di Ilaria Borrelli

Foto di Motoki Tonn su Unsplash

Ho appena finito il turno, siamo arrivati al capolinea e i passeggeri si stanno avviando lentamente verso la Piramide o le scale della stazione. Adoro questo orario, le 10 di sera, si potrebbe andare a ballare al Colosseo, o rimanere in zona a sorseggiare una birra con i capitreno che finiscono a quest’ora.
Non si sa mai con quale macchinista capiti in coppia, sono tutti dell’età che avrebbe avuto mio padre più o meno se non fosse morto, e a ogni corsa cerchiamo un argomento di conversazione neutro, che ci trasporti da Porta San Paolo al mare e viceversa, senza creare attriti o finire troppo sul personale. A volte però, specie di sera, durante la corsa pari, quella di ritorno, con il macchinista giusto, mi succede di rievocare quelle ultime giornate di fidanzamento. Mancavano due settimane al matrimonio, era ancora agosto e finalmente avevamo tumulato i resti di mio padre, in lista d’attesa da diverse settimane perché non c’era posto per la cremazione. Non ero solo triste, o stanca, come sosteneva Francesco, che continuava a fare i preparativi indipendentemente da me. Io quell’abito meraviglioso, ricamato a mano, lo vedevo meglio chiuso in una custodia che indosso a me.
Appena avverto lo sconcerto negli occhi del collega mi affretto ad alleggerire la storia con un po’ di ironia, ma ormai mi ritrovo addosso un giudizio misto di ammirazione e perplessità. Sono una strana femmina.
La psicologa mi sorride, mi chiede scusa mentre risponde al cellulare: sono impegnata con un caso di post traumatico, ti richiamo.
La stanzetta angusta ma coloratissima di stampe è uno spazio virtuale costituito da pannelli rimovibili, all’interno del vecchio deposito dei tram, ora riadattato ad ufficio del personale, e in queste giornate torride si rianimano le esalazioni degli oli freno sversati a terra ormai anni fa. Solo dopo un paio d’ore capisco che il caso di post traumatico sarei io.
Dopo la prima telefonata ricevuta dalla dottoressa, pur ringraziandola per la solidarietà, che mi aveva fatto piacere per davvero, avevo chiuso affermando che mi sarei fatta sentire io, e che comunque non avevo bisogno di niente, visto che ero già rientrata al lavoro, anzi l’indomani avrei avuto anche un turno straordinario.
Da quando lavoro non esco mai senza fondotinta, profumo e mascara, i miei tre pilastri minimalisti, di cui nessuno si accorge probabilmente. Ma è quanto basta per vedermi bella allo specchio, e secondariamente, alla gentile clientela. Sono finiti i tempi in cui seguendo i consigli delle amiche passavo ore e ore a stirarmi una maledetta frangetta, che poi non veniva quasi mai liscia, ed era sempre la prima cosa che veniva notata.
Al lavoro in questi giorni, la massima battuta udita da bocche maschili, in sala caffè, è che è scoppiata l’epidemia di donne incinte.
Anzi di convivenze fulminee, osservo io. Una birra, mezza giornata al mare, e queste femmine già si lanciano in progetti di trasloco, mutui cointestati, ma conti in banca separati.
E’ un ambiente maschile, polveroso, siamo le prime donne a fare ingresso in questa mansione, e nessuno prima rimaneva incinto.
Qualche collega anziano, un po’ meno rude rispetto alla media, sorride paterno: avete ingentilito la linea.
Vorrebbe essere un complimento, credo, e in effetti lo è.
Altri danno sfogo alla rabbia contro noi femmine usurpatrici: siete la rovina, volete fare i nostri lavori e poi vi mettete a far figli!
Sanno di mandarmi su tutte le furie, al contrario delle mie colleghe, che forse più sagge, lo prendono come uno dei tanti argomenti da sfruttare durante i 37 minuti di percorrenza capolinea-capolinea.
Io faccio fatica a rientrare in quella casa che odora di libertà pagata ad un prezzo ingiusto. Non riesco ad incastrare i turni di lavoro e le lezioni del master. C’è il blocco delle assunzioni e concorsi in vista non ce ne sono. E poi i precari sono più raccomandati dei fissi. Mi preparo ogni giorno, un’ora fra lavaggio e trucco, alle 4 di mattina o a mezzogiorno, e scappo. All’esterno respiro, gradita a me, e gradevole agli altri quanto basta, perché ormai sono diventata impermeabile alle critiche sul mio aspetto.
Dal giorno dell’incidente poi dormo solo sul divano, ho paura di tutto. Mi muovo solo l’indispensabile. Mi sembrava abbastanza lucido quel povero cristo sotto il treno, quando l’abbiamo ritrovato fra la seconda e la terza carrozza, magro, senza un graffio, incollato alle traversine, ci avevo anche parlato, e lui mi aveva raccontato dei suoi figli piccoli, poi una passeggera mi era quasi svenuta in braccio nel vedere che gli praticavano il massaggio cardiaco.
La settimana scorsa, in giro per le vie del quartiere, quattro automobilisti hanno inchiodato e inveito qualcosa di incomprensibile verso di me. Non so più attraversare le strade, mi pianto sulle strisce, non capisco più dove si trova il mio corpo, se è fermo o si muove, forse sto impazzendo per davvero. Chiamo la psicologa aziendale, giusto per dirglielo, non per fare terapia, forse è il caso che mi cambino mansione, e forse tramite lei la voce può arrivare in alto.
Sono incidenti che capitano nel nostro lavoro, il segreto è non fingere che non sia successo.
Mario sta per andare in pensione, ne ha viste tante, ed è un uomo prodigo di consigli, che non si sente minacciato dalla presenza femminile.
Le chiacchierate con la psicologa mi danno la forza di abbandonare il divano e affrontare senza timori le ore notturne, e alla fine mi spiace che dopo pochi incontri mi consideri guarita. Continuo a non perdermi né una cena né un’escursione con gli amici, sono libera dopo tutto. Le ultime discussioni con Francesco: se mi ami mi devi sposare, riecheggiano in sordina. No, io non ti sposo, anzi ti lascio! Anche se non sono brava ad argomentare. Ci sono decine di viaggi che voglio fare, il lavoro da cambiare, le serate coi colleghi ad assaggiare birre non filtrate, forse mi iscrivo a un master, non so cosa mi riuscirà e cosa dovrò perdere, ma non voglio essere prigioniera.
Le amiche continuano a fare figli, sposarsi, abortire spontaneamente, e figliare subito dopo, e mi lanciano battute in apparenza invidiose: beata te che sei libera di fare ciò che vuoi.
Non posso chiedere a una madre trentenne cosa l’abbia obbligata alla prigionia volontaria. Raccontare ogni volta la mia storia con il mio ex non è utile a nessuno, non avrei lezioni da impartire del resto, e solitamente dagli sguardi meravigliati, percepisco di essere presa più per una pazzerella che per una ribelle. Fingo sorpresa a ogni preparativo di matrimonio, ricerca della location, e crisi isteriche per la scelta delle bomboniere. A me sembrano tutte delle cerimonie fotocopia, per quanti sforzi di originalità facciano. Anche la mia, suppongo, sarebbe stata di una rassicurante banalità.
Sono libera, e allora mi iscrivo ad arrampicata, imparo a sciare, mi godo le risate e i progetti di svolta, assieme a donne e uomini intelligenti. Mi metto seriamente a studiare per quel concorso, finalmente si stanno sbloccando le assunzioni. A volte dimentico di truccarmi, perché non ne ho nemmeno il tempo.