di Ilaria Borrelli

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Photo by Amelie & Niklas Ohlrogge on Unsplash

Era una cena desiderata da tempo, ma che sembrava difficile realizzare, di quelle che per mettere d’accordo tutti fra turni e impegni vari, finisce sempre per essere rimandata. E invece, la cena è confermata, proprio sabato 29 febbraio: una fine chic per alcuni, un po’ sinistra per altri.
Si parte per un posto sperduto, imprigionato tra i nuovi edifici di Parco Leonardo e le bizzarre casette di cui si intuiscono i diversi apporti delle generazioni che insieme vi abitano. C’è il camino, la rete per giocare a minivolley e il decespugliatore. Il mare dovrebbe essere nei paraggi, Roma è lontana: non c’è traccia né dell’uno né dell’altra su questo balconcino irregolare che affaccia sulla strada per Fiumicino.
Era il mio presagio della quarantena prima che fosse ufficializzata.
Fuori fa freddo e io rientro a dare una mano ai miei amici affannati davanti ai fornelli. Sono stati miei colleghi fino a pochi mesi fa, macchinisti di metropolitana, cosa che mi consente di sentirmi a mio agio nei loro discorsi a base di treni guasti, cambi turno, un susseguirsi di numeri urlati e gesti oscuri, che ci fa sembrare dei giocatori di morra alterati prima ancora di cominciare a bere.
Paola non si è tolta nemmeno la divisa pur di arrivare puntuale alla cena. Lorenzo, l’indistruttibile, che non dice mai di no né a un cambio turno, né a un giro di birre a qualsiasi ora della notte, il più contento che io sia riuscita a cambiare lavoro, mi sorride, ma è stanco.
Marco, capocuoco della serata, suda, ci porge i cucchiai per l’assaggio e fa gli aggiustamenti cercando di accontentare le richieste di tutti. Tale è la voglia di rivedersi, di strappare un sabato sera normale all’eterna girandola degli orari, dei ritardi, delle corse sul raccordo, che nessuno di noi ha voglia di parlare della minaccia.
Abbracci, sudori, risate, mani che si stringono ad una battuta azzeccata, bicchieri condivisi, questa volta però non bastano a farci estraniare dal pericolo invisibile. Ai vecchi tempi, era la nostra salvezza, ci si stritolava ad ogni cambio turno come per assicurarsi di essere ancora vivi e non un tutt’uno col cemento e con la ferraglia circostante.
Appena si accenna al virus, si scivola subito nel complottismo: Romina, che soffre d’asma e non dovrebbe lavorare in galleria, afferma che è solo un’opera di distrazione di massa dai problemi reali, ma non ha paura di essere contagiata, sono già così sporchi i treni, dice lei ad occhi bassi. Paola, è macchinista dentro e fuori, per lei tutto il mondo è binario: non c’è dubbio che siano stati gli Americani per vendicarsi del fatto che l’Italia fa affari con la Cina. E poi ci venderanno, a caro prezzo, il vaccino. Gli Americani o i Cinesi, non ho coraggio di chiederlo. Gli altri rimangono ammutoliti.
Lorenzo, che è stato il più taciturno della serata, da capotavola, mi spiega, con voce grave, misurata: ci sono già troppi timori quotidiani in quella ferita sotto terra, non c’è tempo, non c’è soprattutto spazio per altre angosce. E’ una questione di sopravvivenza mentale. Non so se il resto del tavolo lo ascolta.
Capisco tutto, ricordo tutto, sono dalla vostra parte io! Anche se non sono più una macchinista. Ora sono una funzionaria. Da pochi mesi, è vero. Sono una passeggera in più nell’ora di punta, indosso divise da ufficio, e ho tempo per sentire il peso degli anni passati in galleria, insieme, a vedere le vite degli altri invecchiare, ed illuderci che il nostro legame ci rendesse immuni a tutto. Non vi dico nulla allora. Però io vi voglio bene, ed è l’ultima volta che vi saluto col bacetto, a costo di rivederci un altro 29 febbraio.
Oggi siamo ancora in quarantena: ho già sprecato un gran numero di giorni a programmare le mie nuove giornate, da desiderarne altrettante, per sentirmi davvero protetta, per essere pronta all’incertezza dei giorni che mi aspettano.
Cominciano ad allentarsi i pochi punti fermi, i pasti ad orari sempre più variabili, ho il timore di chiamare troppo spesso le persone care. La cronologia del cellulare è invece chiara: chiamo solo le persone che mi hanno accompagnata in questi ultimi mesi di traversata da una vita all’altra.
In questi giorni vado alla ricerca di date, di numeri che non siano tamponi positivi o posti letto. Preferisco le scadenze dei cibi riposti in frigo, li metto in ordine intelligente, chi l’aveva mai fatto. Ho deciso di riordinare gli angoli più nascosti di casa a piccole porzioni, mezz’ora al giorno. Così avrò il tempo di ricordare tutto.
Il presente che a fatica mi ero conquistata è morto all’improvviso. Mi preparo ad una più grande traversata verso un’era ignota, e mi spaventa la docilità con cui mi sono subito conformata alle nuove regole.
Finalmente dai balconi hanno smesso di cantare “Abbronzatissima” e “Uno su mille ce la fa”. Un giorno un dirimpettaio ha messo “Sound of silence” e tutti sembravano aver capito. Le giornate sono più lunghe e c’è più tempo di digerire il bollettino prima di sedersi a cena. Non mi affaccio quasi mai, guardo il parco sotto casa, o le montagne all’orizzonte, senza sporgermi troppo, come se avessi paura di cadere. Sento i vicini che, dopo anni di indifferenza, parlottano da balcone a balcone e non sanno come chiudere le conversazioni. E di notte nei sogni intravedo finestre spalancate e luminose. Non ci sono vicini.