di Lorenza Cianci

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In estate, non può soffrire di starsene chiuso in casa, la sera, e si scusa di questo con battute che vengono dirette dalla bocca del suo stomaco: in questa stanza, non si respira, sembra di stare all’inferno. Mi interroga, alla fine, con retorica e cantilena scendiamo a fare due passi? I bagnanti sono andati il lungomare è vuoto. Il lido sta, spartano, a contarmi ad uno ad uno i passi: passi piccolini che sembrano un passo solo, un passo unico, parallelo all’ombra lunga che fa il paio di scarpini alla francesina che quest’uomo che mi cammina accanto porta ai piedi. Da otto anni, con quest’uomo, mi spartisco il ferro da stiro, i fantasmini da jogging, questa casa al mare, il servo muto nell’appartamento di Bologna. Nello specifico, anche: le carezze l’abitudine i conti in tasca e, in talune specifiche circostanze, l’orgasmo. Non mi sono fatta un’ idea precisa della quantità di cose che egli sa o è certo di sapere sulla mia persona, sebbene, forse, dovrei intuirlo, dal modo che ha di sperticarsi in frecciatine quali e chi ti capisce a te? Sei tutta un mistero. Non so, nemmeno, se io abbia mai iniziato a considerare per davvero l’ipotesi che, stando così le cose, questo potrebbe essere anche l’uomo con cui deciderò di concepire un figlio. Un figlio a cui sarà naturale far scivolare addosso frasi come stasera te lo racconta papà, passa a prenderti papà oppure, infine, papà lo dice per il tuo bene. Non che io, ora come ora, stia tirando in ballo questa eventualità: la mia è, solo, un’intima constatazione. Ad ogni modo, continuiamo a camminarci paralleli, un passo dopo l’altro: io ci metto un’ombra piccola e lui un’ombra lunga, così. Se il mio amor proprio lo volesse, potrei divaricare di più le cosce, allungarmi tutta, sostenere il passo, correre scappare e scappare fino a sfuggirgli: diventare punto bigio spento nel grigiastro del pietrame marino, sparire oltre la carrucola del pontile, spegnermi in mezzo alle cartacce che bivaccano nell’arenile, ai mozziconi le schegge di vetro le gomme masticate sputate, o mimetizzarmi dove il semaforo pedonale, a quest’ora, è una minuscola anima arancione ad intermittenza che forma un’ orbita luminosa, e che indica la cautela nel buio. Ma questo ragionevole senso della possibilità mi destabilizza. Ragiono camminando che, di questo mare, posseggo anche una memoria di ragazza.
Ispeziono e scelgo: un quadrato di scoglio lontano dagli impaludamenti, di salsedine e di verdume, dal puzzo che sparge il grembo morto delle conchiglie. Annuso l’acqua buona dalla terraferma protetta, non oso, con gli indumenti indosso, la camicetta e il pareo, accostarmi alle pietre strofinate dalle solette dei bagnanti, negli ambulacri più prossimi alla discesa: sentieri di periodiche mareggiate, di tuffi acrobatici e di intime precauzioni. C’è, negli interstizi dell’ombra, l’odore delle cose che non sono a contatto con la luce: un odore sottile e degente, persecutorio e paranoico. Non attendo, come fanno alcuni, per andare in acqua. Me ne accorgo da me che il mio corpo è tipico delle adolescenti che non hanno la necessità di sistemare bretelle e lacci: è corpo di mosca invisibile, fatto di ossicini e peluria. Mio padre indossa un costume a pantaloncino a strisce: verdi, bianche, gialle, blu. Si cala in acqua da un giaciglio di roccia basso, falca l’onda a grandi bracciate. Metto il palmo a sergente, lo vedo andare: è un neo nero nel flutto di schiuma e scintille riflettenti. Va, a largo, indisturbato, dandosi come limite la seconda boa di segnalazione: poi, così come è andato, allo stesso modo, rientra, risalendo, piede destro piede sinistro, la roccia bassa. Mia madre indossa un copricostume con gli agrumi: siede a riva, al bordo di una forma naturalmente scavata tra bassi lettini d’alga che lei chiama con familiarità “la piccola piscina”, e lì si bagna, prima il petto, poi la schiena. Quando è pronta ad affrontare il mare, si tuffa: quando i suoi seni impattano il freddo, le viene da ridere. Ha una fiducia eccessiva nel mare e non crede a tutta una serie di pregiudizi sull’acqua salata: che ossidi le tinture, sbiadisca i tatuaggi, che blocchi la menorrea. In questo, è una donna moderna.
Con i capelli bagnati, gli adulti tengono facce diverse: in queste condizioni, vengono a galla le età, gli stili di vita, l’alcool, la faccia cattiva, i nasi alicorni, gli imbarazzi. C’è chi lo accetta con un’incoscienza che mi fa sentire una ragazzina nella carne, ovvero impotente, e cauta di una timidezza provincialotta. Tanti altri si sentono spacciati, nell’impiccio degli sgocciolamenti, e vivono il frangente come una piccola ansia sociale: passeggera, ma significativa. Mi sembra di comprendere meglio quest’ultima specie di persone. In ogni caso, gli uni giustificano gli altri, intimamente, e senza discorsi di sorta, alla stregua della cristiana compassione che si concede a una confessione volontaristica in un consesso terapeutico.
Sono rare le volte in cui i figli degli altri non abbandonino le proprie pattine sui bagnasciuga, nei buchi cavi e nelle sporgenze, con una certa superficialità. Alcune prendono il mare aperto: scompaiono tra i rifiuti dell’oceano, oltre le boe di segnalazione. Il mio moto, in acqua, non è decodificabile: credo, però, imiti quello della rana. Nell’acqua, genufletto i legamenti, delle braccia e delle gambe. Devo: piegare e spingere, spingere e piegare. Piegare le ginocchia, spingere la massa acquosa, con le cosce e con il fiato, trattenere l’acqua nella cavità poplitea, lasciare, infine, che defluisca gentilmente, dalla mia pelle cava, al mare: faccio come la rana, nel suo scambio simbiotico. Il mio corpo di rana è sgraziato: è anfibio di transizione, tra l’uomo e la creatura marina. Spingo e piego, non arrivo che alla prima boa di segnalazione: compio tutto lo sforzo possibile che il mio fiato consenta, sono ragazza col fiato piccolo.
Nella quiete, dopo lo sforzo della rana, c’è lo stimolo insondabile di riunirmi di nuovo al mare. Alleno la perseveranza.
Sono esausta: i miei passi piccolini, in fila indiana, sono diventati adempimenti mentali e quest’uomo che mi cammina accanto non accenna a fermarsi, a dirmi, soddisfatto torniamo a casa. È ora di andare a letto di guardarsi negli occhi. È chiaro che nemmeno lui sappia risolversi: se il suo amor proprio lo volesse, potrebbe alzare i tacchi, doppiare la fila indiana dei miei passi piccoli con grande facilità, sfuggire e confondersi nell’opaco della foschia umida, sparire, diventare nero nel nero. Forse, questa ragionevole possibilità lo destabilizza. Dopotutto, in questo spazio misurato, la casa, la spiaggia, la riva, la strada, questo mare, c’è ancora la memoria delle cose che siamo e che abbiamo costruito, e di tutto ciò che è nostro per sempre.