di Fabrizia Fedele

Due linee rosse, rette parallele che non si incontrano mai, ho pensato, la geometria euclidea c’entra sempre.
Stasera ho messo più gocce dentro al caffè di mio padre e sono uscita.
Dovrebbe dormire fino a domattina. Non sono una figlia degenere, mi dico. Ma ho bisogno di qualche ora libera. Antonio mi aspetta al portone, come sempre, cioè come abbiamo fatto già qualche volta. Si potrebbe dire che abbiamo una relazione. Ma forse non è il termine giusto. In questa mia nuova vita in cui mi sono dovuta trasferire a casa di mio padre, dopo che è stato ritrovato che vagava a diversi chilometri da casa in stato confusionale e senza pantaloni, vedo le cose in modo diverso. Prima non avrei mai pensato di frequentare un uomo conosciuto su Facebook, adesso sì, pare. Antonio abita a Testaccio, in uno di quei palazzi dei ferrovieri. Mi ha spiegato dove e io un giorno sono andata a vedere. Ho sbirciato anche dentro il cortile squadrato. Ma non sapevo quali fossero le sue finestre. Lo immagino a casa mentre guarda la televisione con sua moglie. Vivono insieme solo perché separarsi avrebbe dei costi economici che non potrebbero sopportare. Dice. Dice anche che Caterina, la moglie, è depressa. Prende da anni potenti dosi di ansiolitici. E questa è la chiosa a ogni discorso in cui si arriva a parlare di lei. Del resto non abbiamo tanto tempo per parlare. Ci prendiamo un paio d’ore per noi. Per fare sesso in macchina, soprattutto. Il primo appuntamento invece è stato a colazione. Io non me la sentivo di lasciare papà da solo la sera, così Antonio mi propose di vederci per cappuccino e cornetto in un bar di Trastevere, poco distante da casa. È stato strano, come se avessi rivisto un vecchio amico. L’ho trovato subito familiare, malgrado la mascherina. Così è cominciata. Come una rimpatriata tra vecchie fiamme. Ed è proseguita in modo sordido. Sempre infrattati in macchina in una via isolata a Monteverde, una piccola strada senza uscita dove non passa anima viva. Eppure la cosa non mi disturba, anzi, mi va bene. E non mi sembra neanche di scopare con il marito di un’altra donna, perché Antonio è il mio uomo. Almeno le sere che ci infrattiamo in macchina. Mentre mi bacia le tette e infila una mano tra le mie gambe, ci penso. Antonio sarebbe un buon padre, ne sono certa.
Devo prendere una badante fissa per mio padre. Non posso andare avanti con il filippino a ore che non parla neanche l’italiano. Ieri pomeriggio si facevano dei versi per comunicare ed è stato sconcertante guardare mio padre che gesticolava in modo scomposto e disarticolato.
Antonio sta armeggiando per spostarsi sul mio sedile, così io posso salirgli sopra. Sì, tutto molto sexy, mi viene di pensare, molto cinematografico, però oggi sono stanca, preferirei un letto. E poi ho quasi quarantadue anni, ormai sono vecchia per questo.
Un allarme ha risuonato e poi dagli alberi di fronte alla macchina è arrivato un rumore. Uno spostamento dei rami, come se ci fosse qualcuno. Da fuori una mano ha toccato il vetro anteriore della macchina, che è appannato. Mi sono sforzata di vedere. La mano ha lasciato l’impronta. Oddio, c’è un uomo, dico in un soffio. Antonio si è messo davanti a me, a protezione. Due occhi neri ci hanno guardato indugiando alcuni istanti lunghissimi. Poi l’uomo ha urlato di uscire dalla macchina con le mani in alto. Così ho visto che aveva un’arma. Con uno slancio mi sono ritrovata fuori dall’auto aggrappata ad Antonio che mi stringeva a sé con tutte le sue forze.
Ho visto la Y fare retromarcia, inversione e sparire, poi una luce blu avvicinarsi. La polizia.
Io e Antonio siamo testimoni di un crimine e vittime allo stesso tempo.
Alla stazione di polizia ci comunicano che poco distante da dove eravamo noi c’è stato un furto in un appartamento. Quello che ci ha rubato l’auto minacciandoci con una pistola era il ladro. Dobbiamo ricostruire la scena nei dettagli.
La prima ondata arriva all’improvviso, le vertigini e la nausea mi stordiscono. Per qualche istante vedo tutto nero. Il poliziotto che ho davanti mi chiede se sto bene. Non proprio, dico. Perché siamo ancora qui? Vorrei andare a casa. Penso a mio padre e spero che non si sia svegliato.
Stiamo raccogliendo tutte le informazioni per la ricostruzione dei fatti, risponde. Anche voi avete commesso un reato, dice fissandomi negli occhi, avete violato il coprifuoco senza essere giustificati per ragioni di lavoro, salute o necessità, come avreste dovuto.
Antonio interviene replicando che mi stava riaccompagnando a casa, che ci eravamo visti per stare un po’ insieme, ma poi non ci siamo resi conto che le lancette dell’orologio andavano più veloci dei nostri pensieri. E sorride con quell’aria irresistibile che ha lui quando esercita il suo fascino da creativo distratto. Copywriter di giorno, scrittore di notte. Fascino che avverto io sola nella stanza, evidentemente. Infatti il poliziotto in piedi, vicino al collega, gli dice di non scherzare, che non siamo a una festa tra amici.
Allora provo a dire che è colpa mia, perché sono stata poco bene e Antonio si è intrattenuto con me per essere sicuro che stessi bene. Quindi è stata una situazione di emergenza.
Ma qual è il vostro legame? Voi siete fidanzati? Chiede l’agente.
Non esattamente. Ci frequentiamo.
Dalla nostra banca dati risulta che il signore è coniugato con la signora Caterina Canestrini, che a quanto pare non è lei.
La seconda ondata mi travolge. Ho bisogno di un bagno. Prima che sia troppo tardi.
Riesco ad arrivarci con le mie gambe non so come e mi svuoto completamente.
Ancora reclinata sul gabinetto con lo sguardo fisso su delle orrende mattonelle celesti penso che almeno non dovrò dare spiegazioni sulla mia vita ai miei, dato che mia madre è morta e mio padre non è presente pur essendo ancora vivo.
Uscita da qui non dovrò rendere conto a nessuno.
Rientro nella stanza di prima e mi sembra che l’atmosfera sia meno tesa.
Hanno trovato la nostra macchina, mi dice Antonio sorridendo, e anche il ladro. Aveva una pistola giocattolo.
Un agente è intento a scrivere il verbale al computer, l’altro ci guarda con indulgenza e ci dà il permesso di tornare a casa.
Per stavolta chiuderanno un occhio. Ma non vi fate trovare un’altra volta in macchina per strada, intesi? Dice. Ognuno torni a casa propria.
Usciamo a grandi falcate.
Olivia, come stai? Mi chiede Antonio.
Sono incinta, rispondo.