplash

di Maria Carmela Brandi

Mi sono svegliata molto presto, è sempre così quando ritorno al paese dopo un lungo periodo di assenza, vivo in città ormai da diversi anni.
La notte successiva all’arrivo trascorre tra la veglia e il sonno, come se volessi colmare il vuoto che mi separa dall’ultima volta in cui sono stata qui.
La casa dove sono nata sorge sulla costa, sono seduta davanti al balcone che si apre sul terrazzo da cui si vede la montagna che sovrasta il golfo.
Sin da bambina mi piaceva seguire con lo sguardo i contorni del monte: dalla cima seguo il suo profilo, che dirada dolcemente verso il mare e poi si prolunga, quasi ad assumere l’aspetto di un braccio che voglia proteggere la spiaggia ai suoi piedi, proprio come fa una mamma con il suo bambino.
Ai miei occhi la natura si anima e quel braccio inizia a cullare la sabbia ed io desidero di immergermi in essa come se ne volessi far parte pienamente e divento quel bambino.
Ritorno alla realtà, sorseggio il caffè caldo, intorno il silenzio, mi illudo di sentire i passi di papà e il profumo del minestrone che proviene dalla cucina.
Riporto la mente ai ricordi, un tempo era tutto più semplice, nessuna barriera e niente poteva ostacolare la mia fantasia, spesso vagavo con la mente e mi ritrovavo ad essere la protagonista di mille avventure, proprio come mi sta accadendo ora.
Tante sensazioni mi riempivano l’anima ed era veramente difficile esprimerle in modo equilibrato da non apparire strana agli occhi degli altri e soprattutto a quelli di mia madre.
Ma la cosa che amavo di più era stare in compagnia di papà, con lui potevo fare tutto, perché era il solo a comprendere veramente il carattere della sua bambina.
Al paese era soprannominato “Pasquito”, deformazione spagnoleggiante di Pasquale, perché aveva vissuto per diversi anni in Venezuela ed era tornato all’età da matrimonio.
Aveva sposato mia madre, pensando di ritornare in Sud America, poi ha deciso di restare in Italia.
Da giovanissimo aveva manifestato una grande passione per il mare che lo aveva portato a praticare l’attività di pescatore e sapeva bene quanto la natura di quel posto potesse essere attraente.
Lui solo poteva capire le mie fantasie.
Pasquale conosceva bene la magia della natura e del mare, invitante ed accogliente, in tempo di bonaccia, diceva lui, tanto da apparire come una bellissima donna suadente, che allarga le braccia e lo sguardo come per ammaliare, ma nasconde mistero e inganno.
Lui era stato tanto tempo, durante le lunghe ore di pesca, ad ascoltare la voce delle sue acque nel silenzio.
Ripenso a quando ne discuteva nei caldi pomeriggi estivi con gli altri pescatori.
Gli incontri pomeridiani erano importanti per il gruppo di amici, che di solito si riunivano a casa di Vincenzo detto “Picareddu” o di un altro buffo signore “Scicco”, chiamati con dei nomignoli che facevano riferimento a qualche loro particolare fisico o caratteriale.
Ai racconti di azioni di pesca, faceva da sfondo il lento e attento lavoro di riparazione delle reti, tirate su la stessa mattina, le espressioni soddisfatte, perché erano rientrati con la barca piena di pesci.
Vittorio e Mon Amì erano altri due pescatori, che seduti, dicevano la loro su come il giorno dopo dovessero essere calate le reti e su quali posti fossero più pescosi.
Proprio in questi momenti i quattro amici apparivano ai miei occhi come maghi, che sembravano pronunciare formule magiche quando descrivevano la costa con dei nomi per me misteriosi: “i garammi”.
In seguito, ho capito che i pescatori, con questo termine, si riferivano alle grotte sottomarine, ritenute più pescose e dove si nascondevano le prede più pregiate.
Mettevano poi a punto strategie di attacco per attirare i poveri pesci nelle reti.
Ascoltavo tutto con attenzione, seguivo i gesti delle dita di “Picareddu” che continuava a intrecciare il filo della rete con una sorta di uncinetto, ad ogni movimento si evidenziavano i muscoli delle braccia.
Ero poi, impressionata dalle espressioni avide e ottimiste degli altri che gesticolavano e sembrava che officiassero chissà quale rito.
Io piccola e molesta ospite, mentre con un orecchio ero attenta ai racconti e alla descrizione delle trappole da tendere alle bestioline che sembravano dei nemici da abbattere, mettevo le mani dappertutto e papà, con pazienza, mi pregava di non toccare nulla, ma gli altri non ci facevano caso.
Tutto proseguiva fino all’imbrunire.
Mi divertivo a trascorrere i pomeriggi con papà, mi rivedo con lui quando dovevamo andare al porto, non accadeva spesso, ma se lui mi diceva:
“oggi andiamo al porto, arrivano le paranze, vediamo cosa portano di buono”, io saltavo come una molla, pronta per partire.
Per giungere al porto si attraversava un sentiero in un bosco di alti pini marittimi e di cespugli da cui si sprigionava un intenso e acre profumo di ginestre, mirti e rosmarino.
Papà mi prendeva per mano e insieme giù verso il porto, anche se il tempo non prometteva bene, andavamo lo stesso, tanto che un pomeriggio di primavera, proprio mentre eravamo sul sentiero, a metà strada il cielo si riempì di nuvole scure gonfie d’acqua e minacciose, iniziò a piovere goccioloni che cadevano tra i rami dei pini che a fatica ci facevano da ombrelli.
All’improvviso l’odore di resina si fece più forte, intanto noi due correvamo, le nuvole in cielo svanirono e tutto tornò tranquillo nell’aria.
Lo ricordo come un momento di grande libertà: ci era piaciuto sentire le gocce di pioggia bagnare il nostro viso.
Arrivati al porto papà salutò l’altro gruppo di amici pescatori, e scambiata qualche battuta, ci avviammo dall’altra parte del molo, dove erano attraccate le paranze, arrivate proprio in quel momento.
Fisso ancora la spiaggia, rivedo me bambina catturata dai suoi occhi azzurri, vivaci e profondi, come due lenti brillanti, che sembrava riflettessero i tempi andati in modo chiaro e nitido.
Mi incantavo, perché lui aveva la capacità di raccontare con gli occhi, ero affascinata dai suoi racconti non verbali.
Questi momenti ci hanno unito anche nel futuro e hanno creato un legame fortissimo, che non si può definire un rapporto tra padre e figlia, ma un’intesa cameratesca, infatti capitava che mi fissasse e ci capivamo subito, faceva così proprio come fa un bambino quando pensa ad una marachella e cerca un alleato.
Ritorno ancora una volta alla realtà, questa mattina il mare è calmo, non c’è vento, si vedono bene, tra l’azzurro e il blu del mare le macchie più scure: i garammi, sorrido e ripenso a lui e associo al mare il mio cuore che sembra avere anch’esso delle profondità, dove è riposto quello che c’è di più buono in me, quella parte di me che mi ha lasciato papà.