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Photo by JR Korpa on Unsplash

di Fabrizia Fedele

Malgrado la quarantena, Gloria si sentiva bene, non come gli altri che si lamentavano di continuo. Adesso erano tutti limitati per legge. Non c’erano più i produttivi, quelli che di buon mattino uscivano di casa alla conquista del mondo, che ci mettevano anche un’ora per arrivare al lavoro, in macchina senza poi trovare parcheggio o sui mezzi pubblici, stipati come sardine, sudati e umiliati, ma in qualche modo eroici. Quelli che poi si vedevano con gli amici per l’aperitivo oppure che la sera uscivano per andare a cena al ristorante o al cinema. Mentre lei si era auto-confinata da anni. Ormai tutti erano costretti a casa. Anche suo marito. Certo, Andrea i primi giorni non l’aveva presa bene questa clausura forzata, ma poi aveva iniziato ad abituarsi, o almeno, si era rassegnato, che per lei era già tanto. La vita di Gloria da anni si svolgeva interamente a casa, tra la cucina e il salotto, la stanza da letto e il balcone dove passava momenti lieti tra la cura delle piante e lo sguardo all’orizzonte. Le uniche eccezioni erano le visite dal medico e dagli specialisti, per cui riusciva a trovare la forza di scendere al portone e salire su un taxi. E poi le due volte all’anno che andava all’aeroporto con Andrea per prendere l’aereo che li portava dal figlio a Bruxelles. Il trasferimento di Claudio a Bruxelles cinque anni prima era stata una lacerazione. Quando le aveva detto che lo avevano chiamato a lavorare nella sede di Bruxelles del suo centro di ricerca per lo sviluppo sostenibile, lei aveva esultato di gioia, ma dopo un paio di mesi di lontananza era piombata in una tristezza desolante. Aveva cominciato ad avere meno appetito e a dormire poco. Poi una sera, mentre rientrava a casa dalla libreria dove lavorava, era stata travolta da dietro da un giovane che correva a grandi falcate. Non si era neanche fermato, era andato via come se lei non esistesse. Era rimasta a faccia in giù sul marciapiede di piazza Testaccio. Nessuna frattura o distorsione, solo qualche escoriazione sulle mani e sulle ginocchia. Una sensazione di frastornamento durata per giorni. Frequenti emicranie e debolezza. Il medico le aveva spiegato che era normale dopo quello che aveva vissuto. Erano gli effetti dello shock. Le aveva prescritto qualche goccia di Lexotan per dormire. Poi erano cominciati gli attacchi di panico. Aveva preso qualche giorno di malattia ed era rimasta a casa. Un pomeriggio era uscita perché voleva comprare il gelato. Doveva fare pochi passi fino a piazza San Cosimato. Non era riuscita ad attraversare la strada. Era rimasta ferma al semaforo di viale Trastevere alcuni minuti, poi era risalita a casa. Senza gelato. Ma con una nuova angoscia. Il medico l’aveva mandata da uno psicoterapeuta e da un neurologo. Ma Gloria non era più riuscita ad attraversare viale Trastevere. E così la sua vita si era ristretta dentro le mura di casa, al massimo nel perimetro del balcone. Suo marito non l’aveva capita, ovviamente. Nessuno l’aveva fatto. Nemmeno i medici. Provavano a cambiarle farmaci e posologie, tanto di Xanax, tanto di Roipnol, poi i neurolettici di nuova generazione. Ma niente da fare. Viale Trastevere l’atterriva. Gli alberi le sembravano dei mostri pronti ad animarsi, ad afferrarla e a scaraventarla in alto. Appena metteva il naso fuori dal portone del palazzo veniva assalita dal frastuono dei motori delle macchine e dei motorini, dei clacson, delle sirene, sentiva l’aria spostarsi e poi si rendeva conto che una bicicletta o un monopattino le erano sfrecciati accanto. Anche le persone sembrava le volessero piombare addosso. Erano tutti sovreccitati, nervosi, ferini.
Adesso che tutti erano in quarantena invece era diverso.
Gli unici rumori erano i cinguettii degli uccelli. Il tubare della tortora la mattina, la metteva di buon umore. La faceva sentire in vacanza, le ricordava la casa di campagna dei nonni vicino San Gimignano. I gabbiani che sfrecciavano dal tetto del palazzo sorvolando viale Trastevere per approdare sul tetto del palazzo di fronte, le ricordavano il mare. Le era venuto in mente un soggiorno a Rovigno, in Istria, quando dalla finestra della camera da letto, sdraiata, vedeva un pezzo di cielo pulsante di gabbiani festosi. Le era parso di sentire l’odore del mare. Certo, non era possibile. L’aria era pulita come solo al mare, il cielo di un azzurro mai visto prima. Aveva sentito un vociare flebile ma persistente provenire dall’alto. Poi guardandosi intorno, si era accorta che sul terrazzo condominiale del palazzo di fronte c’era qualcuno, dal suo balcone al quinto piano, un paio di piani al di sotto, vedeva le teste.
Erano tre donne, oppure una donna e due ragazze. Giocavano, si divertivano. Si sentivano delle risate. L’avevano incuriosita, così aveva deciso di salire sul terrazzo condominiale del suo palazzo. La luce del sole l’aveva accecata. Poi si era abituata. Si era sentita confortata dal calore del sole sul viso, dall’aria fresca che le entrava nei polmoni, dall’azzurro del cielo e dalle cime verdi e rigogliose dei platani, che ondeggiavano appena, seguendo il ritmo del vento. Bello quassù.
Dietro c’era il Tevere, lo si intuiva dallo spazio che si apriva tra i palazzi e tra gli alberi, un sentiero sospeso. Sul terrazzo di fronte, le ragazze, presumibilmente una madre con due figlie adolescenti, stavano giocando a freccette: avevano appeso il bersaglio al muro e si alternavano alla mira. Gloria si era messa a guardarle. Allora loro le avevano sorriso e l’avevano salutata. Lei aveva ricambiato. Si era sentita parte del gruppo anche se era sul terrazzo di un altro edificio. Il giorno successivo era tornata sul terrazzo. Suo marito si era meravigliato, ma non l’aveva seguita, era impegnato in una conference call con i colleghi. Sul terrazzo c’era già qualcuno, aveva trovato la porta aperta. Una donna dai capelli d’argento e dagli occhi grandi faceva Tai-Chi. Lei si era fermata a guardarla. La donna le aveva fatto cenno di avvicinarsi. “Pratica insieme a me”, le aveva detto. Gloria si era messa dietro di lei e aveva preso a seguire i suoi movimenti. Due merli le guardavano incuriositi. Si sentiva al sicuro. Come non le succedeva da anni. Gli occhi le si erano inumiditi, le guance si erano bagnate appena, era felice.
A casa aveva raccontato ad Andrea del terrazzo, lui l’aveva guardata stupito, era contento che Gloria avesse preso un’iniziativa e gliel’aveva anche detto. Ma a lui non interessava salire sul terrazzo condominiale con lei. Aveva tante cose da fare lui: c’era il lavoro, i “report aziendali”, le “call”, e poi doveva aggiornare il sistema operativo per poter usare il nuovo software di videoconferenze.
Gloria si era vestita ed era scesa al portone. Lo aveva varcato, guardando i platani di viale Trastevere e si era diretta al vivaio vicino casa, che era aperto, in deroga alla serrata governativa.
Ne era uscita con due sacchi di terriccio, uno di argilla espansa, una pianta di pomodoro, una di peperoncino e di basilico e una di fragola.
L’occorrente per dar vita a un orto sul terrazzo del suo palazzo.
Il suo orto.