di Alice Valerio

iurii-melentsov-7iKuB62CQBU-unsplash
Photo by Iurii Melentsov on Unsplash

Era una mattina di primavera e Andrea aveva appena staccato dal suo lavoro di cameriera, presso il Pub di via dei Normanni. Quel giorno sarebbe stato diverso, doveva aspettare sua madre con cui aveva un appuntamento al Parco di Colle Oppio. Mancavano ancora due ore all’incontro e nell’attesa decise di andare a visitare la Domus Aurea Neroniana: era aperta e inaspettatamente a quell’ora trovò pochi visitatori. Entrata nel museo sentì immediatamente una sensazione di freddo, allo stesso tempo un senso di pace si risvegliò quando vide le grottesche: quelle immagini bizzarre, sgraziate, innaturali, in qualche modo le fecero pensare a sua madre, al loro appuntamento, ma anche a tutti quei suoi comportamenti paradossali che spesso trascendevano nel grottesco. Andrea -il suo nome era stato scelto da sua madre, convinta che anche lei sarebbe stata maschio come i suoi fratelli, e poi aveva deciso di lasciarglielo in omaggio alla protagonista della sua Telenovela preferita- non era riuscita negli anni a darsi una spiegazione di quegli atteggiamenti che l’avevano ferita nel profondo. Pensava infatti a quando per esempio le diceva di stare zitta perché era nata femmina e quindi non avrebbe potuto capire… Le veniva in mente quando la madre tornava a casa innervosita dall’incontro con la signora Pollioni, che al contrario di lei si atteggiava a cittadina, parlando senza inflessioni dialettali e chiamando suo figlio Roberto con una b dolce, facendola sentire ancora una paesana. Proprio non la sopportava quella “donna finta che aveva per figlio un damerino viziato”, riusciva ad imprecare per tutta la casa senza accorgersi che lei si comportava allo stesso modo con il suo primogenito Giulio, che “non poteva essere secondo a nessuno, né dentro e né fuori casa”. O quando le diceva che lo studio non l’avrebbe portata da nessuna parte, che la sua fatica era vana perché suo padre le stava creando una cospicua eredità, così da essere “un buon partito”, sia se si fosse sposata, sia se avesse fatto da bastone della loro vecchiaia, in entrambi i casi non sarebbe rimasta delusa. Lei un giorno aveva trovato il coraggio di lasciare la madre e quella casa per iniziare la sua vita. Per sua madre era stato un duro colpo. Anche i rapporti tra lei, il padre e i suoi fratelli ne avevano risentito. Sua madre se ne era tornata per un periodo al paese, vicino Foggia, per starsene lontana, con la scusa di ristrutturare la casa che aveva ereditato da sua madre. Poi era tornata a Roma perché le mancavano i figli e sperava che lei sarebbe tornata a casa.
Ad un certo punto qualcosa distrasse Andrea, le due ore erano passate, forse sua madre era già arrivata, l’avrebbe aspettata su una di quelle panchine lungo il viale alberato, era in ritardo. La vide, era lontana, era lei, la riconobbe dal suo sguardo perso nel vuoto, come sempre. Andrea era agitata, il cuore le batteva forte, non sapeva cosa si sarebbero dette, ma questa volta sperò solo che sua madre avrebbe capito quanto era importante per lei la libertà, la lontananza da lei e da quelle parole che ogni tanto le sentiva pronunciare, che la riguardavano, e che la ferivano molto. Si affrettò allungando il passo, riuscì solo a chiedersi se stavolta avrebbe finalmente capito, se avrebbe accettato la sua scelta.
Madre e figlia si erano baciate, a malapena si erano toccate, poi Rosalinda prese coraggio e stringendola a sé, le disse: “mi sei mancata!”, Andrea le rispose: “tu invece, non ci sei mai stata”. Rosalinda abbozzò un accenno di richiesta: “torna! Vieni a casa, papà ci aspetta”. “No”, le rispose Andrea, “ormai ho preso una decisione”. E sua madre: “tu hai bisogno di noi, non puoi vivere con trecentomila lire al mese, in una catapecchia per studenti a San Lorenzo, facendo per giunta la cameriera in un pub e andando in giro di notte con un motorino, non è da te!”. A quel punto Andrea trovò la forza di rivelarle cose che prima di allora non era riuscita a dire: “sai mamma, ho sempre cercato di dimostrarti che c’ero anch’io, anche quando mi ignoravi con il tuo atteggiamento da prima donna guardandomi dall’alto in basso, perché secondo te ero troppo gentile, troppo sensibile, inadeguata nell’affrontare la vita come sapevi fare tu. Secondo te avrei dovuto tirare fuori il carattere, quello che mi accusavi di non possedere. Ti si leggeva in viso la delusione nei miei confronti. Per non parlare di quando andavi dalla tua amica Ines, per lamentarti di me, perché avendo scelto di studiare, avevo disatteso le tue aspettative. Addirittura ti sei vantata più volte di avermi ostacolata e di avermi impedito di andare a danza o di suonare il pianoforte”.
“Come fai a sapere le cose che raccontavo ad Ines?”, le chiese la madre cercando di schermirsi dalle accuse.
“Ti ricordi mamma”, le rispose Andrea, “quando ti sentivi debole, inerme, quando mi chiedevi di pettinarti i capelli, di truccarti, quando ti sentivi vittima della vita che ti eri scelta, i tuoi pensieri viaggiavano liberi ad alta voce ed io ero lì ad ascoltare tutto, senza poter dire nulla, oggi finalmente mi sento di dirti che sono io a scegliere come voglio vivere”.